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Processo verbale de il Placito di Risano
[Questo testo si trova al sito del Circolo di Cultura Istro-Veneta Istria in formato .pdf che e' la copia di una traduzione dal latino della relazione sul Placito di Risano.]
Quali sudditi del piissimo nostro Signor Carlo Magno, e del suo regale figlio Pipino, io, don Izzo, ed i conti Cadolao e Ajone, per volontà della santa Chiesa di Dio, ci siamo qui riuniti, nel territorio di Capris 4 , in località Risano, per giudicare alcune questioni che rigaurdano la Chiesa, per valutare le lamentele sul pagamento delle tasse governative, e quindi per giudicare i .soprusi fatti alle consuetudini del popolo, ai poveri, agli orfani, ed alle vedove. Qui, sono pure convenuti: il venerabile patriarca Fortunato, i vescovi 7 Teodoro, Leone, Staurazio, Stefano e Lorenzo, più altri maggiorenti del popolo istriano. Inoltre, abbiamo scelto a testimoniare anche 172 rappresentanti (5, cpv. 4), delle varie città e borghi fortificati 6 . Tutti hanno giurato sui santissimi Quattro Vangeli — invocando la testimonianza dei santi — che quanto diranno, senza timore di alcuno, sarà la verità. Innanzi tutto su questioni che riguardano la Chiesa metropolitana ed i suoi vescovi; poi, sulle ingiustizie che riguardano il pagamento dei tributi; infine sui soprusi perpetrati contro le antiche consuetudini del popolo, ed a danno degli orfani e delle vedove. Quindi, le singole città e borghi fortificati, hanno presentato l'elenco scritto con gli aiuti che la Chiesa non ha loro dato, come sarebbe stata antica consuetudine fin dai tempi di Costantino e del governatore militare Basilio.16 [142] Dopo di che, il patriarca di Grado, Fortunato, disse: «Non so se avete qualcosa da reclamare anche contro di me. Tutti, però sapete quali siano stati per consuetudine, e lo sono tuttora, i sussidi the la mia Chiesa a dato a voi, sebbene siate stati proprio voi ad esonerarmi dal farlo. Tuttavia, quando ne ho avuta la possibilità, io vi ho sempre aiutato e continuerò a farlo. Comunque, voi ben sapete, e lo sanno pure i giudici-ispettori qui presenti, quante offerte io abbia inviato all'imperatore al fine di ottenere la sua benevolenza su di voi. Ed ora la parola a voi! Così sia!» [143] A questo punto, tutti i presenti confermarono quanto — secondo le antiche usanze — la Chiesa aveva, più volte loro dato e si aspettavano che continuasse a dare, a meno che non fossero arrivati prima (a riscuotere i tributi) gli esattori imperiali. Dopo di che il patriarca Fortunato continuò: —Ed ora, figli miei, vi prego di dire tutta la verità sui favori che la mia Chiesa metropolitana ha fatto a tutta la popolazione dell'Istria. Allora, prima di tutti parlò il podestà 5 di Pola, che disse: «Quando nella nostra città arrivava il patriarca di Grado, accompagnato dai messi imperiali — se non doveva andare a qualche altra riunione assieme al comandante militare bizantino17 — gli andava incontro a riceverlo lo stesso vescovo della città con tutto il clero paludato a festa, con croci, ceri ed incenso, seguito dai magistrati e dal popolo con le bandiere, salmodiando, in pompa magna, corne se stesse arrivando lo stesso papa. Quindi, gli poneva ai piedi le chiavi del vescovato, che il patriarca raccoglieva e consegnava alla più alta dignità del suo seguito, fermandosi, poi, al vescovato per tre giorni, durante i quali concedeva udienza. Al quarto giorno rientrava alla sua sede di Grado». Quindi, sono stati interrogati, sotto giuramento, i podestà delle altre città, ed i comandanti dei borghi fortificati per sapere se quella era proprio la verità, e se non avevano altro da dire sul conto del patriarca. Anzi — dissero — se avesse chiesto il permesso di pascolo sul suolo pubblico, loro glielo avrebbero senz'altro concesso gratuitamente, come avevano fatto nel passato. Sui vescovi, tuttavia, avrebbero parecchie cose da dire: Capo I: — Una volta, qualsiasi regalla18 o coletta19 venisse consegnata ai funzionari dell'imperatore, metà la dava la Chiesa, e metà il popolo. Capo II: — Quando arrivavano i rappresentanti dell'imperatore, essi venivano alloggiati nei vescovati, e lì vi rimanevano finché non tornavano alla loro sede. [144] Capo III: — Mai nel passato essi avevano fatto tante illecite violazioni di contratti di enfiteusi, di livello, o di onesti accordi, quante ne fanno attualmente, ma ci regolavamo sempre secondo le nostre antiche consuetudini. Capo IV: — Mai prima erano state violate le consuetudini dei nostri avi sul diritto di erbatico c di ghiandatico. Capo V: — Mai prima fummo tassati per più di un quarto del vino. Ora i vescovi pretendono il terzo. Capo VI: — Mai prima i dipendenti della Chiesa avevano commesso sopprusi verso uomini liberi, fustigandoli o trascinandoli in tribunale. Ora, invece, ci fustigano e ci minacciano con le armi, c noi per paura del nostro signore e di conseguenza peggiori, non osiamo ribellarci. Capo VII: — Un tempo, a pagamento, si poteva tagliare fino ad un terzo del fieno sui terreni della Chiesa. Ora ci cacciano via! Capo VIII: — Una volta la pesca era libera perchè il mare era di tutti. Adesso, non possiamo più andare a pescare perchè ci prendono a frustate e ci tagliano le reti. Capo IX: — Quindi, interrogati su quanto pagavamo di tasse sotto il Governo bizantino19 — per quanto ne sapevamo — abbiamo sinceramente detto che, finché non arrivarono gli attuali governanti: Pola pagava 66 soldi mancosi20; Rovigno 40; Parenzo 66; i! territorio di Trieste 60; [145] Albona 30; Pinguente 20; Pedena 20; Montona 30; il cancelliere di Cittanova 12; che in totale erano 344 soldi. Questi soldi, poi, al tempo dei Bizantini venivano consegnati al Governo centrale di Bisanzio, ma da quando abbiamo il duca, egli li amministra nel palazzo del Fisco a Cittanova, come se fossero suoi. Eppoi, ha sequestrato: — casàl Orcione con molti oliveti; — la proprietà di casàl Petriolo, con vigne, terreni e oliveti; — la proprietà di Giovanni da Canziani21, con terre, vigne oliveti, [146] rochi e casa sua (Fig, 2); — la grande proprietà di Arbe (isola in Quarnero), con terre, vigne, oliveti e casa colonica {Fig. 5); — la proprietà di Stefano, ex comandante militare bizantino; — la casa di Geronzio22 con tutta la proprietà; — la proprietà dell'ipato23 Maurizio; — la proprietà del generale Basilio16; — quella altrettanto vasta dell'ipato Teodoro; [147] — la proprietà che tiene a Priatello ed in tanti altri luoghi, tutte con vigne ed oliveti; — a Cittanova le entrate del pubblico erario, e nello stesso palazzo vi abita anche lui; ma dentro e fuori città possiede più di 2000 contadini, che da tempo gli forniscono più di 1000 moggi24 d'olio, più di 200 anfore25 di vino, e sufficienti viveri e castagne per un intiero anno; — anche le entrate della pesca gli rendono più di 50 soldi mancosi, e da mangiare a sazietà per la sua mensa; — su tutte queste cose c'è l'interesse personale del duca, meno che su quei 344 soldi, di cui abbiamo parlato poco fa, e che dovrebbe consegnare al Governo centrale di Bisanzio. E se proprio dobbiamo dirvi tutto quel che sappiamo sul duca Giovanni, vi diremo tutta la verità: Capo 1: — ci ha tolto i boschi dove i nostri stranoni (antenati) avevano diritto di erbatico e di ghiandatico; — nelle frazioni fuori città ci ha tolto le casere dove — come vi abbiamo già detto — i nostri antenati tenevano i foraggi per il bestiame. Ora, però, Giovanni nega a noi questo diritto; — ha insediato sulle nostre terre degli Slavi pagani, che se le arano, le sarchiano, vi tagliano il foraggio, vi pascolano il bestiame, pagando l'affitto a lui; — ci ha sequestrato buoi e cavalli, e se protestiamo dicono che siamo stati noi a farli sparire; — ci ha tolto anche le frazioni comunali di campagna [casalia inferiora), che una volta pagavano le tasse al Comune, Capo II: — Nel passato, quando eravamo sudditi dei Bizantini, i nostri antenati potevano ricoprire incarichi importanti, giudici di tribunale, pretori, o loro vice. Ed a seconda della loro carica frequentavano la stessa classe sociale. Nel Congresso cittadino sedevano al posto che loro competeva a seconda della loro carica, e se qualcuno avesse ambìto ricoprire un incarico [148] superiore a quello di tribuno, poteva rivolgersi all'imperatore, che lo avrebbe nominato ìpato23, ed allora come funzionario imperiale sarebbe stato secondo soltanto ad un comandante militare; (N.d.tr.: Di quale grado, tuttavia, nessuno lo sa!); — ora, il duca Giovanni ci ha suddivisi in centene26 e ci ha passati alle dipendenze dei suoi figli, figlie e genero, che costringono i poveri a costruire i loro palazzi; — ci ha tolto l'incarico di magistrato; — non ci permette di tenere alle nostre dipendenze degli uomini liberi; — in guerra possiamo comandare soltanto i nostri servi; — ci ha tolto i nostri liberti (schiavi affrancati), che abbiamo dovuto sostituire, in casa ed in campagna, con gente foresta che non ci ubbidisce; — al tempo dei Bizantini un tribuno poteva tenere alle proprie dipendenze cinque e più famigli esonerati da tasse e servizi armati. Ora, lui ce li ha tolti; — mai prima eravamo costretti a ricoverare nelle nostre stalle e foraggiare i cavalli dei funzionari imperiali in transito; — mai prima eravamo obbligati a lavorare nei recinti del bestiame; a potare le viti; a fare la calce; a fare da muratori; a costruire capanne e lettoie; ad allevare cani per |a caccia (cfr. Kandler, op cit. pag. 14); A fare collette di pecore come dobbiamo fare ora; — una volta, per ogni bue si pagava un moggio24 di grano, e non si facevano tante collette di pecore quante ne dobbiamo fare ora, ma una volta all'anno si versava qualche pecora o qualche agnello; — eppoi, cosa che non avevamo mai fatto prima, ci costringe ad andare con le nostre navi, per conto suo, a Venezia, in Dalmazia, e su per i fiumi; e non solo lui, ma pure i suoi figli, figlie e genero; [149] — quando va a fare un'ispezione per conto dell'imperatore, o a dirigere i suoi uomini, ci porta via i cavalli; — pretende, poi, che i nostri figli gli trasportino per forza, per conto suo, dei carichi per trenta o più miglia27. Dopo di che, li spoglia di quanto hanno addosso e li rimanda indietro a piedi; i nostri cavalli, poi, li manda in Francia 13 , o li regala ai suoi uomini; — ci ha chiesto di raccogliere regalìe per l'imperatore, come facevamo ai tempi dei Bizantini, e che un rappresentante del popolo andasse pure con lui a portarle all'imperatore. Noi, allora, tutti contenti (n.d.tr.: Bugiardi!) raccoglievamo le ragalìe, ma quando si era trattato di partire, ci aveva detto che non occorreva che vi andassimo anche noi. «Le porterò io stesso e parlerò io, di voi, all'imperatore». Così, se ne partiva lui con le nostre offerte, facendosi, poi, bello lui ed i suoi figli, e lasciando noi delusi nel dolore. — Al tempo dei Bizantini, se proprio era necessario, facevamo una colletta (di pecore) all'anno, sempre alla presenza dei funzionari imperiali. Chi aveva cento pecore ne pagava una. Ora, invece, se uno ha anche soltanto tre, ne deve consegnare una, senza contare, poi, quelle che ci vengono sottratte, per conto loro, dagli esattori. E tuttociò, il duca se lo tiene per se, mentre il comandante bizantino non ci toccava mai nulla. Poi, erano sempre gli stessi delegati del popolo a consegnare le collette ai funzionari bizantini, che andavano e tornavano, sempre gli stessi, senza altre mediazioni. E queste collette, ci piaccia o no, le dobbiamo fare ogni anno, per non dire tutti i giorni; — inoltre, abbiamo dovuto dare per tre anni consecutivi le decime28 della Chiesa a quei dannati Slavi pagani, che per colpa di Giovanni e nostra dannazione, si sono insediati sulle terre della Chiesa e del popolo; — le prestazioni di lavoro e le imposizioni di cui vi abbiamo parlato, ci sono state imposte con la forza; ciò non era mai accaduto ai nostri antenati, per cui, ora, siamo caduti in miseria, si [150] beffano dei nostri stranonni, e non solo loro, ma anche i nostri confinanti di Venezia, di Dalmazia, e gli stessi Bizantini di cui eravamo sudditi; — se il nostro Signore, l'imperatore Carlo ci aiuterà, potremo ancora sopravvivere, altrimenti, è meglio morire che vivere così! Il duca Giovanni, allora, così rispose: — io ritenevo che i boschi e i pascoli di cui parlate, potessero venire coltivati non soltanto da voi, ma pure da altri per conto dell'imperatore, e che non fossero proprietà esclusiva dei contadini. Se però, le cose stanno come dite voi, io non me ne servirò più; — per quanto riguarda la colletta di pecore, io non vi ho mai chiesto pù di quanto non fosse già nelle vostre abitudini. E lo stesso vale anche per le regalìe all'imperatore; — ad ogni modo, se non siete contenti di lavorare per me, di farni dei trasporti via mare della mia roba, di farmi dei servizi, o di fornirmi uomini c cavalli per i miei carichi, vuol dire che non ve lo chiederò più; — i liberti ritornino pure a voi secondo le vostre antiche consuetudini; — anche gli uomini liberi, stiano pure al vostro servizio, purché siano rispettosi dell'autorità del nostro Signore; — gli stranieri sui vostri campi passino pure anch'essi sotto di voi; — gli Slavi di cui mi parlate, andiamo un po' a vedere dove risiedono. E se non vi fanno danni, siano liberi di restare o di andarsene dove vogliono; se, invece, vi fanno danni ai boschi, ai campi, agli orti, ai vigneti, o dovunque sia, mandiamoli via; oppure, se lo preferite, mandiamoli a lavorare le terre incolte, dove possano stare senza fare danni, e possano rendersi utili come tutti gli altri. A questo punto, noi gindici imperiali abbiamo ottenuto formale promessa dal duca Giovanni, che avrebbe posto rimedio a tutti i reclami fatti; — di non violare mai piu il dirirto di erbatico e di ghiandatico; — di non iinporre mai più lavori obbligatori; — di non ordinare mai più collette costrittive; — di non insediare mai più coloni slavi sulle terre pubbliche; — di non obbligare i figli dei sudditi a trasportare carichi per lui; — di non porre limiti o imposizioni sulla pesca e sulla navigazione. [151] Tali promesse sono state fatte alla presenza di Damiano, Onorato e Gregorio (tre nobili testimoni istriani). Da parte sua, il popolo si impegna a non tenere mai più nascosti quegli intrighi, affinché il malvezzo non debba ripetersi. Tuttavia, sc il popolo continuera a ricevere soprusi e prepotenze da parte del duca, dei suoi eredi, o da chiunque altro, la questione verrà sanata a termini di legge. Qualora insorgessero altri motivi di malcontento tra il popolo, il patriarca Fortunato, i vescovi, il duca Giovanni, o altri, su questioni già riferite dai giurati e scritte sulk note da essi presentate, dovranno subito venire emendati. E se qualcuno non si atterrà a queste disposizioni, verrà colpito dal Governo centrale con una multa di nove libbre29 di mancosi d'oro. Queste decisioni e questi accordi sono stati presi da noi giudici imperiali, don Izzo, Cadolao e Ajone, ed in nostra presenza sottoscritti da: + Fortunato, patriarca per misericordia di Dio, ho firmato di mio pugno 1e promesse fatte con il soprascritto documento; + duca Giovanni, ho firmato di mio pugno le promesse fatte con il soprascritto documento; + Teodoro, vescovo, ...; + Stefano, vescovo, ,..; + Leone, vescovo, ...; + Lorenzo, vescovo, ... Ed io, Pietro peccatore, diacono di santa Chiesa metropolitana Aquileiese, per ordine del mio signore Fortunato, patriarca santissimo, del glorioso duca Giovanni, dei sopracitati vescovi, e dei nobili testimoni del popolo istriano, ho messo per iscritto queste promesse, e dopo averle fatte firmare ho legalizzato il documento. |
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Note:
Sources: See also: |
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This page compliments of Marisa Ciceran Created: Sunday, February
03, 2002; Updated
Tuesday, June 26, 2007
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