Pietro Kandler
Prominent Istrians


Qualcosa sulla lingua romanica.
Al Sig. P. d. B.

ISOLA.

[Tratto da L'Istria, 21 ottobre 1848, Anno III, 21 ottobre 1848, No. 62, p. 246-247.]

Se a voi sembra che io abbia arbitrato nel ritenere gli homines capitanei del placito istriano di Carlo Magno per deputati dei comuni, eccomi a darvene giustificazione in due sole parole; nella lingua romanica o valacca, la quale non è altro che la lingua romana rustica Capetenie indica ciò che noi dicevamo deputazione comunale, non già i mandati dal popolo, ma quelli che erano posti ad agire per un comune. E ciò corrisponderebbe precisamente al decurionato romano, a quei corpi o collegi che provvedevano agli interessi dei comuni, i quali erano i loro difensori, e se i tempi non picchiassero troppo su certi modi di elezione, direi i rappresentanti del popolo.

Non trassi il valore della voce capitaneus dal romanico; l'atto del parlamento mi parve che non dovesse ammettere altra interpretazione, dacchè questi capi, i quali non erano carica militare, ne potevano essere duumviri od i giudici dei comuni, non avrebbero potuto essere che del popolo non della plebe, d'altronde i capi rioni della plebe non erano che sei per le colonie, e la cifra degli intervenuti sarebbe stata troppo grande, senza calcolare che furono scelti da numero maggiore dei loro colleghi. Nella lingua romanica cercai piuttosto la conferma di quanto aveva supposto.

I nostri provinciali sembrano non gradire l'esistenza dei romanici in Istria; rispetto il loro giudizio il quale certamente sarà dedotto da fatti e da conseguenze ben gravi; però sembra a me che se ne potrebbe trarre grandissimo vantaggio dalla lingua loro non solo per le cose nostre dell'antichità, ma altresì per ispiegare molte voci della lingua volgare moderna, che ripetiamo senza cercarne l'originario significato. È uso per dirvene una, di apostrofare uomo del volgo (m'intendo che non abbia titoli) col Barba o Bara, la femmina col Donna; ebbene barbat in romanico significa uomo giunto a virilità, ed è tanto appropriato all'uomo che volendo indicare coraggio dicono burbatie; sbarbatello diciamo tutto giorno di giovine che si arroghi di virile più che non conviene; domina poi fu termine di gentilezza anche nella lingua nobile latina.

Vi sarà avvenuto frequentemente di udire nell'Istria inferiore dirsi calle per indicare non già i vicoli di città, ma le strade pubbliche; ebbene calle in romanico significa strada; se voleste pescare nei vari dialetti nostri, trovereste assai voci, dell'antica lingua conservate nella volgare viva. Noi diciamo magari, non sempre per esprimere desiderio, quasi si volesse dire oh me beato, mecar in romanico esprime: almeno, nonostante, quand'anche, supposto, sia come si sia, in ogni modo, in ogni tempo.

Io penso che i compilatori dei dizionari della lingua latina e dell'italiana trarrebbero grandissimo vantaggio dalla lingua romanica, non solo per fissare il valore di alcune voci incerte o dubbie, non solo per far conoscere la lingua latina del medio tempo, della quale abbiamo sì grande necessità, e sconoscenza, ma svelerebbe ben altre cose non inutili. A voi che siete sì paziente nell'ascoltarmi non sia grave, questa volta dì leggere alcune ciancie.

I romanici dicono suffletu ciò che noi religiosamente diciamo anima; inima il cuore, mente l'essere conscio, tenere in mente osservare tenere de mente la memoria, credentia la religione, visu il sogno, maestrie la sapienza, inteleptul il saggio, musa la scienza, biserica la chiesa, Domnedeu Iddio, Dios Giove, rugamentu la preghiera, Rusalia Pasqua Rosa o Pentecoste, cugeta pensare, me inchinu adorare, aeru il clima, dracu il diavolo, cantecu il salmo.

Or vi dirò qualcosa di frequenti faccende: deregetorie dicono l'offizio, lapidu il deporre qualcuno d'offizio, mitescu sedurre il giudice, cuventu discorso, bene dicu aver ragione, judecatoriu il giudice, carturariu l'uomo di lettere, aspru severo, scaunu il trono, nume (nomen) il titolo, supus il suddito, me juru congiurare, parola assicurare inpacaciune pacificamento, ajutorintia pretesto, prepunere sospetto, spune, dicu, vorbescu il parlare, indoire il dubbio, sarutare è presso loro il bacio, strimbetate la curvatura, sburdu il donneare, reotate la cattiveria, laude la gloria, cumpetu l'economia, stupu il riempire, defaimare il biasimo, nesciendu l'ignorante, casatorie il matrimonio, indelungu il differire, albetia la bianchezza, grumatu il mucchio.

Per dirvi qualcosa della pulizia e del vitto vi segnerò: radu sbarbarsi, imbracu vestirsi, tundu tosare, descinzu sfasciare, maneca la manica, pileriu il cappello, venatu la caccia, peptenariu il fabbricatore di peteni; almariul l'armadio, vesment il vestito, guleru il collaro, lingura il cucchiaio, cepenegu il tabarro, margaritariu [247] le perle, ciucuri i fiocchi, calçun le scarpe, servetu la salvietta, mangeleu il mangano.

E degli animali pasere è ogni uccello, magariu l'asino, berbece il caprone, vulturu l'avvoltoio, gripsoru l'aquila, ariciu il porcospino, miça il gatto, racu il gambero, leu il leone, rendurca rondinella.

Di cose metalliche o pietre o terre: arama è rame, arama galbina è l'ottone, rame giallo, cerusa è il lapis da scrivere, piatra acra l'alume, piatra puciosa il zolfo, lutu argilla, trimbitia la trombetta, salitre il salnitro, cave miniere, carbune de petra carbon fossile, ola pentola, cositoriu lo stagno, galbenu lo zecchino (il giallo).

Ma voi ne avete anche di troppo con queste voci; ancora alcune e termino. Onorare dicono omenescu, fortificare interire, il colore celeste vinet, incendio ardeciune, l'acquavite vinarsu, il fegato ficàt, la tribuna o la scena da commedia amvon, l'ambasciatore elciu (fecialis?), scuturu il gettare da se, betranu il vecchio, tener il giovane, saguru una tavoletta di miele, matrice la collica, lingu il leccare, omenasu uomaccio, gura la bocca, audul la fama, casa camera, aça filo, caita catenaccio, riu il torrente, place bene soddisfazione, sortu il dado, frìptura il rosto, for de gusto insipido, jos giù, colò, colèa lì, injos ingiù, audi a proposito; deplen puntualmente, ita vivant per l'anima mia, alt altrimenti, vai vai tie guai a te, de unde da dove.

Nè crediate che queste voci l'abbia attinte a quel romanico che parlano presso al lago d'Arsa; nò, le presi da quella lingua che parlano nella bassa Ungheria, ove non sentirono mai influenza di lingua italiana. Ho veduto qualche libercolo stampato nella Valacchia propria, e vi ho letto il suggerimento messo in pratica di ricorrere all'italiano per nobilitare la lingua romanica; non potremmo noi fare al rovescio per riconoscere le origini dell'italiano, per riconoscere anche il latino medesimo? So la vostra risposta... costituzione, libertà, nazionalità, libertà della stampa. Ebbene... ad altri tempi.— Addio.

P. Kandler.


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Created: Wednesday, August 31, 2011; Updated Saturday, February 13, 2016
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