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La Grotta di Romualdo [In the oldest period of human existence, the paleolithic man, homo primigenius, wandered through Istria hunting in the undergrowth of mountain forests and sheltering in caves and half-caves in which the hearth meant life and safety..." (Andre Mohorovičić from the book Hrvatska) There were traces found in the 105-meter long Romualdo cave in Limski Kanal close to Poreč, so named after the 9th century Italian monk Romualdo who used it for his ascetic life after escaping Ravenna's powerful Benedictines. When the middle section of the cave was excavated, microlithic flint artifacts of the Gravettien culture as well as bones of more than 40 animal species were found. Il suolo istriano abbonda di fenomeni carsici, dalle doline e foibe profonde a interessanti località cavernose e fessurizzate. In passato la gente per lo più aveva timore di entrare nelle cavità orbe di luce e di calore, che, secondo la fantasia popolare, dovevano essere dominio di esseri soprannaturali o terribili semi dei. Ma il timore fomentato da racconti terrificanti non riusci a prevalere sempre sulla curiosità di singoli individui disposti a sfidare !'incognita del sottosuolo. In tempi remotissimi gli uomini primitivi scacciavano con i riti magici e con le fiamme i demoni e le fiere dalle caverne, trasformandole in santuari e in ripari riscaldati e illuminati dal fuoco.
Col tempo le guerre cessarono e l'imperatore franco a Occidente e quello bizantino a Oriente assettarono un'Europa nuova, cristiana, mentre dalla fine dell'VIII secolo si mise in moto una nuova ondata migratoria che portò in Istria, attraverso il Monte Maggiore, i Croati provenienti dall' entroterra settentrionale della Dalmazia. Pian piano i Croati occuparono le terre devastate dalle guerre, spingendosi fino agli orti in prossimità delle città romanze e cristiane, a sud e ad ovest della penisola. All'inizio del IX secolo li troviamo così nella zona del Canale di Leme, secolare linea di demarcazione fra i possedimenti delle città diPola e di Parenzo. Nel loro viaggio di trasferimento in Istria.
Nello stesso tempo, nell'Occidente europeo, si diffondeva l'ordine dei Benedettini. La regola di San Benedetto reclutò un gran numero di seguaci, dapprima fra la plebe e ben presto anche fra i nobili, i regnanti e i papi. Nei loro numerosi conventi in tutta Europa i Benedettini coltivavano e conservavano quanto era rimasto del patrimonio spirituale e culturale dell'antichità. Nel corso del IX secolo, accumulando terre e immobili, i Benedettini diventarono assai facoltosi, tanto che diversi abati e monaci si allontanarono, e parecchio, dalle severe regole morali e cristiane dettate da San Benedetto. Ciò provocò una reazione di ripulsa da parte di alcuni giovani monaci, tra cui c'era anche un certo Romualdo, cittadino ravennate. Romualdo era entrato in convento già fanciullo, prendendo i voti per cancellare con la propria vita virtuosa la vergogna del padre che aveva ucciso un familiare. Deluso dall'immoralità e dall'avidità di onori mondani che svilivano l'ordine, egli raccolse attorno a sé alcuni simpatizzanti cui dettò regole nuove, più severe. In base alla leggenda, la spinta decisiva l'ebbe dall'apparizione in sogno di Sant'Apollinare stesso, patrono di Ravenna. Il nuovo ordine divenne noto come quello dei Camaldolesi, cosi chiamati da Camal doli, località degli Appennini, dove c'era un loro convento. Romualdo venne probabilmente ostacolato da alcuni potenti Benedettini, sicché nell'anno 1102 cercò scampo nel Parentino, scegliendo per il proprio romitagggio una piccola grotta nei pressi della chiesetta di S. Michele, sul versante meridionale della Draga di Leme. Ma, spesso molestato dagli abitanti, incuriositi dalla sua vita solitaria, Romualdo si cercò e trovò una caverna più nascosta, sul versante opposto della Draga, sulla falda settentrionale del colle dove c'è la chiesetta di S. Martino. Qui trascorse in sofferente solitudine e in preghiera tre anni. La sua attività spirituale ebbe un grande influenza sulla gente semplice e povera dei dintorni.
La lunga permanenza aveva permesso a Romualdo di ispezionare ogni cantuccio della grotta, non molto grande ma assai interessante dall'aspetto morfologico le stalattiti e le stalagmiti sembrano un sipario pietrificato , ricca di fregi. Davanti alla stretta apertura ci sono due semicavità ricoperte dalla roccia, ben protette dal freddo e celate allo sguardo, di chi stia sul versante opposto del canale, da una folta macchia. La grotta è lunga in tutto 105 metri, ha la forma di un cunicolo che in più punti si allarga in piccole sale. La parte più profonda è molto umida e gelida, senza traccia di presenza umana. La parte anteriore è invece più calda; sul pavimento, strati di humus prodotti dalla millenaria sedimentazione di guano animale misto a resti di fuochi e rifiuti lasciati dagli uomini preistorici. Ai tempi di Romualdo la superficie della caverna era ricoperta da cenere, da ossa animali bruciate e frantumate e da numerosi cocci di vasellame. Erano tracce lasciatevi dalla saltuaria presenza dell'uomo, tra il neolitico e l'età del ferro. Sulla parte opposta della Draga, su uno spiazzo piatto a precipizio sul canale, si trovava uno dei più antichi insediamenti umani dell'Istria, fondato alla fine del neolitico e che in seguito, durante l'età del bronzo e del ferro, venne fortificato e ampliato in un vasto castelliere. Vi fu scoperta una necropoli con urne cinerarie risalente ai primi secoli di esistenza del popolo preistorico degli lstri, tra l'XI e il IX secolo avanti Cristo. Un castelli ere simile, circondato da mura a secco concentriche, si trova immediatamente sopra l'entrata alla grotta di Romualdo, ed è intitolato a San Martino, come la chiesetta medievale eretta in cima al colle. Alla fine del XIX secolo sono stati fatti scavi nella necropoli, che risale al periodo di maggior splendore economico e culturale degli Istri, come testimoniano la ricchezza dei corredi funebri rinvenuti, e specialmente delle ceramiche, del vasellame e dei gioielli di metallo importati dall'Etruria, dall'Apulia e dal Veneto.
Romualdo visse dunque in un ambiente in cui da tempo immemorabile l'uomo aveva lasciato la sua impronta, una cavità le cui pareti e rocce sono state per secoli testimoni mute e sorde di innumerevoli sofferenze umane ma anche di momenti gioiosi. Smuovendo la polvere e la cenere depositatesi sul fondo della caverna egli trovava manufatti di silice e frammenti di attrezzi sconosciuti ai suoi contemporanei. Non sapremo mai se quegli oggetti lo spingessero a porsi ulteriori domande. Comunque, chiunque frequenti le grotte conosce il benefico effetto che il silenzio assoluto e l'oscurità, dai quali giunge solo il gocciolio ritmico dell' acqua, hanno sulla psiche umana: a condizione, naturalmente, che l'ambiente sia ritenuto un rifugio sicuro.
Storia e tradizioni registrano sul suolo istriano l'esistenza di diversi eremiti che condussero una vita solitaria. Le citazioni più antiche riguardano San Servolo, martire protocristiano, che visse romita in una grotta nei pressi del villaggio di S. Dorligo (Trieste). Anche S. Fiore, vescovo di Oderzo, abbandonò le piacevolezze della sua vita di alto prelato ecclesiastico insediandosi, all'inizio dle VII secolo, in una casita nei pressi di Fasana. Uno dei più illustri rappresentanti dell'ordine benedettino riformato fu pure San GfiUdenzio, seguace di S. Romualdo e cittadino di Ossero, di cui fu vescovo dal 1018 al 1042. Egli usava ritirarsi spesso nella solitudine di una grotta situata sotto la vetta del Televrin ad Osorscica, dove, come racconta la leggenda, in virtu delle sue fervide preghiere, avvenne un miracolo: tutte le serpi di Cherso e di Lussino divennero innocue. Tra le personalità piiI interessanti presenti nell'XI secolo in Istria figura pure Salomone, figlio del re ungarico Andrea I. Salomone aveva regnato dal 1063 al 1074, quando il cugino Gejza lo esautorò. Il detronizzato chiese aiuto al cognato, l'imperatore tedesco Enrico IV, il quale ordinò al margravio istriano di permettere a Salomone di stabilirsi in Istria. Dapprincipio Salomone si dette all'eremitaggio, vivendo in solitudine alle falde della Draga, nei pressi del convento di S. Pietro in Selve; gli ultimi anni di vita li trascorse invece nell'abbazia di S. Michele a Pola, dove morì nel 1087.
È perciò indispensabile fare qualcosa affinché almeno una volta all'anno si tenga messa nella chiesa di S. Martino, pulendo e sgomberando il sentiero di accesso, in modo da farne un percorso per escursionisti (vi si gode una veduta stupenda del Canale di Leme), che possa consentire di riprendere i pellegrinaggi dalla chiesetta alla grotta. Con qualche iniziativa collaterale (una fiera o una sagra dedicate a S. Martino), la Chiesa e la popolazione della zona potrebbero riappropriarsi un genuino lascito del nostro ricco patrimonio culturale e spirituale. Tratto da:
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Monday, July 21, 2008
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