Introduzione - Il suolo e mare.

§ 1. GEOGRAFIA

1. La provincia odierna dell'Istria in senso lato si compone di due regioni nettamente fra loro distinte: la Carsia, o Istria montana, e d'Istria propriamente detta, o Istria marittima. La prima è un vasto altipiano che si estende da Sud-Est a Nord-Ovest, terminato dalle Alpi, dai Vena, dal golfo di Fiume e da quello di Trieste; -- la seconda va degradando verso il mare, confinato da un lato dai monti Vena e da tre altri lati dall'Adriatico.

2. Le Alpi, dopo d'avere recinto le province settentrionali dell'Italia, dai passo della Pontebba-Tarvisio piegano verso Sud-Est, prendendo il nome di Alpi Giulie. A guisa di ripida e stretta muraglia questa catena procede fra le vaili della. Sava e dell'Isonzo, alta in media dai 2000-2400 m., colle cime del Tricorno (la massima sua elevazione a 2864 m.), del M. Nero 1843 m., e del Borodino 1629. La rinforzano verso l'Isonzo vasti altipiani selvosi fra i quali emerge, alto da 900-1000 m., quello della Selva Piro (l'«Ad Pirum» dei Romani), dominato dalla cima dei Nanos (o Monte 'Re), alto 1294 m.

Sul limite Sud-Ovest della detta catena delle Giulie e della Selva Piro il suolo si abbassa fortemente e forma un'ampia e comoda via naturale, non più alta in media di 400 m., via [10] che mette in comunicazione la valle della Sava col basso Isonzo e colla pianura Padana. Dalla valle della Lubiana .e da Nauporto (Oberlaibach) a 281 m., questa via principale sale lentamente per Longatico (Loitsch, m. 474), per il passo di Postumia (le Arae Postumiae dei Romani, l'Arenberg, poi Adlersberg e Adelsberg dei Tedeschi, m. 540), e per la Piuca sino a Prevald (il colle Razderto), ove raggiunge la massima elevazione con 560 m.; poscia, costeggiando sempre la Selva Piro, scende ripida lungo la valle del Vippaco per S. Vito m. 175, Aidussina m. 109 e finisce sotto Gorizia nell'Isonzo.

Una seconda via, più breve ma più ardua e scoscesa, si stacca dalla precedente nei pressi di Longatico, sale per il dosso che unisce la selva Piro con quella di Ternova, raggiunge il suo culmine ad Harusiza o S. Geltrude — ad Pirum, Summas Alpes dell'Itinerario Jerosolimitano — con 867 rn., per discendere poscia a Podkrai 799 m., a Zoll 619 m. e continuare sino ad Aidussina ed all'Isonzo.

Oneste due vie che si fondono in una sola, sono la grande «Porta orientale» dell'Italia, aperta dalla natura attraverso le Giulie fra le valli della Sava e quella del Po. Per questa via scesero i Veneti ed i Celti quando vennero ad occupare le nostre contrade, per questa via i veterani del triumviro Ottaviano mossero contro i Pannoni quando minacciosi si apprestavano ad invadere l'Italia, su questa via s'incontrarono i legionari dei Cesari in guerra fra loro per il serto imperiale. E quando andò diruto il grande vallo (e. III, 10) e mancò il legionario alla difesa di questa porta (c. III, 28), per essa v'irruppero le orde barbariche degli Unni, dei Visigoti, degli Ostrogoti, degli Avari, dei Longobardi, degli Slavi e dei Magiari; e poscia, declinando la forza italica, dapprima gl'imperatori di Germania, da ultimo i sovrani d'Austria la vollero e la tennero aperta per invadere e dominare l'Italia; sino a che dopo quindici secoli fu nuovamente chiusa e sbarrata dal valore del milite, italiano. Di qui non si passa!

A mezzogiorno di questa via naturale aperta, come abbiamo veduto, fra la valle della Sava e l'Adriatico superiore, il suolo si eleva nuovamente, formando piuttosto dei gruppi che procedendo a catena regolare continua. Le sue cime sono meno [11] elevate, i suoi dossi meno ripidi ed ardui, e quindi più facilmente accessibili. Ha principio ad oriente di Postumia col gruppo del M. Pomario (M. Javornik), che s'innalza tosto a 1270 m., raggiunge nel M. Nevoso — l'Albio o M. Albano degli antichi — la massima elevazione a 1796 m., e continua sino al Monte Bittorai (presso lo scoglio di S. Marco dinanzi all'estrema punta dell'isola di Veglia), monte che dalla maggior parte dei geografi viene considerato quale l'estremo limite delle Alpi Giulie e principio delle Alpi Dinariche.

3. Ad occidente di questa catena delle Giulie o catena del Nevoso, si estende un vasto altipiano fra il golfo di Fiume ed il golfo di Trieste, diviso in due parti fra loro disuguali da una linea di alture alta in media per 1000 metri all'incirca, e che staccandosi dal Nevoso, si eleva nel Catalano a 1135 m., nel Terstenico a 1263 m., nel Riesca a 932 m., nel Baredine a 707 m., segna lo spartiacque fra il Timavo e la Fiumara, e col Sia m. 1234 e coll'Alpe Grande (il Planik) m. 1276 si lega alla catena dei Vena, dai quali per i monti Caldiera va a finire nel Quarnaro colla punta Negra presso Fianona.(1) La porzione orientale di questo altipiano, la più breve e più ristretta, scende ripida verso il golfo di Fiume, attraversata dalla Fiumara. La sua costa non dista dal surricordato spartiacque segnato dal Catalano e dal Terstenieo più di otto chilometri. Viene chiamata di solito anche «Regione Liburnica», perchè l'imperatore Augusto, nella circoscrizione ch'egli fece dell'impero romano, l'aveva assegnata alla Liburnia, parte della provincia dell'Illiria.

Più esteso all'incontro è il tratto occidentale, che si prolunga per oltre 32 chi., e con lento pendio giunge al Vippaco, all'Isonzo ed al mare che ne segnano l'ultimo confine. Chiamasi a1tipian della Carsia, ed in parte anche «territorio dei Cicci» dal popolo di razza rumena che vi si stanziò nel secolo XIV.

[12] Questo altipiano della Carsia è in massima parte brullo e sassoso, un ammucchiamento caotico di sassi e scheggie e macigni, quasi un enorme scheletro geologico denudato dal suo antico rivestimento di terra vegetale. Le caverne, le foibe e le fratture dei calcari ne formano i caratteri più salienti.

4. Le caverne, appena accennate nel Bresciano, e più frequenti nella regione delle Carniche, qui sulla Carsia costituiscono uno dei suoi caratteri dominanti. Dovute, come ritiensi, ad enormi pressioni laterali esercitate sugli strati subacquei nel periodo della loro primiera formazione, corrose e lavorate poscia nelle pareti interne dall'azione meccanica e chimica delle acque, devono al costante e lento stillicidio attraverso le fratture del calcare quella ricchezza di stalattiti e stalagmiti, mirabili per forma e varietà, che le rendono una delle meraviglie del mondo sotterraneo. La grotta di Postumia (Adelsberg) gode per tale ragione fama mondiale. Per grandiosità ed orridezza — da ricordare l'Inferno di Dante — va celebre la grotta di S. Canziano, in cui s'inabissa il Timavo superiore.(2)

Le foibe, (dal latino «fovea», dette con voce slava anche «doline») devono la loro origine allo sprofondarsi del coperchio delle sottostanti caverne, arrotondate poscia a forma d'imbuto dal lavorio delle acque e degli altri agenti atmosferici. Quasi tutte nel loro fondo possiedono delle fessure per le quali le acque piovane che vi si radunano possono continuare a scorrere nel sottosuolo, sia per sfociare in altre caverne, sia per assommarsi ad altri corsi d'acqua. Tipica e notissima per tali caratteri è la Foiba di Pisino (nell'Istria pedemontana).

[13] Oli strati calcari, consolidandosi e restringendosi nei tempi remoti durante il periodo dell'indurimento, vennero solcati in tutti i sensi da innumerevoli fratture per le quali l'acqua piovana filtra verso il basso sino a raggiungere lo strato impermeabile del sottosuolo. Qui si formano dei ruscelli perenni, esili all'origine e che vanno nel loro corso ingrossando per l'acqua che continuamente si filtra loro per le 'fenditure delle sovrastanti rocce.(3)

Ed è perciò che il Carso è da molti assomigliato ad una colossale spugna pietrificata.

Indarno quindi si cercherebbero sul Carso quei fiumi, quei torrenti, quei ruscelli di cui è sì ricca la regione alpina; poche e rare sono le sorgenti d'acqua. Le pioggie che vi cadono copiosissime in autunno e in primavera, scarseggiano d'inverno, e sono molto rare o mancano affatto nell'estate. L'aria, riscaldata dalla vampa del sole e dall'irradiazione della nuda roccia, straordinariamente si dissecca: per la rapida evaporazione del suolo ben presto ogni filo d'erba scompare, ed in piena estate il Carso, in mezzo ad un mare di calore e di luce, s'assomiglia ad un deserto di pietre. Oli inverni sono freddissimi con notevoli sbalzi di temperatura che portano ad una temperatura media annuale di 11°, mentre la stessa temperatura a Gorizia è di 13.1, a Trieste 14.2, a Pola 15.1.

Per la scarsa elevazione dell'altipiano e per la sua estrema aridità le nubi che vengono dal mare, per giorni e giorni, per settimane e settimane vi corrono sopra senza lasciarvi cadere una goccia d'acqua e continuano la loro via sino ai punti più elevati coperti da selve, giacenti oltre il Carso. Dalla differenza di temperatura fra la nostra regione al di qua, e quella al di là della catena alpina, nascono di tempo in tempo que' subiti squilibri atmosferici che generano venti infuriati - la bora - tanto dannosi alla vegetazione e all'uomo stesso. Il vento, turbinando sul pianoro,

[14] Spazza le ultime briciole di terra che rimasero tra sasso e sasso, ed il deserto si allarga, e solo brevi tratti più riparati ed alti, solo qua e là le pareti interne delle foibe si vedono coperte da faggi, ultimo avanzo delle fitte boscaglie che un dì coprivano questa regione. Attorno ai villaggi, o sul fondo delle vallicole e delle foibe, ove si potè raccogliere uno strato di terra rossa ocracea molto ferace, si mostrano quali oasi brevi tratti di suolo coltivato. L'imboscamento del Carso, incominciato già nel 1881 e rimasto sospeso ed in parte danneggiato durante la guerra, sarebbe di grande beneficio non soltanto a questa regione, ma all'Istria tutta, apportando maggior quantità di pioggie e regolarità nelle stagioni. L'olivo e la vite non allignano sull'altipiano della Carsia; scarso è il raccolto dei cereali. Il carbone (dolce), le legna da fuoco, le pecore, e quindi la lana ed il formaggio, sono i prodotti di questa zona montana dell'Istria.

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5. Quanto ricco è il sottosuolo, altrettanto povera d'acque è la superficie. Radunate in gran copia nelle caverne, le acque corrono sotterra, poi ad un tratto, ove è più basso il livello del suolo, o particolari condizioni del suolo lo permettono, escono quali torrenti alla superficie per essere dopo breve corso da altre caverne inghiottite. Un esempio lo abbiamo nella Piuca, che nata non lungi dal Nevoso, si getta nella grotta di Postumia: poi si perde sotterra; ritorna quindi sopra il suolo nei pressi di Pianura col nome di Uncia, dopo lunghi e tortuosi giri scende per la terza volta sotto terra, per ricomparire alla luce col nome di Lubiana e finire nella Sava.

Non meno celebre è in tale riguardo il Timavo, che speciale celebrità godeva nei tempi antichi e gode anche al presente.

Nasce ai piedi del Nevoso, a 380 m. dalle viscere del M. Catalano, scorre (col nome di Timavo superiore o Recca, che in slavo significa «fiume») per 34 chilometri lungo una profonda valle tagliata nell'arenaria in corrispondenza all'asse prografico della nostra provincia, sino a che, incontrate le rocce calcari sulle quali giace il villaggio di S. Canziano, scompare [15] ad un tratto in quelle grotte (grotta di S. Canziano); riappare a qualche distanza più giù in fondo ad un burrone, si converte in cascata, e poi s'inabissa, cominciando così il suo corso sotterraneo (Timavo medio). Lo si può seguire sotterra per circa due chilometri lungo il fondo della grotta entro la quale scorre ed ove rimbalza da roccia a roccia formando 24 catteratte; poi più in giù lo si sente rumoreggiare a 360 m. dal suolo sul fondo della grotta di Trebiciano, e da ultimo, dopo un corso sotterraneo complessivo di 36 chimi., ricomparisce presso S. Giovanni di Duino (Timavo inferiore), per finire tranquillamente nell'Adriatico.

Indarno qui si cercherebbero oggi le sette o nove bocche dalle quali, secondo la descrizione degli antichi, le sue acque si precipitavano muggendo giù dall'alto del monte incalzandosi nel mare, e per le quali era ritenuto «sorgente e madre del mare» e venerato come fiume sacro. Oggi le sue acque derivano ai piedi delle rocce da tre larghe bocche, basse, quasi al livello del mare, in cui dopo un cammino di circa due chilometri finiscono silenziose. Negli ultimi tempi da una di queste polle, mediante un acquedotto, viene condotta l'acqua ad ingrossare la fonte dell'Aurisina destinata ai bisogni della città di Trieste.

Se il Timavo inferiore ha una quantità d'acqua tre volte maggiore di quella del Timavo superiore di cui è la continuazione, ciò deriva dal fatto ch'esso serve di scolo sotterraneo presso che a tutto l'altipiano fra il Vippaco ed il mare, ricevendo una serie di affluenti sotterranei alimentati da numerose caverne, e da parte delle acque che gli affluiscono dal Vippaco e dai vicini laghi di Doberdò e Pietrarossa.

6. Della massima importanza per le reciproche comunicazioni è qui da rilevare che la Carsia scende nella. regione sottostante, cioè verso il golfo di Trieste e verso l'Istria pedemontana, con alto e ripido ciglione, quasi sempre a picco, superando molto spesso i 400 m. dal sottoposto terreno e rendendo con ciò quanto mai difficile il passaggio fra una regione e l'altra.

Comincia questo cigliane sul fianco occidentale dei monti Caldaro e del M. Maggiore, s'avanza sopra Rozzo, Pinguente, [16] S, Servolo, e quindi, stretto alla costa del mare, sopra Trieste, ove si mantiene alto non meno di 400 m., per poi, lentamente abbassandosi - coll'abbassarsi dell'altipiano, finire con questo nell'Adriatico presso il Timavo inferiore.

Data la conformazione del suolo, poche e difficili sono le vie naturali che offrono modo di passare dall'altipiano della Carsia all'Istria pedemontana e marittima. La prima di queste, alta 950 m., s'apre sul fianco settentrionale del M. Maggiore. Per questa via, superate le gole di Ciana e di Lippa, scesero le orde selvagge degli Avari cogli Slavi a saccheggiare ed incendiare la campagna istriana. Due altre strade di minor conto , scendono giù sopra Rozzo e Pinguente (a m. 350 dal sottostante pianoro e 506 sul livello del mare): un passaggio scosceso e dirupato offre la gola di S. Lorenzo a m. 372 sopra Bagnoli (Boliunz), ed un altro non migliore la gola di Monte Spaccato a 370 m. sopra Trieste. Queste vie sino al precedente secolo erano soltanto «strade mulattiere» per le quali gli abitanti della Carsia scendevano o ai mercati di Pisino (m. 297) per Lupolano (Lupoglava o Mahrenfels, m. 403), o a quelli di Pinguente (m. 153), 0 di Capodistria 0 di Trieste per la via di Moncalvo. Oggi, allargate, sono meglio aperte alle comunicazioni ed al commercio colla costruzione di comode strade carrozzabili.

7. Il transito dalla Carsia all'Istria pedemontana è reso ancora più difficile dalla presenza dei monti Vena, che la attraversano in tutta la sua lunghezza, sviluppandosi quasi alle spalle di questo ciglione e talvolta immedesimandosi con esso.

Cominciando essi pure al mare non lungi da Duino e dalle sorgenti del Timavo inferiore, continuano, sempre più elevandosi, nel M. S. Leonardo a m. 396, nei monti di Verpoliano a m, 538, del Reva a m. 588, del Taiano (M.. Slaunik) a m. 1029, del Mont'Aquila (M. Orliak) a m. 1102, del M. Sia a m. 1234, dell'Alpe Grande (M. Planik) a m. 1273 e nel Monte Maggiore la sua cima più alta a m. 1396. Da questo monte ha principio la catena dei Ca1dara che, diretta verso Sud-Est, serrata e ripida al pari di muraglia, superiore ai 600 m. di media altezza va a finire col M. Sissol, m. 832 e colla punta di Fianona nel Quarnaro.

[17] I Vena non corrono sempre paralleli al ciglione della Carsia, ma ne distano ora più ora meno. Incominciati assieme al ciglione nella prossima vicinanza del mare, se ne allontanano per circa 4 chilometri coi M. di S. Leonardo e Verpoliano, per avvicinarsi nuovamente col M. Taiano, il quale non vi dista più di un chilometro. Quindi di nuovo se ne allontanano, raggiungendo la massima distanza di 8 chilometri col Sia e coll'Alpe Grande, per avvicinarsi da ultimo al M. Maggiore ove si fondono col ciglione carsico, per continuare verso il Quarnaro nella catena dei Caldaro.

Ai lati di questa catena si possono facilmente riconoscere gli abbozzi di due lunghe valli longitudinali — le quali probabilmente corrispondono alle due correnti sotterranee: in cui si raccolgono le acque meteoriche che cadono sull'altipiano — valli che seguono l'asse di sollevamento segnato dai Vena.

Nel lungo tratto dal Quarnaro al Reva (sopra Cosina) che misura 65 chilometri non si apre che un solo passaggio d'una certa importanza, cioè quello che attraversa il fianco settentrionale del M. Maggiore e di cui si fece già parola. Del resto non vi è che il passo appena per pedoni e muli a Moncalvo (M. Gollaz) a 600 va. circa, il quale mette alla discesa di Pinguente. (4) Al di là del Reva invece numerosi e meglio praticabili sono i passaggi, come quello di Erpelle-Cosina a 492 m. fra il Reva ed i monti di Verpoliano, quello di Corgnale a va. 455 fra questi monti e quelli di Poveria, e quello di Sesana (o di Cesiano) a 380 m. fra i monti di Poveria ed il Vunig.

La facilità di salire dalla strada di Postumia-Prevald su questa parte più bassa dell'altipiano carsico, ed i facili passaggi che qui presenta la catena dei Vena, danno la ragione per cui quest'ultima parte della nostra provincia, e con essa la città  [18] di Trieste ed il suo territorio, furono più esposti alle incursioni dei popoli barbari nei vari periodi della sua storia di confronto alla restante parte della nostra penisola che ne andò quasi immune. Ma d'altro canto, cessate le irruzioni, ritornati i secoli di pace, riannodate le relazioni fra popolo e popolo, Trieste potè per questa istessa via di Postumia, a lei già tanto fatale, ripristinare i suoi commerci colle contrade situate lungo il suo percorso e colle terre situate al di là della Sava ed a questa contermini.

Sotto il ciglione che segna, come fu detto, l'estremo limite della Carsia, il suolo declina verso l'Adriatico variamente ondulato, intersecato da numerose valli in cui le acque, scorrendo su terreno marnaceo, si radunano in ruscelli, torrenti o fiumi e si spingono sino al mare.

Questa regione potrebbesi dividere in due parti: nella pedemontana 0 subocrina, e nella marittima.

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8. La regione pedemontana è situata fra il piede dell'altipiano carsico ed una linea che, partendo dalla rada di Pirano, s'immaginasse continuare sopra Buie e Canfanaro e finire all'imboccatura dell'Arsa: terreno alto dai 300-500 m. sul livello del mare, marnoso-arenario dal golfo di Trieste alla valle dell'Arsa, calcare da questa al Quarnaro.

Della regione marnoso-arenaria, quella parte che dal golfo di Trieste si estende alla val Pisino, è formata da un terreno giallognolo-grigiastro con serie di colline a valli ampie, tortuose, regolarmente ramificantisi. Le rocce arenarie più soggette alle influenze atmosferiche si decompongono facilmente e formano, miste alla decomposizione dei resti vegetali, un terriccio molto acconcio alla vegetazione, che perciò è rigogliosa in tutta questa regione pedemontana. Vi prosperano la vite) (sino a 350 m.), il gelso ed ogni qualità di frutta: anche l'olivo riesce bene nelle plaghe soleggiate e difese dai venti boreali. Sebbene adatta ai boschi d'alto fusto, è oggi poco imboscata.

L'altra parte invece, che dalla val Pisino si estende alla val d'Arsa, è formata da un terreno marnoso con terra rossa.

[19] Su questo non alligna l'olivo perchè il clima è rigido, ma riescono bene ila vite, le frutta, i cereali, i tuberi e le radici.

Al di là della val d'Arsa havvi l'altipiano calcare d'Albana con terra rossa, ricco di cereali e di viti verso la val d'Arsa, nudo invece e roccioso dalla parte del Quarnaro.

9. La regione marittima, che si estende fra la regione pedemontana ed il mare è costituita da un terreno leggermente ondulato, con frequenti cavità imbutiformi, di ossatura calcare, e coperto da un mantello più 0 meno potente, più 0 meno continuo di terra rossa. Ovunque prosperano la vite, l'olivo, il gelso. Qua e là s'incontrano estesi boschi cedui di quercia e 'di carpino — rinomato è il bosco di Montana. Ma questa regione è quella che (assieme al Carso) più soffre per la siccità. Anche qui, come nella Carsia, le innumerevoli fratture degli strati calcari dovute al suo consolidarsi e restringersi nei tempi remoti durante il periodo dell'indurimento, lasciano filtrare ed assorbono le acque piovane che scendono giù giù sino a raggiungere gli strati impermeabili esistenti molto spesso al livello dell'acqua del mare.

L'imboscamento del Carso farebbe sentire il suo benefico influsso anche su questa plaga dell'Istria, così tormentata dalla mancanza sia d'acqua piovana che d'acque sorgive. Il provvederla dell'acqua indispensabile per i suoi bisogni agricoli ed industriali la renderebbero una delle più fertili Provincie dell'Italia. Questo si è uno dei compiti prefissisi dal nuovo Governo a favore delle terre redente, ed al certo vi riescirà. Non per nulla gli Italiani discendono dai Romani, celebri per le loro strade ed i loro acquedotti.

10. Dai caratteri più salienti del soprasuolo manifestantisi nel colore della terra che lo ricopre, ha origine l'uso comune di dividere l'Istria in tre zone: nell'Istria bianca (la Carsia), nell'Istria grigia (regione pedemontana), e nell'Istria rossa (l'Istria marittima).

11. All'Istria, alla regione cioè fra il Nevoso e l'Adriatico, appartengono anche le isole del Quarnaro: (5) Veglia, Cherso e [20] Lussino colle circostanti isolette minori. La loro orografia ad altipiano ondulato si dispiega parte in continuazione dell'altipiano carsico (o liburnico) — nell'isola di Veglia, — parte a creste arrotondate in continuazione del M. Maggiore e dei Caldiera (M. Sissol) — nelle isole di Cherso e di Lussino.

Nell'isola di Veglia, assomigliante ad un trapezio allungato, l'altezza va gradatamente aumentando verso l'estremità meridionale, ove nel Triscovaz, centro della catena che divide l'isola quasi per metà nel senso della sua larghezza, raggiunge la massima elevazione a 541 m. La varietà dei calcari che costituiscono la massa principale di quest'isola, corrispondono perfettamente a quelli di Castua e di Veprinaz.

L'isola di Cherso è attraversata da due catene di monti calcari, nelle quali l'elevazione sta in proporzione inversa della larghezza dell'isola. L'una di queste corre da N. a S, sul lato orientale dell'isola; l'altra incomincia a N.-E. del lago di Vrana e va parallela alla prima tenendosi sul lato accidentale. La parte più settentrionale, la più alta e stretta dell'isola, è coperta da tratti boschivi cedui nei quali primeggiano la quercia ed il cerro. Nella parte meridionale, aperta ad un clima più dolce, oltre alla vite ed all'olivo, crescono il mirto ed il lauro. Qui, come nelle altre parti, vi sono estesi pascoli per le numerose pecore che vi si allevano.

Un angusto stretto di mare — la Cavanella — di solito sormontato da un ponte mobile di legno, divide l'isola di Cherso da quella di Lussino.

L'isola di Lussino è attraversata in tutta la sua lunghezza da una catena di - monti che tiene uniti fra loro i tre corpi da cui è formata. La parte settentrionale, nella quale inalzasi a 583 m. il Monte Ossero, la cima più elevata dell'isola, [21] è erta e selvaggia; raramente vestita di cespugli di ginepro, di mirto, di corbezzoli (arbustus unedo) e di tasso. Migliori sono le altre due parti, abbenchè esse pure povere d'acqua. Il clima è mite, la vegetazione mediterranea. La vite viene coltivata su tutta l'isola e sulle isolette adiacenti, specialmente su quella di Sansego, che è tutta una vigna. Così l'olivo, il gelso ed il lauro. Il suo porto (la valle d'Augusto) ha un fondo sicuro ed è capace di ogni qualità di naviglio. Per il suo clima dolce e mite, Lussino è sopranominata la «Madera dell'Adriatico», ed è luogo preferito di cura, specialmente nella stagione invernale. (6)

12. La penisola istriana ha l'aspetto di un triangolo il cui spigolo orientale è fortemente infisso nella retrostante terra, colla quale i due lati divergenti formano due golfi: quello di Fiume formato dal lato orientale, e quello di Trieste lungo il lato settentrionale, golfi distanti fra loro, a linea d'aria, circa 48 chilometri. Procedendo da questi verso occidente, questi due lati del triangolo, sempre più divergendo fra loro, vanno ad incontrarsi col terzo lato, cioè con quello che prospetta in pieno l'Adriatico, ed ove si appuntano nei suoi spigoli angolari, cioè al Nord nella Punta di Salvore (capo Silvo) ed al Sud nel Capo Promontore (le Pulmentarie dei geografi veneziani). Questi due capi distano fra loro, in linea d'aria, 80 chilometri.

13. Da questa configurazione del suolo è determinata anche la direzione delle valli, e con esse dei fiumi; i quali, raggruppati colle loro sorgenti ai piedi del ciglione carsico in uno spazio non maggiore di 32 chilometri, scendono a guisa di ventaglio per l'Istria pedemontana e marittima, divergendo sempre più fra loro di mano in mano che si avvicinano al mare. Così avviene del Risano (il Formione degli antichi), che nasce [22] presso Viladol ai piedi della Carsia e si getta fra le saline di Oltra nella valle di Stagnone presso Capodistria: — della Dragogna (l'Argaon degli antichi) che sorge nei pressi di m, Lucchini e si getta nei porto (Rose attraverso le saline di Sicciole su quel idi Pirano : —del Quieto, il maggior fiume della penisola istriana, che nasce presso Covedo in quel di Pinguente, riceve gli affluenti la Brazzana e la Bottonegla, e attraversato il bosco di Montona, mette foce nel porto Quieto fra Cittanova e Punta del Dente, dopo un percorso di 50 chilometri: — così del Leme (o Draga di Corridico), ora letto di fiume asciutto, per il quale un dì quel torrente che ora s'inabissa nella foiba di Pisino scendeva al mare nel canale di Leme, unico fiord della penisola fra, Rovìgno ed Orsera; — dell' Arsa, che ha le sue origini ad occidente del lago omonimo (o lago di Cepich) e si getta nel Quarnaro fra le città di Albona e Fianona. Ebbe grande celebrità perchè assegnato dall'imperatore Augusto nel 21 av. Cristo a confine dell'Italia.

È da ricordare infine la Rosandra, che ha la sua origine nei pressi di Cianite ad un'altezza di 400 m. circa: dopo un breve decorso sul calcare, incide profondamente la massa marno-arenacea, e sbocca sotto Bagnoli (Boliunz) in un piano creato dalle proprie alluvioni nel seno di Muggia, dopo un percorso di 15 chilometri. Segnava il confine fra la provincia dell'Istria e quella di Trieste.

Questi solchi fluviali dividono l'Istria in una serie di settori o segmenti cuneiformi che si appuntano ai piedi della Carsia: 1. in quello fra la Fiumara e l'Arsa con Fianona, Albona e Pedena; 2. in quello fra l'Arsa ed il Leme con Pola, Dignano e Rovigno; 3. in quello fra il Leme ed il Quieto con Parenzo, Pisino e Montona; 4. in quello fra il Quieto e la Dragogna con Cittanova, Umago e Buie; 5. in quello fra la Dragogna ed il Risano con Pirano, Isola e Capodistria; 6. ed in quello fra il Risano ed il Vippaco-Isonzo con Muggia e Trieste. Quanto più vicini al mare, altrettanto più difficile riesce il passaggio da un settore all'altro a cagione dei profondi solchi fluviali che li dividono.

Le valli dell'Istria hanno un percorso complessivo di 150 chilometri (la Rosandra 15, il Risano 19, la Dragogna 28, il [23] Quieto 50, l'Arsa 23), ed in una regione abitata da tanti e così assidui agricoltori, ma sofferente per mancanza d'acqua, dovrebbero essere la parte più ubertosa e più coltivata. In quella vece avviene il contrario. Quantunque abbiano dei corsi d'acqua perenni, queste valli in gran parte sono improduttive perchè l'acqua vi ristagna troppo e troppo a lungo, facilmente straripa, allaga, impaluda, divenendo così per di più cagione della malaria. Le valli che questi fiumi percorrono restano per tali motivi inoperose, quasi disabitate e senza coltivazione, abbenchè vicine a centri importanti ed a strade ohe conducono ai principali mercati di consumo. Dalle loro acque non si deriva nessuna forza motrice, nessuna utilità per l'irrigazione.

Trascurata dal cessato Governo, la bonifica di queste valli è un compito d'onore imprescindibile del nuovo Governo, dal quale l'Istria attende oltre alla redenzione politica anche la sua redenzione economica.

14. Gli antichi credevano che dei grandi fiumi unissero fra loro i mari attraverso il continente, e come l'Eriano (il Po), il Rodano ed il Reno univano l'Adriatico, il Tirreno ed il Mare Germanico, così il fiume Istro (Danubio-Sava) unisse il Mar Nero (o Ponto Eusino) col Mare Adriatico.(7) E siccome sapevano che l'Istro sboccava nel Ponto dividendosi in vari rami, così supposero che il medesimo avvenisse anche nell'Adriatico, e che i nostri fiumi che in questo discendono a guisa di ventaglio non fossero altre che le ramificazioni del suo delta adriaco. Inoltre, come la regione situata alle foci dell'Istro al Mar Nero fu da essi denominata Istria (Pontìca), designarono con tale nome (Istria adriaca) anche la nostra penisola situata alle foci del presunto tetro nell'Adriatico. Col-l'andare de' secoli però l'Istria pontica perdette il suo primiero nome, ed oggi si chiama Dobrucia: la nostra provincia invece [24] lo mantenne e lo mantiene sempre inalterato. Il primo scrittore che fa menzione della nostra Istria è Ecateo, vissuto fra il 540 ed il 476 a. Cr., e d'allora in poi il suo nome inalterato venne tramandato da scrittore a scrittore, da generazione a generazione, da popolo a popolo, quasi segno d'avita nobiltà.

15. La direzione delle Valli che dal piede della Carsia si dirigono al mare, se rendono facili le comunicazioni fra la costa e l'interno della penisola, fanno molto difficili: quelle ira l'uno e l'altro dei settori intersecati dai suddetti fiumi, mancando in prossima vicinanza al mare d'una valle longitudinale che le unisca nella direzione da N. a Sud. Alla mancanza di questa valle supplisce il mare, il quale, non solo congiunge fra loro tutte le città della costa, ma anche la costa dell'Istria con quella della contermine penisola italica.

È un errore il credere che il mare divida le terre d'una dall'altra: al contrario, esso le avvicina e le unisce, ed è appunto l'Adriatico la via per la quale la civiltà e la coltura italica vennero a beneficare la nostra provincia. Si fu perciò che nell'Istria, cui le Giulie e la Carsia separano dalle province d'oltre monti, la vita venne a concentrarsi lungo la costa del mare. Quivi per tale ragione si formò quasi una linea di città, ohe divennero centri 0 cellule vivificatrici le quali accogliendo gli elementi di vita superiore a loro venuti dall'Italia, dopo di averli assimilati, li irradiarono nell'interno della provincia; nel mentre, per quella legge naturale che spinge l'individuo a procurarsi un benessere sempre maggiore, si effettuava una lenta ma continua trasmigrazione dall'interno alla costa, ove li attraeva un cielo più sereno, un clima più mite e maggiori comodi di vita. Quivi essi assorbivano la cultura e la civiltà italica fondendosi cogli abitanti che vi dimoravano.

Ed in vero: i municipi situati lungo la costa del mare furono i primi ad accogliere le istituzioni romane e la lingua latina, che diffusero nella rimanente provincia, ove posero salde e stabili radici; Si fu nei comuni della costa che la nuova religione depose i primi germi, dai qualine derivò la cristianizzazione di tutta l'Istria. Quando, colla conquista franca, il feudalismo minacciò di sommergervi tutte le libere istituzioni [25] romano-bizantine, queste, come la linfa si raccoglie nelle radici in attesa della nuova primavera, ripararono nelle città alla costa in attesa di tempi, migliori; e quando questi giunsero, ne germogliò vigoroso il libero comune italico. E durante l'epoca veneta furono le nostre città rivierasche che mantennero continuo il contatto coll'altra sponda dell'Adriatico. I podestà eletti dai Comuni o mandati da Venezia colla loro corte, i vescovi o eletti dai fedeli o designati dalla curia romana col loro seguito, i giureconsulti ed i notai che per ragione d'ufficio vennero nelle nostre città, tutti questi infusero sempre nuovo e fresco sangue italico e paralizzarono l'azione deleteria occasionata dalla colonizzazione slava promossa dalla republica veneta.

Che più? Non fu forse principalmente questa zona di città litoranee che negli ultimi cinquanta anni ostacolò tutti i tentativi di un clero politicante e d'un governo straniero tendenti a fare dell Istria un'appendice del futuro regno croato-sloveno, e seppe e potè opporre un argine incrollabile contro l'orda slava irruente al grido «Oli italiani in mare»?

Questa influenza che dalla prospiciente Italia si esercitava sulla costa istriana era favorita da vari altri fattori. La massima profondità dell'Adriatico non trovasi a metà fra le due coste, ma ad un quinto dalla costa istriana. Difatti, procedendo da Rovigno verso Chioggia, distanti tra loro 106 chilometri, la linea della massima profondità la troviamo a soli 24 chilometri dalla prima: laonde, mentre la costa italiana orientale è bassa e scende con lento declivio al mare, e per le sue condizioni geologiche è quasi del tutto priva di porti, la costa istriana ha grande profondità di acqua, facili approdi e numerosi porti; anzi potrebbe dirsi che è tutta un porto. Basti ricordare il magnifico porto di Pola, «la Spezia dell'Adriatico», ed il suo antiporto formato dal canale di Fasana protetto dalle isole Brioni, quello di Rovigno, il porto Quieto, il porto Rose di Pirano, il porto Emanuele Filiberto (0 di S. Andrea) e la rada di Trieste, tutti capaci dei maggiori navigli. Inoltre i porti.di Volosca,-di Fianona, di Rabaz (presso Albona), di Orsera, di Parenzo, di Cittanova, di Umago, d'Isola, di Capodistria, di Muggia per legni minori. Anche le alluvioni portate dai fiumi al mare hanno poca presa lungo la costa istriana, poiché la corrente adriatica [26] ascendente, abbenchè lenta (non fa più di 7-8 chilometri al giorno), lambendo questa costa, trasporta i detriti alluvionali verso Grado e Venezia ed impedisce così che si formino delle sbarre o cordoni litoranei (lidi) all'uscita dei nostri porti. Vi concorre anche il bradismo tellurico, per il quale la penisola istriana si abbassa di un metro ogni millennio.

Ne viene di conseguenza che dal giorno in cui Augusto unì l'Istria colla Venezia, formandone la X.a Regione italica, indarne e i sovrani tedeschi ed i sovrani austriaci tentarono di separare durevolmente l'Istria dalla Venezia e dall'Italia. Le leggi naturali e la tradizione storica resero vani tutti i tentativi' dell'imperialismo germanico e degl'interessi dinastici: che l'Istria ritornò e alla Venezia ed all'Italia.

La posizione dell'Istria all'estremo lembo orientale dell'Adriatico superiore, i suoi numerosi' e sicuri porti, le sue relazioni colla retroterra ci dimostrano come essa non poteva rimanere estranea alla vita operosa che nei vari tempi si andò svolgendo lungo le rive di questo mare segnato dalla natura a via di congiunzione fra il cuore dell'Europa centrale e le terre orientali del Mediterraneo.


Note:

  1. L'Anonimo Ravennate geografo del VI secolo considera questa catena, ohe assieme alle Giulie chiama «toga Carniium», estremo confine e delle Alpi e dell' Italia.

  2. Nè meno celebre è il lago di Circonicense (lago di Zirknitz) che si gonfia e asciuga indipendentemente dalla pioggia. Occupa una superficie di circa 20 ohil. q. è asciutto per consueto nell'estate e nell'inverno: quasi sempre il livello dell'acqua si abbassa con tale rapidità che in capo a poche settimane il lago resta vuoto, ed allora si possono scorgere distintamente le aperture (circa 400) per le quali le acque si ritirano sotto il suolo e per le quali ritorneranno ad allagarlo. Il terreno rimasto asciutto viene posto a coltura, e vi si raccoglie fieno, miglio e segala: quando invece è coperto dalle acque vi si pescamo anguille, tinche e lucci. Fu perciò detto di questo lago, con un po' di esagerazione, ma non senza verità che, secondo le varie stagioni, vi si può pescare e cacciare, seminare e raccogliere.

  3. Mediante lo sbarramento di alcuni ruscelli perenni situati a Nord della strada Matteria-Castelnuovo del Carso, cioè quelli di Bresovizza, Odolina, Bicince, Perili e Mala-Loce, l'ing. Q. Cassa calcola di poter rifornire d'acqua tutta la popolazione dell' Istria situata ad un'altezza inferiore ai 500 metri, con un quantitativo d'acqua utile di circa 33.000 m. cubi al giorno, che corrisponde alla dotazione di 100 litri per persona.

  4. Questa di Moncalvo si stacca presso Obrovo m. 579 dalla 'Strada di Castelnuovo (per Materia-Cosina-Trieste), continua per Golaz m. 644, Vodice m. 661, Dane m. 609 e Brest m. 619 e scende dall'orlo del Carso sopra Pinguente per continuare o per questa località o per Capodistria. Nei tempi di mezzo vivissimo era il movimento commerciale idei Carniolici — i mussolati — lungo questa via per Capodistria, ove recavano frumento, farina, legnarne, grascie e ferramenta e comperavano sale, vino, olio. Si calcolano dai 30 a 40.000 cavalli che per tale commercio scendevano annualmente a Capodistria accompagnati da altrettante persone.

  5. Gli antichi comprendevano le tre isole del Quarnaro (Vaglia, Cherso e Lussino) col nome cumulativo di Assirtidi, e lo spiegavano raccontando che giunti a queste isole gli Argonauti, Medea uccise il fratello Assirto e ne sparse le membra sulle isole tutte all'intorno per ritardare l'inseguimento dei Colchi.

    Poi questo nome rimase limitato alle due isole di Cherso e Lussino, fino a che, cominciata a popolarsi Lussino, servi a dinotare soltanto la prima ohe per lungo tempo si chiamò isola di Ossero dalla città omonima (Absoro) che n'era la principale sino a che diminuita in popolazione (ora * non conta più di 300 abitanti) si vide sostituita anche nel nome dalla città di Cherso.

  6. La temperatura media annuale di Lussino e di 15.6 (Trieste 13.9, Gorizia 12.6, Venezia 13.5); dei quattro mesi invernali è di 8.5 Trieste 6.1, Gorizia 4.9); dei singoli mesi: novembre 11.7 (Trieste 9.9, Gorizia 7.9), dicembre 8.3 (Trieste 5.5, Gorizia 4.1), gennaio 6.8 (Trieste 4.3, Gorizia 3.0), febbraio 7.1 (Trieste 5.3, Gorizia 4.2).

  7. Ed è perciò che gli antichi scrittori greci facevano arrivare alle nostre coste direttamente e sempre per via fluviale gli Argonauti ed i Colchi partiti dal Mar nero. Quando poi si venne a sapere che nessun fiume Istro si gettava nell'Adriatico, si modificò il racconto facendo arrivare gli Argonauti per il presunto Istro sino a Nauporto (Oberlaibach) ove si caricarono la nave sulle spalle e così giunsero alte isole del Quarnaro o isole Assirtidi.


§2. GEOLOGIA

Ma non soltanto l'uomo, anche la terra ha la sua storia: colla differenza che, mentre la storia dell'uomo si calcola ad anni, quella della terra si calcola a millenni e millenni.

16. La massa calcare che forma la base della penisola istriana e l'ossatura del suo odierno sistema montuoso derivò dalle deposizioni marine di dolomie e di calcari e dalla fauna di rudisti nel periodo cretaceo dell' epoca secondaria, (1) quando tutta la nostra provincia era ricoperta dalle acque ed il mare arrivava al piede ideile Giulie. Seguì quindi una parziale emersione del fondo marino in cui la terra ferma si protrasse nel Golfo molto più ad occidente delle sue sponde attuali; e vi si formarono ampi estuari e laghi ad acqua mista, ove i resti di una fauna d'acqua dolce e salmastra, e gli avanzi di piante lacustri diedero origine ad abbondanti depositi di lignite — serie liburnica, o calcare di Cosina — e di carbone, che affiorano ai margini del cretaceo, lungo il ciglione occidentale dell'altipiano, da 'Duino a Basovizza, a Brithof, a Cosina, e poi continuano per Castelnuovo, Pinguente, Buie, Pisino, Albona, presso la quale ultima località trovasi la profonda conca di Carpano. (2) In pari tempo si ebbero delle sorgenti calde silicifere, alle quali sono probabilmente da riferirsi le origini dei depositi di saldarne nei vani delle rocce cretacee; nel mentre, dall'erosione di questi calcari, ebbe principio la formazione della terra rossa.

17. Nell'eocene, primo periodo dell'e poca terziaria, la nostra regione andò di nuovo tutta coperta dalle acque sino al piede delle Alpi, nel mentre l'Italia formava un lungo arcipelago. La prima fase di questo periodo è caratterizzata da sedimenti calcari con alveoline nel ciglione fra Servola ed il Monte [28] Maggiore e sul pianoro fra Cepich e Carpano, e con numuliti (3) nei circondari di Pisino e Pinguente; la seconda con sedimenti a marne lamellari (il tassello o crostello) in quel di Buie, Pisino e Portole; la terza con sedimenti di arenaria (il masegno) con sabbie provenienti dall'Appennino e con depositi del Flytsch (4) da Aurisiina a porto Pose.

18. A questo periodo seguì quel grande cataclisma, che spinse fuori del mare l'Istria ed il territorio attiguo per un tratto più esteso dell'odierno, e che segna il passaggio dal periodo eocene al miocene.

Allora si formarono quelle curve stratigrafiche dovute a potenti pressioni laterali, che modellarono la regione attuale, e ne abbozzarono l'orografia. Ne derivò una rete di fiumi con profondi alvei, i quali ultimi oggi attestano il corso di quei torrenti e di quei fiumi che al tempo nostro spariscono sotterra dove incontrano il calcare cretaceo, nel mentre allora sboccavano nel mare, non avendo per anco eroso gli antri sotterranei che percorrono attualmente. (5) Ne derivò pure l'erosione del rivestimento marnoso-arenario ed un maggior accumulamento di argille carsiche a terra rossa e dell'ocra pisolitica; e queste argille fangose furono popolate da mammiferi quali il mastodon arvensis, e da cervi.

19. Col pliocene, il terzo periodo dell'epoca terziaria, l'Adriatico, in conseguenza delle oscillazioni sulle Alpi, raggiunse gli odierni suoi confini. Ih pari tempo s'inizia quella lenta sommersione dell'intera regione che continua tuttora, ed è confermata, oltrechè da osservazioni precise, anche dall' insignificante estensione delle alluvioni di spiaggia lungo le nostre coste.

[29] Tale abbassamento del suolo valutasi, come già fu ricordato, ad un metro ogni millennio.

20. Nell' epoca quaternaria o neozoica, che seguì alla precedente cenozoica o terziaria, si diffondono per larghi tratti nuovi sedimenti, quali le sabbie quarzifere, note col nome di saldarne, diffuse sulle isole — in particolar modo su quella di Sansego — e provenienti dalle inondazioni diluviali del Pò, e che contengono gli stessi elementi delle sabbie padane; nel mentre il saldarne dell'Istria meridionale (Pola-S. Vincenti), inquinato da ossidi di ferro è di origine endogenica, dovuta all'attività del vulcanesimo che nella nostra regione si rende manifesto dalle sorgenti sulfuree lungo la linea termale Monfalcone-Isola-S. Stefano. All'azione termale si deve anche la bauxite. Diluviali sono pure le brecce ossifere dei mammiferi nelle caverne e che debbonsi riguardare più vecchie del saldarne di Sansego. Quaternaria è la terra rossa dovuta al disfacimento dei calcari su cui poggia: essa venne varie volte spostata dal vento e dall'acqua prima di accumularsi là dove oggi la troviamo. Anche le stalattiti delle caverne devonsi allo scioglimento dei calcari cretacei, il quale processo di erosione, svoltosi al massimo durante il miocene ed il pliocene, favorito dalle pioggie torrenziali, continuò con minore intensità durante il quaternario è si svolge tuttora tanto lentamente però da non accorgersene.

21. Il suolo agrario non è anteriore al periodo postglaciale, non essendovi state alluvioni d'altra origine. La sua costituzione chimica è quella delle rocce da cui procede; e difetta in conseguenza di fosforo e di potassio, elementi indispensabili per la fertilità delle piante.


Note:

  1. È nota la divisione della geologia in epoche e periodi. 1. Epoca arcaica (0 primitiva); II. epoca paleozoica (antica o primaria) che comprende i periodi 1. devonico, 2. siluriano, 3. carbonifero, 4. permico; III. Epoca mesozoica (o secondaria) coi periodi 1. trisiaco, 2. giurasico, 3. cretaceo; IV. epoca cenozoica (o terziaria) coi periodi 1. eocene, 2. miocene, 3. pliocene; V. epoca neozoica (recente, o Quaternaria, o antropozoica) coi periodi 1. pleistocene, 2. glaciale (o diluviale), 3. alluvionale (0 postglaciale o dei terrazzi).

  2. La sua scoperta risale alla metà del secolo XVII come «miniera di pegola dura o di pece navale». Nel 1720 il governo della Republica mandò ad esaminarla; ma «trovatala inabile alla liquefazione» ne fu sospeso l'escavo. Investita alla famiglia Nani di Venezia, fu riaperta nel 1776. Col 1857 passò alla Società adriatica personificata nel bar. di Rothschild e nel 1867 produsse 50.000 cent. di funti viennesi (32.500 quint. rnetr.). Nel 1922 furano estratto 168.929 tonn. di carbone. La giacenza accertata del bacino carbonifero albonese ascende a non meno di 15 milioni di tonn. — Simili strati carboniferi affiorano a Caroiba, Caldier, Pinguente. Presso Britovo vi sono le cave Auremiane con banchi dello spessore da 0.60 a 1 metro. A Caroiba furono accertati quattro strati di potenza fra i 25 ed i 9. cent. Questi bacini carboniferi appartengono al protocene, periodo di transizione fra il secondario ed il terziario.
  3. Questo calcare segna le principali linee tettoniche del nostro sistema montuoso.
  4. È parola tedesca derivante da fliessen — scorrere, colla quale si indica il succedersi di arenarie (masegno) e di marne lamellari (tassello, crostello) che appartengono all'eocene superiore.
  5. Così p. e. il torrente Foiba, il quale prima che si aprisse il varco nella grotta (foiba) presso Pisino ove oggi s'inabissa, scendeva al mare per la Draga e finiva col canale di Leme.

Tratto da:

  • Bernardo Benussi, L'Istria nei suoi due millenni di storia, collana degli ATTI, Centro di Ricerche Storiche (Rovigno), Unione Italiana (Fiume), Università Popolare di Trieste, Consiglio Regionale del Veneto (Venezia - Rovigno, 1997). Courtesy of Giovanni Radossi (Director of CRS). © All rights reserved.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Tuesday, June 10, 2008. Last Updated: Wednesday, June 11, 2008
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