Nell'estrema parte meridionale dell'agro di Pola,nel lato orientale, su
un rialzo del terreno della bassa Polesana, a 61 m di quota, sorge il
villaggio di Lisignano. Anche questo è uno di quei pochi paesi,
esattamente dodici, che riuscirono a sopravvivere alle pestilenze che
imperarono dal XIII al XVII secolo. È un villaggio la cui origine è
datata al I secolo a.C. quando l'agro di Pola venne diviso in centurie
che vennero cedute in proprietà ai legionari romani ormai alla fine
della loro carriera militare. Lisignano perciò, ebbe, al tempo di Roma,
il nome Licinianum o forse Liciniana, ed appartenne ad una
"sors" della gente Licinia. Numerosi ritrovamenti di quell'epoca, quali
murature, monete, sepolcri e pietre scolpite attestano l'esistenza e
testimoniano l'importanza che ebbe questa località. Le cose più notevoli
reperite sono due tombe trovate nella campagna a sud-ovest del
villaggio; una delle due conteneva un'urna di vetro. Fu trovata anche
un'ara marmorea, che si trova al museo di Pola, in cui si parla di un
santuario di Libero Augusto restaurato a spese di uno schiavo imperiale,
probabilmente addetto a qualche predio imperiale in questo territorio.
Furono trovati reperti anche bizantini, dei quali il più significativo è
un pluteo venuto alla luce nel 1906 allorché fu costruita la nuova
sacrestia della parrocchiale. Questo pluteo, del VII secolo, è quanto
rimane dell'antica chiesa che si trovava al posto dell'attuale.
Lisignano è nominato nel 1149 come Lisianum, nell'atto di
obbedienza a Venezia firmato a Pola in quell'anno. Lisignano è nominato
ancora nel 1243 quando assieme a Pola distrutta dai Veneziani, un certo
Redulfus de Usignolo dovette firmare un atto di amicizia con la città
veneta; ma il De Franceschi chiamò Benedictus colui il quale firmò a
nome della villa la sua accettazione dell'obbligo d'amicizia.
Da tale documento risulta che ancora nel 1243 Lisignano aveva una
popolazione italiana. Lisignano fu un possedimento dei vescovi di Pola e
dal 1331 fu accorpato, assieme ad altre località, alla Regalia di
Di-gnano, che era un beneficio a favore dei patriarchi di Aquileia.
Negli anni successivi, le pestilenze succedutesi alle tante guerre fra i
patriarchi, i Veneziani ed i conti di Gorizia colpirono anche Lisignano,
che rimase
quasi deserta e ridotta in rovina. Nel 1581, sotto la reggenza del
provveditore veneto Marin Malipiero, arrivarono le prime famiglie slave
profughe dalla Dalmazia e furono insediate nelle case e nelle campagne
abbandonate situate sul confine di Sissano. Fino ad allora la
popolazione italiana, che in un paio di secoli si era estremamente
assottigliata e che parlava l'istrioto,non ebbe contaminazioni con i
nuovi arrivati. Le susseguenti immigrazioni portarono la popolazione
slava in maggioranza. Nel 1588 arrivarono altre 18 famiglie dalla
Dalmazia che il provveditore Salomon sistemò parte a Lisignano e parte a
Sissano. Ancora nel 1590 il provveditore Memmo collocò altri Morlacchi
sui terreni incolti di Lisignano. Agli abitanti del villaggio, ormai per
la maggior parte slavi, il governo veneto concesse l'investitura di 500
campi nella contrada Merlere. La pestilenza del 1630 colpì
particolarmente

l'Istria ed anche Lisignano ne portò le conseguenze, tanto che nel
1650 il governo veneto accettò 12 famiglie dalmate condotte dal capo
Micula Pertorich o Percovich; a queste furono forniti aiuti e concessi
terreni a Lisignano.
Le peschiere attorno agli isolotti Levano piccolo e grande furono
affittate da Francesco Smergo di Pola mentre quelle di Porto Cuie furono
appaltate dal rovi-gnese Zuanne Sbisà. Il villaggio fu comune censuario
di Pola e la chiesa di Lisignano era parrocchia soggetta al vicariato di
Pola. Fu resa indipendente nel 1582, quando ebbe un proprio parroco. Il
clero slavo fu notevolmente influenzato dalla politica nazionalistica
suggerita, nell'altro secolo, dal deputato croato Laginja. Il prete di
Lisignano don Luca Kirac, ritenuto filoserbo, venne internato dagli
Austriaci nel 1914. Lisignano si trova in una splendida posizione con
una vista panoramica eccezionale sul promontorio delle Merlere che si
spinge nel Quarnero. È un terreno carsico, ricco di erbe odorose e poco
guastato da insediamenti umani; anche lungo la costa disabitata la
natura si è mantenuta praticamente intatta. Il borgo ha ancora le sue
antiche case in pietra calcarea a vista, qualcuna purtroppo in rovina
causa l'esodo di parte degli abitanti.
Nel paese un campanile alto 30 m,
attaccato alla chiesa parrocchiale dedicata a S. Martino, spunta
alto e bianco sopra le basse case. La chiesa esisteva prima del 1680,
poi è stata ricostruita totalmente e riconsacrata nel 1881 dal vescovo
Glavina; dipende dal decanato polese. La chiesa di S. Martino è a
triplice navata; l'abside è semicircolare esterna come pure le due
absidiole delle navate laterali. La facciata della chiesa è armoniosa ed
il campanile, con doppio coronamento, porta una torre a pianta quadrata
come pure la cuspide, tutto circondato da una balaustra in pietra con
quattro pinacoli ai lati. L'interno della chiesa presenta i soffitti
decorati, a cassettoni in chiaro-scuro quelli delle navate laterali.
Contiene cinque altari ed il pavimento ha, ancora in parte, il suo
rivestimento in pietra di un tempo. Nei pressi della parrocchiale, nel
1906, è stato rinvenuto un pluteo con l'ornamento bizantino ad
intreccio, della seconda metà del X secolo.
Nel villaggio esiste ancora una chiesetta, la bella costruzione della
Madonna delle Grazie con un campaniletto a torre sulla facciata,
con cuspide quadrata. L'abside semicircolare contiene l'altare della
madonna. L'interno è in fase di restauro mentre all'esterno porta ancora
il vecchio intonaco ingrigito. Questa chiesetta e la cappella di S.
Michele, scomparsa, erano dipendenti dalla parrocchiale. Il
territorio che circonda Lisignano è formato, come tutte le località
dalla Polesana,da antiche contrade i cui nomi ora non sono più usati. Ad
ovest si trova Guargnàn, detto anche Quargnàn e
Arganàn, una contrada che l'imperatore Corrado II donò nel 1028 al
vescovo di Pola. Qui esisteva un abitato, che nel 1149 aveva il nome di
Quarnianum, quando giurò obbedienza al doge di Venezia, ed aveva
una chiesa dedicata a S. Giovanni de Guargnano,come risulta da un documento del 1757. Ora non esiste più nulla e la zona è
chiamata con il nome slavizzato Zampirovizza, per esser stato un
possedimento di un Zam-piero, come i veneti chiamavano i Gian Pietro.
A nord di Lisignano esisteva una "sors" romana, chiamata
Arignanum, che confinava con il territorio di Sissano. Anche di
questa località rimangono ruderi sparsi nella campagna. Arignano venne
accorpato dal De Franceschi con la vicina Guargnàn facendone un
tutt'uno,ma nel 1149 anche Arignano od Argnàn giurò
obbedienza al doge e nel 1189 venne inglobato nel "feudo Morosini"
trasmesso per investitura dal vescovo Ubaldo, mentre Guargnàn rimase
possesso dei vescovi di Pola. Di questa località è rimasto il nome nella
Stanzia Arenani. In questa contrada tra Sissano e Lisignano ed anche in
Suargnàn, in territorio di Sissano, nel 1586, la famiglia di Isabella
Fle-bra da Cipro ottenne 103 campi con il dovere di coltivarli entro due
anni. Arignano fu detto anche Areano o Arriàn secondo lo
Schiavuzzi.
Il territorio di Lisignano termina verso nord nella Draga di Canale
che un tempo si chiamava Canai Passadori, a meridione del monte della
Madonna. Dalla Draga la costa scende a sud verso punta Palerà e si
arriva in vai Cariga-dòr il cui nome ricorda l'antico sito di carico,
sui battelli, della legna da ardere colta nel vicino bosco che copriva
la Mala Draga, la contrada Coletti ora detta Glaricina e la stessa
Palerà che sovrasta l'omonima punta. Dalla vai Carigadòr si entra
nell'ampia insenatura chiamata Porto Cuie. Un tempo, nel 1197, qui
esisteva una località chiamata Cuie, posta in fondo
all'insenatura. Fu un villaggio romano e ciò è dimostrato dai tanti
reperti archeologici dell'epoca quali capitelli, fregi, una lucerna
paleocristiana con un'immagine umana ed una lapide dedicata a Liber
Augustus. A questo dio pagano era stato qui eretto un tempio, poi
restaurato per incarico di Ottaviano Augusto che aveva in questo sito un
suo possedimento. Nelle vicinanze del molo, posto nell'insenatura di
Porto Cuie sono stati reperiti i resti di una villa rustica romana.
Questa località venne a far parte, nel VI secolo, del "feudo di S.
Apollinare" istituito da Giustiniano a favore dell'arcivescovo di
Ravenna. Verso la fine del XII secolo i vescovi di Pola avevano diritto
alle decime che poi, nel 1336, infeudarono ai Castropola.
Ancora nel 1452 venne indicata la chiesa di San Tommaso de Cuie
e da allora venne nominata solamente in funzione delle contrade nel
1472, e del porto nel 1636, segno che il paese era abbandonato ed in
rovina, causa le pestilenze e la malaria. Fino all'inizio dell'ultima
guerra mondiale, in questa insenatura, oltre a un paio di rifugi di
pescatori, si trovava solamente la chiesetta dedicata alla Madonna di
Cuie, costruita sopra un rialzo che lo Schiavuzzi ritenne esser un
cumulo di rovine. Fu costruita nel 1600 ed è stata oggetto di restauro
recentemente. Durante il rifacimento del pavimento, ultimamente, hanno
scoperto l'esistenza, al di sotto dello stesso, di murature antiche,
probabilmente di epoca bizantina, se non romana. Gli archeologi hanno
trovato inoltre numerosi reperti ed oggetti di quei tempi lontani. La
chiesetta, rivolta ad occidente, domina la baia di Cuie; il campaniletto
a vela contiene una piccola campana nel monoforo. La muratura della
chiesa dimostra che la parte absidale è stata eretta in epoca
successiva. Alla Madonna di Cuie si arriva lungo uno sterrato che sale
dalla baietta. Ora Porto Cuie è sede di casette estive residenziali ed
un paio di moletti forniscono riparo ai motoscafi ed ai gommoni dei
turisti. È stata pure rifatta la strada, un tempo una carrareccia, che
da Lisignano scende al porto e prosegue poi per le Merlere. È una zona
ideale per la caccia a fagiani, lepri e pernici.
A sud di Porto Cuie si trovano punta Uliva e punta Grossa, un
promontorio arrotondato che a sud forma, con punta Merlerà, la bella
baietta di Val Cunis-sela. Punta Grossa fu proprietà nel secolo XVIII
della famiglia veneziana Re-nier Zen della riva di Biasio. Punta Merlerà
e punta Greca segnano il limite del tavolato erboso chiamato Pian dei
Greci che è il tratto terminale della contrada Merlerà o Merlere,
com'era chiamata secoli or sono. Alle Merlere furono trovati grandi
depositi di saldarne, quella preziosa ed unica sabbia quarzifera che fu
la materia prima delle vetrerie di Murano. Tra punta Greca e Capo
Pro-montore si apre il bellissimo golfo di Medolino. La contrada delle
Merlere, nome romantico, pare non sia stata mai abitata e non si
sono trovate tracce di alcun villaggio, ma sulla mappa che si trova al
Museo Correr a Venezia, sono segnati in questo posto simboli di case e,
più ad est, uno stagno. Questo promontorio, nudo, senza un albero,
calcareo e pieno di ruvide ma odorose erbacce, oggi è considerato sotto
una prospettiva diversa: qualche casa è sorta, infatti, in funzione
turistica data la bellezza, pur selvaggia, del luogo.
Le Merlere furono usate dagli abitanti di Lisignano ed anche di
Medolino per gli estesi campì e le belle praterie sulle quali, ancora
qualche decennio fa, si vedevano bianche mandrie di buoi al pascolo.
Il nome Pian dei Greci è derivato dalla presenza di famiglie greche
che nel 1558 vi si insediarono, d'accordo con il governo veneto. Anche i
Bolognesi di Sabba de Franceschi ebbero assegnati nel 1561 terreni in
questa località ma
Tratto da:
- Dario Alberi. ISTRIA - storia, arte, cultura. LINT
(Trieste, 1997), p. 1827-33. All copyrights reserved by the author and
publisher. This book is generally available at Italian bookstores.
- Fotografia - courtesia di Marisa Ciceran.