Lidia Bastianich
Gastronomy


Fusi a Mahattan
di Danko Plevnik

Nella casa di Lidia e Felice Bastianich [nota], il cui riatto è costato la bellezza di un milione di dollari, e che, vicina al mare com'è, crea, soprattutto a contrasto con la prodigiosa selva di grattacieli newyorchesi in lontananza, una pallida illusione d'Istria, l'autore di queste righe ha potuto sincerarsi dell'importanza della cucina nella vita degli Istriani e del loro modo di vivere nella diaspora.

A New York, Astoria, zona dei Queens, vivono circa 20 mila Istriani. Sono Croati e in parte Italiani, cacciati dall'Istria dalla II guerra mondiale o dalle sue conseguenze. Ci sono gli optanti del 1954 [1949, and some earlier] ma anche profughi di San Saba [mostly from other camps], le cui famiglie hanno sciamato sin qui dal 1953 [and earlier] al 1960. Lungo quei sentieri già battuti, anche oggi qualche Istriano capita qui col viatico del legame parentale o patriottico.

Venire ad Astoria è un po' come ritornare in Istria, perché qui tutto trasuda istrianità. Nella chiesa del "Sangue di Gesù" due frati, Nikolić, il più anziano, e il "bodolo" Zec, più giovane, celebrano la mesa in croato. Passeggiando nelle innumerevoli vie di Astoria è impossibile non notare delle vecchie della fisionomia tipicamente istriana che chiacchierano appoggiate al recinto dei propri orti, dove ognuna coltiva superbi radicchi o pomodori. La cultura dell'alimentazione unisce qui Croati, Italiani e Dalmati. Sebbene a New York esistano 62 ristoranti italo-istriani, quando i loro proprietari desiderano gustare la vera cucina casalinga istriana, - non artefatta, non americanizzata - si recano al ristorante "Punta Dura", ad Astoria appunto, dove ai canti croati si alternano le canzoni italiane e viceversa. Anche qui gli Italiani istriani sono più vicini ai croati istriani di quanto non lo siano poniamo agli Italiani del Meridione, e non solamente per ragioni gastronomiche - dato che la cucina istriana è prevalentemente verde, mentre quella del meridione è soprattutto rossa di pomodoro, ingrediente praticamente immancabile in ogni pietanza - ma anche perché sono le loro mentalità che sono molto più simili.

Gli operosi Istriani di qui non solo coltivano le loro verdure preferite, ma producono anche i loro ottimi vini e le famose salsicce istriane. Su chi sia il miglior cuoco o vinaiolo e chi invece il miglior bongustaio o bevitore, si discute a lungo, fra l'altro, in due grandi circoli, "Il minatore" (Rudar) e Pistoia". Assieme raccolgono oltre 10 mila soci, che versano regolarmente la quota d'iscrizione. Al "Minatore" si ritrovano soprattutto Albonesi che, accanto al loro originale dialetto, coltivano la passione del calcio su uno stadio di loro proprietà. Un tempo accesi sostenitori della Jugoslavia, oggi ancora più accaniti propugnatori della Croazia, della cui causa tiene conto in particolare il loro presidente Bruno Benčić. Se quelli del "Minatore" sono un tantino focosi, quelli dell'Istria" sono più pacati, senza polarizzazioni politiche accentuate. E' una tradizione che viene portata avanti dall'odierno presidente Mario Jelčić.

Negli ambienti dell'"Istria" si è svolto recentemente un concerto con cantanti arrivati dalla madrepatria, cui hanno presenziato 700 persone. Gli emigrati, cioè gli Istriani americani, si incontrano ogni giorno nei loro club, dove anche le cuoche sono istriane a garanzia dell'originalità della cucina. Feste, battesimi, compleanni, anniversari di regola si festeggiano qui. Da poco nella zona esiste il Vukovar Social Club, a riprova che gli Istriani non sono così meschini né anti-patriottici come in Croazia vorrebbero far credere coloro che non riescono a comprendere la particolare mentalità e la particolare percezione del reale degli Istriani.

Quale importanza abbia la cucina nella vita degli Istriani e quale sia la loro vita nella diaspora ho avuto occasione di constatarlo con i coniugi Lidia e Felice Bastianich [nota], nella loro casa, al cui riatto hanno speso la bellezza di un milione di dollari, e che, vicina al mare com'è, riesce a creare, soprattutto a contrasto con la prodigiosa selva di grattacieli newyorchesi sullo sfondo,un po' d'illusione d'Istria. In una delle stanze di questa dimora c'è un tavolo disegnato dal famoso F.L. Wright. Nelle altre molti oggetti scelti con cura. Le cantine contengono 50.000 bottiglie dei più scelti e prestigiosi vini italiani e francesi, e una bottiglia speciale, del valore di 10.000 dollari, di cui lo stesso Felice non sa più dove l'abbia nascosta per paura di eventuali ladri. Però ciò che mi ha lasciato l'impressione più marcata sono state la cucina e la sala da pranzo come "living room". Questa è una casa di istriani trilingui.

La signora Erminia Motika, madre di Lidia, è stata la maestra - evidentemente brava - di Vesna Girardi-Jurkić, odierno ministro della cultura e della pubblica istruzione in Croazia, di cui è stato invece compagno di classe il figlio Franco, master in elettronica, apprezzato ricercatore dell'IBM. Il mondo è sempre più piccolo di quanto non appaia dalla finestra. Erminia, allegra e dinamica, mi dice che leggeva "Jurina i Franina" prima che io nascessi, probabilmente sin dal primo numero. Il colloquio durante la cena si svolge nelle tre lingue di casa: croata, italiana e inglese, in un eloquio sciolto e veloce, tanto che si sentono anche frasi del genere: "Give me la žlica".

L'italiana Vanda Radetti, emigrata da Fiume nel lontano 1940, chiede come si chiamano i calamari in croato e ipotizza che la parola italiana sia più bella di quella croata "lignje". Dopo cena sostengo un poker filosofico-teologico con Lidia e Vanda, che mi sottopongono al "fuoco incrociato" delle loro domande sugli aspetti più reconditi della mia spiritualità personale, esternando spiccata curiosità gnoseologica e un esplicito senso del complementare. Di tanto in tanto mi vengono in soccorso Vladimir Vladimir, un cittanovese estremamente gentile, con due nomi o due cognomi, e Felice, il quale forse preferirebbe por mano alla sua umile fisarmonica. Il mio tentativo di intonare "Avanti popolo..." non riesce ad animarlo. La discussione divampa ed io m'imbatto nuovamente in quella magica, esaltante istrianità, contrappunto tra Croati e Italiani. E s'accende la battaglia spirituale tra me, mistico cristiano non battezzato, e Lidia, già educata dalle suore e di recente ricevuta in udienza da papa Giovanni Paolo II. Mi crogiolo nell'inaspettato colloquio, inaspettato in quanto mi sorprendono questa profondità ed elasticità di spirito in persone che s'occupano di analisi di cibi e bevande e non, diciamo, dell'esegesi di Umberto Eco o Miroslav Krleža.

In questa cucina la spiritualità non è soltanto posa. Dietro quella spiritualità c'è misericordia autentica. Felice e Lidia hanno inviato al vescovo di Parenzo e Pola, monsignor Antun Bogetić, due container, uno di pasta, l'altro di giocattoli, per i profughi croati che si trovano in Istria. Nell'accomiatarmi da quella festa gastrolatro-spirituale, ad un certo punto mi dispiace di non essere Istriano, di non possedere quella ricca vivacità multiculturale e il pittoresco trilinguismo; per fortuna Felice riesce a ripescarmi dalle malinconie dell"'invidia creativa", confidandomi di aver mangiato il miglior agnello della sua vita nei dintorni della mia Karlovac.

Il giorno seguente mi sincerai di un'altra verità, forse - perché no? - la prima verità: che l'alta cucina e il piacere della tavola sono in effetti attività spirituali, creatività. Nel ristorante di Manhattan, che Lidia e Felice hanno intitolato, con una sorta di compromesso, "Felidia", capii da che parte tira il vento. Per riuscire in una New York dove ci sono oltre 10.000 ristoranti, per sfondare specialmente a Manhattan, per attirare il sindaco di New York Dinkins, Woody Allen, Paul Newman, Placido Domingo o Happy Rockefeller, bisogna avere qualcosa di più dell'immaginazione. Bisogna avere spirito.

Ci furono molti alti e bassi, ma l'istinto e l'intuito dei due autodidatti alla fine hanno avuto la meglio. Delle bevande si occupa Felice, che è anche enologo, e che nelle cantine del suo ristorante conserva il magico numero di 50.000 bottiglie dei vini più pregiati. La carta dei vini offre 800 varietà per qualità e annata. Della lista cibaria e dello styling si occupa Lidia, superstar della gastronomia americana, che di recente ha pubblicato, assieme al suo amico e collaboratore di lunga data, il giornalista Jacob Jacobson, il libro "La cucina di Lidia". Ha dato l'assalto alle vetrine e agli scaffali delle librerie di New York non soltanto con la forza delle sue ricette, ma anche con la rapsodia sentimentale della sua vita di ragazzina di Bussoler, prima della partenza per l'America. Anche se è emigrata appena dodicenne, Lidia non può dimenticare l'architettura emozionale del suo luogo natio, continuamente sorpresa da quella forza singolare, che la costringe a tornare a visitarlo..

In una recente intervista a Luciano Pavarotti, Lidia ha dimostrato, anche come giornalista e redattrice, che il successo del suo ristorante dipende dalla varietà dei suoi talenti, tra cui quello per il marketing e le pubbliche relazioni.

Sulle pareti del "Felidia" sono esposti i premi e i riconoscimenti che Lidia ha ottenuto dall'American Express e dai suoi ospiti "platinati", dal Croatian New York Club, come "Business Person" per il 1990, dall'Accademia gastronomica italiana. Quanto sia abile nel suo lavoro è comprovato dal fatto che tiene lezioni di antropologia dell'alimentazione alla Pace University e che è stata chiamata a divulgare la cucina istriana presso diverse scuole culinarie americane. Il suo talento è stato ereditato dal figlio Joseph che, a 23 anni, sta aprendo il suo primo ristorante, nell'attesa forse di incontrare anch'egli una Lidia. La quale, oltre a creare e a scolpire i suoi piatti, tanto che il ristorante potrebbe benissimo chiamarsi Fidia, li assaggia pure, e mi rivela che il suo menu preferito è: insalata di polpi e patate, fusi con capriolo e palacinche con marmellata di arance.

Me ne sono andato con la sensazione che questi Istriani newyorchesi, così infaticabili e sofisticati nella loro infinita ricchezza di emozioni e pietanze istriane, così disponibili a rivelarmi tutto, mi abbiano in effetti tenute nascoste molte cose. Trasparente e impenetrabile mistero degli Istriani.

FUSILLI AL POMODORO

per 6 persone

  • 1,5 kg di pomodori maturi smezzati
  • 16 dcl di olio extra vergine di oliva
  • mezzo cucchiaio da tè di pepe di Caienna macinato un quarto di cucchiaio da tè di sale
  • 4 etti di fusilli
  • 10 foglioline di basilico fresco tritato
  • 2,5 etti di formaggio pecorino grattugiato

1. Sbattere in un'ampia terrina il pomodoro, l'olio, pepe-sale. Lasciare a macerare per 20 minuti a temperatura ambiente.

2. Cuocere i fusilli al dente in abbondante acqua bollente salata. Scolare la pasta conservando un quarto d'acqua di cottura. Versare l'acqua sul pomodoro ed unire il basilico. Aggiungere la pasta e rimestare. Cospargere di formaggio, mescolare e servire.

Tratto da:

  • Jurina i Franina, Rivista di varia cultura istriana / n. 51 / estate-autunno 1992, p. 84-87.

Note: The author misspelled the surname as Bastiancich.


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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Wednesday, July 16, 2008; Last Updated: Thursday, July 17, 2008
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