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IL BACINO DEL BOTTONEGO |
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Zamasco - Žamask
Non si conosce nulla della storia di Zamasco prima del XII secolo: si sa soltanto che fece parte dei beni donati dagli imperatori germanici ai vescovi di Parenzo; ciò risulta dagli atti in cui si rileva che il vescovo parentino Pietro, nel 1177, riuscisse a procurarsi un privilegio dal papa Alessandro III, che si trovava a Venezia per la pace con l'imperatore Federico detto Barbarossa. [821] Tale privilegio gli conferì ecclesiasticamente la chiesa pievanale di Zamasco con la protezione apostolica. Risale al 1178 anche la cappella gotica che si trova nella chiesa parrocchiale di S. Michele; tutto ciò fa ritenere che in quel tempo il borgo avesse una certa importanza. Nei secoli seguenti Zamasco, non si sa come, pervenne alla contea di Pisino probabilmente sottratto ai vescovi di Parenzo con metodi poco ortodossi, se non proprio con la prepotenza, dai conti goriziani i quali dominavano in quell'epoca la parte interna dell'Istria. Nell'urbano di Pisino del 1498 il paese è indicato con il nome germanizzato di Samaskh. Zamasco rimase in quel tempo, pur sotto dominio comitale, soggetta alla giurisdizione di nobili famiglie montonesi cui erano devolute le decime dei raccolti. Questi emolumenti furono per lungo tempo motivo di litigi tra l'amministrazione di Pisino che aveva sottomesso Zamasco alla vicina Caschierga, ed il Comune di Montona che aveva fatto un atto di dedizione a Venezia. L'evento storico che determinò il destino di Zamasco per la durata di quattro secoli fu la guerra dei primi anni del '500 e la successiva pace di Worms del 1523, ratificata dal lodo arbitrale di Trento del 1535. La vittoria dei Veneziani sui patriarchi d'Aquileia e la scomparsa del potere temporale di quest'ultimi sul territorio istriano, portò il confine veneto fino al [822] paese di Zamasco. Coloro che fissarono i confini tra i domini della Serenissima e quelli della Contea austriaca, divenuta tale nel 1374 con la morte di Alberto IV conte di Pisino, furono i precursori di coloro che, dopo quest'ultima guerra, divisero in due parti la città di Gorizia. Allora, il confine fu fissato circa lungo la linnea mediana del paese e divideva esattamente a metà la chiesa parrocchiale, per cui la parte occidentale verso il mare, più grande, rimase veneta e la parte orientale, verso i monti, divenne territorio austriaco. Questa linea confinaria assurda, illogica ed irregolare dette adito a infinite contese fra le diverse autorità; gli stessi abitanti nel tempo si differenziarono e, mentre il nome Zamasco rimase alla parte austriaca del paese, i popolani sotto il dominio veneto iniziarono ad indicare la loro parte del villaggio con il nome di Zumesco. |
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Negli anni seguenti furono nominate varie commissioni per risolvere il delicato problema ma non fu raggiunto mai alcun accordo. A volte gli imperiali spostavano le pietra confinarie e, appoggiati dal presidio di Pisino, effettuavano incursioni in territorio veneto, lungo tutto il promontorio fino a S. Bartolomeo o S. Bortolo, la vasta palude sulla sponda destra del Monfrini che era stata acquistata dalla Comunità di Zumesco nel 1693. Causa le continue devastazioni le campagne sul lato occidentale si immiserirono e la popolazione di Zumesco diminuì mentre Zamasco ebbe un incremento di famiglie, per la maggior parte croate e bosniache, che furono qui insediate dai diversi proprietari della Contea nel XVII secolo. Queste divergenze continuarono fino alla caduta della Serenissima per cui si conoscono fatti particolari riferiti nei rapporti dei capitani veneti. Nel 1717 il capitano di Pisino de Calò causò grandi danni ai sudditi veneti ed imprigionò a [823] Pisino lo zuppano di Zumesco. Nuovamente nel 1759 e nel 1762 si ripeterono le violenze ai danni dei Veneti. Fino all'ultimo Venezia non cedette un palmo del territorio e, ancora nel 1788, assegnò ai Polesini di Montona le decime di Zumesco in occasione dell'assegnazione del titolo di marchesi ai membri della famiglia. Da allora la signoria di Zamasco che comprendeva anche Caldier e Novacco, venne eretta a marchesato. La signoria, almeno in parte, era possedimento dei Polesini sin dal XIV secolo. Durante la parentesi napoleonica dei primi anni dell'800, Zamasco subì ancora l'assurda divisione del paese attraversato dalla linea confinaria tra il Regno Italico e l'Austria. Solamente dopo la restaurazione austriaca tale stato di cose finì. Ancora nel 1869, dopo l'eliminazione dei feudi privati in Istria avvenuta nel 1848, continuò la liquidazione dei diritti feudali agli eredi Polesini. |
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A Zamasco si arriva da Caschierga o Villa Padova, lungo una strada asfaltata panoramica che passa sotto le pendici settentrionali dal monte Berdo e poi corre sul crinale che divide la valle del torrente Zamasco da quella delv torrente Monfrini. È un itinerario interessante per gli incantevoli panorami che si possono godere lungo questa arteria da ambo i lati, fra campagne, pascoli, vigneti e boschetti; già da lontano si vede lo svettante campanile di Zamasco e, sulla sinistra, verso occidente, si possono ammirare i paesi di Prodani, Lazze e Caldier. In fondo, Montona spunta alla sommità del suo colle. Prima di arrivare a Zamasco, un bivio porta alle case di Dantignani poste sotto Zamasco sul versante orientale; subito dopo un altro bivio scende a destra, verso occidente sulle case di Petecli e Cottighi, tutte frazioni di Zamasco. Sono vecchie case contadine situate in posizioni panoramiche eccezionali. A Petecli, alla fine del villaggio, una carrareccia scende verso la valle del torrente Monfrini fino alla chiesetta dedicata a S. M. Maddalena; è un'antica chiesetta campestre filiale di S. Michele di Zamasco. È in cattivo stato di conservazione ma [824] ancora oggi, al giorno della festa della Madonna, vi si celebra la Santa Messa. |
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Si arriva a Zamasco in leggera salita e subito si prospettano due chiese poste a 100 m di distanza l'una dall'altra. La prima, in posizione più bassa, volta ad occidente, è diroccata, con il tetto crollato: era la vecchia parrocchiale ed era dedicata a San Martino. Sul portale si legge la data del 1868, forse quella dell'ultimo restauro. L'altra, rimessa a nuovo e ben dipinta è la chiesa di S. Michele Arcangelo; stranamente è rivolta ad oriente ed il campanile cuspidato è staccato e posto sul retro della chiesa in posizione dominante. L'interno è ben conservato e con un bell'altare. Sul sagrato attorno alla chiesa c'è il cimitero creato su un terrapieno contenuto da un alto muro in arenaria ed abbellito dalla presenza di grandi lodogni, i popolari boboleri, e da un paesaggio agreste con campi di cavoli, verze e grandi miede o covoni di fieno.
Le case rustiche di questo paese si vedono ora nella maggior parte ristrutturate e ben tenute e dipinte con belle tinte, armoniosamente accostate a quelle case che ancora mostrano l'arenaria nuda. Fra le case si vedono vecchi pozzi in pietra, stalle, fienili e galline razzolanti. Delle probabili antiche fortificazioni medioevali non si notano tracce rilevanti. La strada finisce al limite del paese ed è obbligatorio ritornare al piano ripassando per Caschierga. Prestando attenzione alla natura incontaminata del luogo, nell'aria tersa si possono individuare ancora qualche falco, o sparviere che sono i pochi esemplari rimasti, discendenti da quei campioni decantati, durante il rinascimento, dai duchi e dai principi italiani che qui mandavano i loro incaricati a prendere, con il consenso dei possessori del feudo, questi rapaci per addestrarli alla caccia. Tratto da:
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This page compliments of Marisa Ciceran
Created: Sunday, June 29, 2008; Last updated: Monday June 30, 2008 |