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Scrittore e giornalista nato a Pola |
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Dalla fondazione del 1954 ha diretto fino al 1959 la rivista politica Trieste. Dagli anni Sessanta collabora con la Rai, sede di Trieste («Voci e volti dell'Istria»), e scrive per i quotidiani II Piccolo di Trieste, Primorski Dnevnik di Trieste, La Voce del Popolo di Fiume, e per le riviste Panorama di Fiume, La Battana e Jurina i Franina di Pola. Nel 1968 ha pubblicato il suo primo libro di racconti Bozzetti istriani, che ha avuto la medaglia d'oro al premio nazionale «Settembrini» di Venezia, da una giuria composta da Aldo Palazzeschi, Dino Buzzati, Diego Valeri. Nel 1969 ha pubblicato Le nostre radici, nel 1973 Dentro Istria Diario 1945-47, nel 1990 I sentieri della memoria. Il 21 gennaio 2003, ci scrive il nostro Pietro Valente: "Il giornalista della RAI di Trieste Omero Melzi, che era stato suo collega a Pola. Prima di morire (sono passati ormai quasi venti anni), mi parlava spesso di lui. Mi aveva dato un racconto del professor Miglia che era stato pubblicato su uno dei giornali locali, un argomento che definirei "tragicomico" e che ripropongo qui":Ricordo istriano All’inizio degli anni sessanta il destino mi ha portato per un intero anno a Venezia, commissario d’esame dei concorsi magistrali. Ed ogni sera, dopo le lunghe interrogazioni (erano noiose? Erano vive e stimolanti? Davano soggezione ai giovani maestri, oppure riuscivano ad aprirli al dialogo, a dimostrare ciò che sapevano, e non tanto a scoprire quello che ignoravano?) mi incontravo con alcuni cari amici alla birreria Pedavena, accanto al Ponte di Rialto. C’erano due presidi istriani, Giovanni Quarantotti e Jacopo Cella, ma spesso veniva anche il figlio del mio collega Giovanni, lo scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini, ed un arguto ex ispettore scolastico in pensione, nativo di Feltre, che per tanti anni aveva prestato servizio a Parenzo, e di cui purtroppo non ricordo il nome. Naturalmente, il dialogo fitto era sempre incentrato sull’Istria, sulle occasioni perdute, sui nostri errori, ma anche sulla vendetta degli altri, sulle nostre piccole comunità che non avevano saputo guardare al di là delle mura, e vedere e capire che intorno a noi c’era anche un altro popolo – sloveno e croato – che parlava un’altra lingua, e certamente coltivava altre speranze. E poiché stavamo tutti invecchiando nell’esilio, aumentava in noi la consapevolezza della profonda ignoranza italiana intorno ai nostri problemi: il ponte Trieste-Trento, la confusione fra l’Istria e la Dalmazia, scambiare Pola con Fiume, o Fiume con Zara o con i “leoni” di Traù. Tutte spine di ignoranza che stavano creando le premesse per perdere tutto nella sconfitta, quello che si doveva perdere e quello che forse si sarebbe potuto recuperare, con una politica del dopoguerra più attenta, più rigorosa, espressa soltanto da uomini non compromessi con il fascismo: una politica che portasse avanti l’immagine di un’Italia tutta nuova, colta, severa, consapevole delle nuove posizioni al confine orientale, di fronte al nostro interlocutore di allora, il presidente Tito, personalità di prestigio mondiale. Ricordo, fra le tante cose che ci siamo detti in quell’anno di nostalgie e di ripensamenti, la testimonianza del vecchio ispettore scolastico di Parenzo, che cerco di riportare con le sue stesse parole: “Eravamo a metà degli anni trenta, in piena euforia fascista, all’inizio di un nuovo anno scolastico, con i maestri di nuova nomina che giungevano non solo dall’Istria, ma da tante regioni italiane, e specialmente dal Sud. Mi si presentarono in ufficio un gruppo di donne che venivano da Torre di Parenzo, un villaggio contadino sopra la foce del fiume Quieto, dove si parlava soltanto l’italiano, o meglio il dialetto istro-veneto”. “Signor rispettor – mi dissero – (dicevano “rispettor” e non ispettor, credendo, nella loro semplicità, che questo fosse un segno di rispetto), Lei la ne gà mandà a scola dei nostri fioi due maestri slavi, e i nostri pici non capissi gnanca una parola de quel che lori i parla: e qua de noi nissun sa parlar né sloven né croato. Noi mame la preghemo de cambiar questi maestri, perché i nostri fioi, quando i riva a casa, i xe disperadi”. “Quei due – io risposi – sono due giovani maestri giunti per la prima volta in Istria dal Napoletano: vedrete che farò qualcosa per riportare la serenità nella scuola”. Questa la testimonianza dell’ispettore scolastico di Parenzo, che ogni lettore può commentare da sé: io soltanto vorrei aggiungere che quei due giovani venuti dal profondo del Sud, per portare in Istria “terra redenta” la “civiltà italica” non sapevano nemmeno dove si trovavano, dove le autorità li avevano mandati, non conoscevano né la storia né la geografia delle nostre terre orientali, ed agivano con la spontaneità giovanile di fronte a problemi ch’erano assai più vasti, fuori dalla nostra comprensione. E’ uno dei risvolti del nostro dramma, ma non è l’unico: ho voluto ricordarlo, perché mi pare che ancor oggi possa far riflettere. Guido Miglia Vedete anche:
Bibliografia:
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The page compliments of Mario Demetlica and Pietro Valente Created: Monday, March 24,
2003, Updated
Tuesday, March 11, 2008
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