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educatrice e scrittrice nata ad Albona |
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Il padre Giovanni, per gli oltre sessant'anni da lui dedicati alla vita pubblica albonese ed essendo stato più volte podestà, era considerato un cittadino illustre. |
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Come molte ragazze della buona società di allora, Giuseppina volle diventare maestra. Come tale la ritroviamo, prima nelle scuole elementari di Gallesano, poi nel 1873 in quelle di Albona, quindi nel 1875 a Muggia. Divenuta nel frattempo "effettiva", l'anno dopo insegna a Trieste alla Scuola popolare del rione Lazzaretto Vecchio, a quella di Cittavecchia, a quella della Fondazione Morpurgo per i figli degli operai dell'arsenale del Lloyd. Diventa così la maestra dei poveri e dei sottoproletari e tale resterà per tutti i suoi trentadue anni di ininterrotto servizio, a stretto contatto con la gente più umile della quale condividerà ansie, aspettative e bisogni. Insegnante e letterata, fu educatrice per vocazione, abile scrittrice, poetessa, autrice di studi pedagogici. Suo è il Manuale Mnemonico' del 1866, un vero prodigio di pazienza e di ordine. Scrisse diversi testi scolastici per l'infanzia, anche se più volte le autorità austriache glieli respinse, non approvandoli, perchè "non contenevano alcun accenno ad avvenimenti ed a fatti storici atti a destare nei fanciulli l'ammirazione e l'amore per la Casa d'Austria". |
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Fra le carte dell'archivio della nobile famiglia albonese degli Scampicchio, custodite presso l'Archivio di Stato di Fiume si trovano tre sonetti scritti nel lontano 1865 in occasione delle celebrazioni del sesto centenario della nascita di Dante Alighieri, svoltesi ad Albona il 28 maggio di quell'anno. Quei festeggiamenti, fortemente voluti, nonostante l'espresso divieto delle superiori autorità austriache, dal primo cittadino di quel Comune, avvocato Antonio Scampicchio, compresero: una rappresentazione teatrale, un concerto bandistico in piazza e fuochi d'artificio. Nell'occasione, inoltre, venne collocata nel teatro un'iscrizione celebrativa. Nella sala consiliare, invece, il Podestà tenne un esaltante discorso in onore del sommo Poeta e nell'occasione fu posto un busto di Dante che, probabilmente, è quello oggi custodito nella sede della Comunità degli Italiani "Giuseppina Martinuzzi". Sempre in occasione di quei festeggiamenti, tre illustri cittadini albonesi scrissero i sonetti ai quali si è accennato all'inizio: il Dottor Giovanni Lucus, firmatosi con nome, cognome e titolo, Giov(anni) Zustovich e Giuseppina M., facilmente individuabile nella poetesse Giuseppina Martinuzzi. Dei tre componimenti, quelli di Lucas e Zustovich non raggiungono livelli letterari degni di rilievo. Lo è invece il sonetto della Martinuzzi che qui riportiamo per intero:
Fervente patriota nell'ambito dell'irredentismo giuliano, fu combattente instancabile, amica di Tomaso Luciani, Filippo Zamboni ed Attilio Hortis. Collaborò ai giornali di allora: l'Indipendente di Trieste, la Scolta e L'Eco di Pola, l'Istria di Parenzo, Le Alpi Giulie di Rovigno. Estese la sua collaborazione a La Donna di Bologna, a L'Ateneo Italiano di Roma, alle Pagine Friulane di Udine, a La Fata Morgana di Messina. Volle allora fondare una pubblicazione letteraria tutta sua, un periodico che "avesse la funzione di stabilire un legame fraterno nei campi sereni della letteratura fra quanti erano gli italiani devoti al culto della patria." Nel maggio del 1888 fondò dunque la rivista Pro Patria, per la quale verrà ripetutamente ammonita dalla Imperial-Regia Luogotenenza austriaca di Trieste. Pur essendosi garantita il supporto di collaboratori di vaglio, le vennero progressivamente a mancare quei mezzi finanziari che erano stati promessi da amici e patrioti alla "maestrina albonese". Perciò dopo soli due anni di vita la rivista cessò le pubblicazioni. Su Il Trentino Giordano Bozzari rilevò come "certi uomini non compresero nulla, ironici ed increduli, dell'idea di una donna che chiedeva di essere aiutata per guidare un giornale che avesse il compito di mutare, mercè l'unione delle forze intellettuali, la condizione di cinque provincie (Trento, Trieste, Gorizia, l'Istria e la Dalmazia) di fronte a sè stesse ed alla civiltà." Siamo alla fine del ll'1800, periodo in cui si registra l'immigrazione nel campo socialista italiano di elementi d'estrazione borghese, di uomini di cultura più disparati ed eterogenei, inclusi poeti e scrittori come Giovanni Pascoli ed Ada Negri. È naturale dunque che anche la Martinuzzi dia la sua adesione ad un certo "socialismo umanitario", al quale era approdata più attraverso gli scritti di Edmondo De Amicis che di Marx oppure di Engels.
Inizia così per lei un periodo nuovo di vita politica. "Ho scoperto scrive un più vasto orizzonte, un modo diverso di vedere, di osservare, di concepire le varie manifestazioni della vita sociale. All'amore di patria è subentrato nel mio cuore l'amore per gli oppressi e per i sofferenti di tutte le patrie." Confortata dalla considerazione e dall'amicizia dei migliori socialisti, come gli onorevoli Costantino Lazzari ed Amilcare Cipriani, Giuseppina Martinuzzi proseguirà per la sua strada scrivendo volumetti e articoli su giornali, tenendo conferenze e lezioni di cultura sociale, trattando tutti i problemi che allora agitavano la società, ed in particolare l'ambiente triestino e quello istriano. Diventerà assidua collaboratrice de Il Lavoratore di Trieste, de L'Avanti di Milano. La sua migliore opera a carattere sociale è certamente 'Ingiustizia' del 1907, in versi, ristampata all'inizio del nostro secolo a cura delle Edizioni Matthias di Albona. Da tutte le ballate, elegie, sonetti ed odi che compongono l'opera emerge con foga e passione la fede dell'autrice nella causa del movimento operaio rivoluzionario. Ma in questa raccolta trovano posto anche i sentimenti, come l'amore tradito e quello materno, difeso con forza dall'autrice in una antesignana difesa dei diritti delle donne, soprattutto per quanto riguarda l'uguaglianza dei figli legittimi e di quelli illegittimi. Durante la prima guerra mondiale del 1915-18, a causa dell'imperante censura austriaca la Martinuzzi sospenderà ogni attività di pubblicista, per poi riprenderla soltanto nel 1919. Dopo la scissione di Livorno del Partito Socialista Italiano che dette vita al Partito Comunista, collaborò anche con L'Ordine Nuovo di Torino, allora diretto da Antonio Gramsci, del quale sarà grande estimatrice ed amica. |
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Anche se le sue molteplici attività la costrinsero a vivere lontano da Albona, seguì sempre con amore le vicende della sua piccola patria, ricordandola spesso nei suoi scritti. "Vedetela, in austera solitudine, all'ombra dell'ultima Alpe Giulia, ritta sul colle donde domina il golfo che Dante a tutto il mondo insegnò. E dessa la nota patria dell'antico Flacio (Mathias Flacius o Mate Vlachich, ndr.) famoso, è la diletta Albona dell'insigne Tomaso Luciani, è la culla e la tomba degli affetti solenni di quest'anima mia." La "maestrina di Cittavecchia" - come era conosciuta a Trieste - ormai quasi ottantenne, ammalata, perseguitata, si ritirò nella sua Albona. Qui visse ancora qualche anno, confortata dall'affetto dei suoi cari, sostenuta dai pochi amici, fra i suoi amati libri. Moriva la notte del 25 novembre 1925 e sulla sua tomba, sormontata da un tronco di colonna in bianca pietra istriana, con una fiamma agitata dal vento, veniva posta una semplice lapide con il solo nome. |
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(Notizie raccolte da Alberto Martinuzzi) Articoli:
Bibliografia:
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The page compliments of Alberto Martinuzzi, Marisa Ciceran and Guido Villa Created:
Friday, March 08, 2002, Updated
Saturday, July 19, 2008 |
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