Dante Alighieri
Relevant Non-Istrians


 

NEL VI CENTENARIO DELLA VISIONE DIVINA

La leggenda di Dante nella Regione Giulia

Dott. Giovanni Morosini

[Tratto da: Archeografo triestino, Nuova Serie - Volume 23, Stabilimento Artistico Tipografico G. Caprin (Trieste 1899-1900), p. 129-155.]

Other:

Queste poche pagine, scritte senza pretesa alcuna, sono un tenue tributo alle onoranze che esalteranno la memoria dell'altissimo poeta in occasione del sesto centenario della visione divina.

Calcando le orme di chi scrisse sulla venuta di Dante nella regione Giulia vi aggiunsi i risultati dei critici moderni inserendo qua e là qualche mia idea. Riconosco che il lavoro che do alle stampe è una povera cosa ed impari forse all'argomento che tratto, ma l'amoroso culto che sempre portai a Dante, l'autor mio prediletto sin dalla scuola, mi conforta nel pensiero di non aver forse demeritato della patria avendo pertrattata una questione che da molti anni non fu dibattuta dai miei concittadini.

Dicono che una nazione che manca di celebrità viventi si pasce con maggior avidità delle glorie del passato, ma ciò non vale per lo studio di Dante. Leggerlo è un dovere, rileggerlo è un bisogno, sentirlo è presagio di grandezza, disse il Tommaseo, e veramente più grande fu la patria di lui, quando attese con maggior zelo allo studio del suo Poema. In Dante c'è la storia che ci è maestra alla vita.

[130] Gli altri poeti ai fatti che cantano cercano una similitudine nel mondo dei corpi: Dante agli oggetti del mondo corporeo cerca un'illustrazione nei fatti della storia: e il suo tremore alla vista dei diavoli è paragonato al sospetto di quei che uscivano patteggiati di Caprona, e le figure dei giganti alle torri di Montereggione, e le tombe degli eresiarchi ai sepolcreti romani d'Arli e di Pola, e la scesa infernale alle rovine del Trentino, e la selva dei suicidi agli sterpi tra Cecina e Corneto, e gli argini del ruscello fumante a que' de' Fiamminghi e de' Padovani, e le cappe de' falsarii al marciume di Valdichiana, e il ghiaccio dei traditori al Danubio in Austerich. Le storiche allusioni ora prorompono dalla poesia dantesca come incendio dilatato, ora come guizzar di lampo; ora scendono quasi fiume pieno, ora serpeggiano quasi per vie sotterranee. Gli è un cenno talvolta, che significa una serie di fatti, di passioni: gli è talvolta un simbolo, che la rabbia assume per trasparir più potente dal velo della profezia e del mistero. Dante è il poeta sovrano che salvò buona parte della storia del suo tempo all'opera edace dell'età di mezzo.

LA LEGGENDA DI POLA.

Poichè Dante e Virgilio mercè l'intervento del messo di Dio, oltrepassata la soglia della città di Dite (Inf. c. IX, 106) entrarono nella 6a regione infernale, si presentò al loro sguardo una vasta campagna risonante di gemiti e seminata di tombe marmoree rese incandescenti dal fuoco. In tali tombe stanno gli eresiarchi e gli increduli.

La vista di questo cimitero infernale ricorda a Dante le vicinanze di Arli, città della Provenza e l'agro contermine a Pola, nelle quali località si trovavano numerosi sepolcri sopra terra, onde esclama: [131]

Si come ad Arli, ove il Rodano stagna,
Sì com' a Pola presso del Quarnaro,
Ch'Italia chiude e i suoi termini bagna,

Fanno i sepolcri tutto 'l loco varo;
Così facevan quivi d'ogni parte,

(Inf. c. IX, 112-116).

Sebbene non esistano prove documentali che attestino la dimora di Dante a Pola e nella Liburnia, pure dai versi suaccennati si deve dedurre, che egli abbia visitata questa parte del Litorale.

Anzitutto colla terzina precedente:

Com'io fui dentro, l'occhio intorno invio
E veggio ad ogni man grande campagna
Piena di duolo e di tormento rio

il poeta vuol rilevare il movimento dell'occhio di colui che da un luogo chiuso o ristretto entra in un vasto ed aperto e l'impressione provata gli suggerisce la similitudine di Arli e di Pola e precisamente riguardo all'effetto ottico prodotto dalla vista di un esteso campo coperto di tombe.

Certamente il poeta non istituì un confronto con cose non vedute perchè è canone di critica dantesca, che i paragoni e le similitudini delle scene nel Poema sono un prodotto della percezione individuale del poeta e che a questo fatto si deve attribuire la finezza magistrale di queste figure rettoriche. (1)

[132] Si ponga mente all'arsenale dei Veneziani (Inf., XXI, 7), alla Carisenda (Inf., XXXI, 136), al castello di Caprona (Inf., XXI, 95), al Tabernicch (Inf., XXXII, 28).

Questa necropoli di tombe sopra terra trovavasi in Pola al cosi detto Prato grande, (2) in quella valle che sta appiedi dell'antico convento di S. Michele, e non si poteva abbracciare completamente collo sguardo che da questo chiostro.

L'accenno di Dante a queste tombe sopra terra merita schiarimento.

I Romani preferivano abbruciare i cadaveri, uso che cessò nel secolo secondo dell'êra cristiana, onde venne la sepoltura tanto sotterra che sopra terra. Sotterra si facevano sarcofaghi a muratura ed a mattoni, sopra terra si scavavano nel marmo ed erano riservati generalmente ai doviziosi.

Ma anche fra la gente meno agiata erano in uso arche sopra terra e specialmente nei luoghi ricchi di pietra tenera e quindi facile ad incidersi. A Pola trovasi siffatta pietra, che ha oltreacciò la proprietà di indurirsi all'aria. (3)

[133] L'esistenza in Pola di tombe sopra terra è comprovata dalle seguenti testimonianze:

  1. Nel 1468 (Statuto di Pola) il consiglio di Pola vieta di commerciare con tali tombe o di adoperarle per fabbrica.
  2. Il vescovo Giacomo Filippo Tommasini nei suoi commentari dell'Istria osserva, che fuori di Pola innumerevoli sepolcri, sparsi in vari luoghi, attestano la grandezza di quella città.
  3. Nel viaggio in terra santa di Ser Mariano da Siena del 1431 leggesi:

    "Addì 26 aprile fummo in Istria nella città di Pola, nella quale trovammo un edificio simile al Coliseo di Roma e molti altri nobili edifici. Anco vi trovammo sì grande quantità di sepulcri, tutti d'un pezzo, ritratti in arche, che sarebbe incredibile a dire il numero di essi, con molte ossa dentro."

Dai sepolcri passiamo ora alla parola Quarnaro, (4) usata da Dante per indicare quel seno del mare adriatico che dicevasi Sinus Liburnicus o Flanaticus. Questa parola Quarnaro o [134] Carnaro, che da nessuno storico o poeta anteriore a Dante fu adoperata, ma che era da tempi antichissimi comune alle popolazioni stanziate alle sue sponde, Dante di vivo udito deve averla tolta da quelle genti, come avrà tolta la parola Puola invece di Pola, come si legge in antiche edizioni della Divina [135] Commedia e sì pronuncia dagli abitanti dell'agro polense. Infine osserviamo che nessuno scrittore prima di Dante fece chiudere l'Italia e bagnare i suoi confini dal Quarnaro, ma tutti ponevano i confini orientali al fiume Arsia, che scorre presso Albona al di qua del golfo e del monte Maggiore. Ciò prova che Dante personalmente constatò che le popolazioni, che abitavano le terre bagnate dal Quarnaro, parlavano la lingua italiana.

Altra prova che Dante conoscesse la Liburnia si è quella, secondo il Tagliapietra, che, caratterizzando il Poeta nella Volgare Eloquenza (5) il dialetto istriano dall'accento aspro e duro, intendesse alludere a quel dialetto che udì parlare in Pola e nel paese ad essa vicino.

Ma un ulteriore argomento di carattere storico suffragherebbe l'opinione che Dante visitasse Pola.

È fuor di dubbio che il Poeta negli ultimi anni della sua vita vivesse in Ravenna alla corte di Guido Novello. Fra Ravenna e Pola c'era un legame antico. (6) Al tempo dei Bizantini il maestro dei militi polense era subordinato all'esarca ravennate.

Giustiniano conferì all'arcivescovo di Ravenna la tutela sul municipio di Pola ed il diritto di giudicare in appello nelle sentenze pronunciate dai giudici polensi e San Massimiano, nativo di Pola ed arcivescovo di Ravenna, serbando vivissimo affetto alla terra natia, innalzò a Pola la basilica di S. Maria Formosa e dotò questa ed il convento di S. Andrea di ricche possessioni. Questa soggezione di Pola a Ravenna durò fino al 1331, anno in cui passò sotto il dominio veneto.

Nel rispettivo atto di donazione si revocava espressamente la dipendenza di Pola (7) negli appelli alla curia ravennate.

[136] Considerando ora questi stretti legami fra le due città e prendendo in riflesso la dimora di Dante in Ravenna abbastanza lunga (si crede che ci venisse già nel 1317) (8) e che, come Cecco d'Ascoli rileva nell'Acerba, il Poeta imprendesse da Ravenna dei piccoli viaggi e delle escursioni, non v'è motivo alcuno da dubitare che non venisse a Pola, tanto più che il passaggio a questa città era di una velata sola. [137]

LA LEGGENDA DI TOLMINO.

Si narra che Dante sia venuto nel Friuli quale ospite del patriarca Pagano della Torre (1318-1332) e che abbia soggiornato per qualche tempo in Udine, da dove soleva recarsi a Tolmino per ammirare la bellezza della natura e studiare sulle rive della Tominka la natura dei pesci. Ancor oggi il villico tolminotto addita una grotta, che da Dante prende il nome, ed uno scoglio sul quale il poeta spesso sedeva meditando. La tradizione popolare lo raffigura vestito del lucco rosso e lo fa persona temuta perchè negromante. (9)

Questa breve leggenda custodita con vanto e religione dagli Italiani di queste terre e grata agli Sloveni stessi, che dalla dimora del divino cantore traggono lustro alla loro regione, (10) fu oggetto di acute discussioni storiche e letterarie, perchè qualche critico cercò di demolirla portando lo scetticismo forse troppo oltre. Il serenò sentimento dell'ideale è oggidì svanito e la mente analitica dei moderni sfronda le leggende ed abbatte talvolta credenze alimentate per secoli.

Ai sacerdoti del vero, che però non isdegnano l'ideale, è talvolta concesso di rivendicare alla dignità della storia i racconti che altri designò quali semplici favole. (11)

Quirico Viviani pubblicò a Udine nel 1823 un'edizione della Divina Commedia secondo la lezione del codice bartoliniano, [138] da lui pretesemente scoperto nella biblioteca bartolinìana in Udine e trasportato colà dal filologo ed antiquario Monsignor della Torre, vescovo di Adria, che l'aveva rinvenuto nel palazzo patriarchino di Cividale. Nella lunga prefazione il Viviani intende provare il soggiorno di Dante in Friuli e particolarmente in Tolmino per concludere quasi affermando, che un codice scritto in Friuli al tempo di Dante, ed uscito fuori d'un palazzo dei patriarchi doveva essere o scrittura o dettatura dello stesso autore.

È certo che una simile ipotesi, sebbene non posta in via assoluta, si presenta arrischiata, ma non è qui il luogo di confutarla, avendola pertrattata con ampio corredo di critica il Fiammazzo. (12) Nostro compito è quello di indagare se l'Alighieri abbia soggiornato in Friuli e principalmente in Tolmino ed abbiam preso le mosse dal Bianchi, perchè da lui si può dire si diparte una schiera di letterati che fan valere opinioni favorevoli e contrarie al soggiorno di Dante nei luoghi accennati. Il primo che abbia dubitato della verità di tale leggenda si fu il Foscolo nel suo "Discorso sul testo del poema di Dante" dove al punto XIII dice... "io non veggo perchè un poeta ghibellino implacabile si riducesse ad accettare pane da un prelato di casa e d'anima guelfa. E Pagano era per l'appunto quel buon Patriarca, il quale fulminava scomuniche, predicava crociate, guidava masnade Friulane contro agli esuli, ed a' figliuoli e alle vedove de' ghibellini: era prete omicida, venduto al Papa e federato satellite di quel Cardinale del Poggetto, il quale un anno o due dopo la morte di Dante andò a Ravenna a dissotterar le sue ceneri" e continua adducendo altre ragioni storiche e letterarie che s'oppongono all'ipotesi del Viviani.

Sulle orme del Foscolo si pose l'abate Bianchi che pubblicò l'opera "Del preteso soggiorno di Dante in Udine ed in Tolmino" (13) lavoro bensì prolisso, ma non proprio da caratterizzarsi, come fece taluno, quasi un'ampia parafrasi del Foscolo. (14)

[139] Secondo il Bianchi tale leggenda fu accolta come verità storica per insufficiente cultura degli scrittori, ignoranti delle condizioni politiche di quel tempo, che dovevano rendere impossibile un contatto fra l'Alighieri e Pagano della Torre. Anche noi ci proveremo di esporre la storia del Friuli contemporanea al Poeta, ma prima studieremo la leggenda come è trattata dagli storici.

  1. Joannis Candidi jureconsulti (15) Commentariorum Aquilejensium libri octo (Venezia, Bindoni, 1521) "Pontifex autem audita morte Castoni, ne quid amisisse Guelphi viderentur, Paganum Turrianun Episcopum Patavinum surrogavit. Apud quem Dantes Aligerius, Poeta insignis Gibellinos secutus a Florentinis Guelphis urbe pulsus per annum Utinae summo favore commoratus est. Inde ad Canem grandem Veronensium regulum digressus, cuius ope quamvis frustra, persaepe in patriam redire conatus est."
  2. Jacopo Valvassone il vecchio (16) "Sommario della vita dei quattro Patriarchi di casa della Torre" (brano d'un manoscritto [140] della Chigiana colla data del 1561, pubblicato dal Fea nelle "Nuove osservazioni sopra la Divina Commedia" Roma 1830).
         "Pagano della Torre fu signore magnanimo e prudente, grande protettore di dotti, appresso il quale ricoverò Dante Alighieri, fiorentino, poeta e filosofo celebratissimo, fuoruscito per le fazioni de' Neri e Bianchi. Con il qual signore con molta satisfazione egli dimorò per buon tempo, e con lui frequentò sovente la bella contrada di Tolmino, castello situato sopra Cividale nel Friuli miglia XXX: luoco nei tempi estivi molto dilettevole per la bellezza e copia di fontane e fiumi limpidissimi e sani: per l'aria saluberrima: per l'altezza dei monti e profondità spaventosa delle valli; per i passi strettissimi e novità del paese, il quale tenendo molto del barbaro, accompagna però con l'orrore del sito una graziosa vista di campagne, di rivi e di terre grasse e ben coltivate. In questo sito sì mirabile, che pare nato per speculazione dei filosofi e poeti si crede che Dante scrivesse a compiacenza di Pagano alcune parti delle sue Cantiche, per avere i luochi in esse descritti molta corrispondenza con questi. £ a questa credenza consente uno scoglio sporto sopra il fiume Tolmino, chiamato fino oggidì dalli paesani "sedia di Dante" nel qual loco la fama di mano in mano ha conservato memoria che egli scrivesse "Della natura dei pesci."
  3. Historie del Friuli dell'Abbate Giov. Francesco Palladio degli Olivi Udine 1660.
         "...Il Patriarca Pagano dopo che fu assunto alla dignità differì a questo punto la sua venuta in Friuli; e seguì con gran solennità il duodecimo giorno di novembre (1320). Condusse il famoso Poeta e filosofo Dante Alegieri Fiorentino da Guelfi scacciato, il quale per un anno si trattenne con esso Patriarca in Udine. Fino ai nostri giorni si conserva la memoria di questo celebre Poeta in questa nostra provincia; imperocchè si ha, che nel tempo ch'egli si trattenne, componesse parte della sua nobilissima Comedia, e particolarmente nel tempo, che con detto Patriarca dimorò nel castello di Tulmino, loco delizioso e ameno, seggio dei Patriarchi nei caldi maggiori. Ancora si addita colà uno scoglio verso il fiume Tolmina, chiamato sino a questi giorni da quegli abitanti la Sedia di Dante. E fama passata [141] per tradizione ai posteri, che sopra quel medesimo sasso egli scrivesse un libro della natura dei pesci."
  4. Capodogli Giov. Giuseppe — "Udine illustrata, — 1665 — alla vita di Pagano II.
         ..."Essendo poscia ritornato vittorioso in Udine, quivi magnificamente consumò il rimanente dei giorni suoi, trattando seco molti famosi letterati, tra questi fu Dante Alighieri celeberrimo Poeta Fiorentino, che per lo corso d'un anno dimorò in Udine appresso di lui, essendo allora, per le fazioni guelfe e ghibelline esule della patria; molto si dilettò questo Principe della conversazione di cosi gran letterato, come fatto aveva in Padova di quella d'Albertino Mussato, anch'egli famoso Poeta di quell'età, che da Pagano fu per la sua somma virtù incoronato di Lauro il primo anno del suo Vescovato in quella città."

Da questi passi risulta ad evidenza che degli storici sopra nominati due soli si devono considerare quali fonti a cui attinsero i rimanenti — Giovanni Candido che parla del soggiorno di Dante in Udine e Giacomo Valvassone che tratta della dimora in Tolmino.

Contro la narrazione del primo osserva il Foscolo, che il Candido è bensì il più antico degli storici friulani, ma che scriveva un mezzo secolo dopo l'ultimo dei Fiorentini; e, a detta del Tiraboschi, con poco corredo di critica. (17) Il Bianchi dimostra poi che il Candido ha seguito e talora copiato alla lettera il Platina (18) e che quindi anche la notizia che riguarda Dante [142] proviene proprio da un passo del Platina dove il Candido per incertezza paleografica del testo scambiò Forumjuli per Forumlivy. (19)

Alla narrazione del Valvassone obbietta il Bianchi che Tolmino non fu mai la residenza estiva dei patriarchi, ma invece Suffembergo, che la dimora in Tolmino era pel patriarca malsicura perchè esposto alla prepotenza del Conte di Gorizia (20) e che la leggenda della dimora in Tolmino è originata dal passo della lettera del Boccaccio al Petrarca nel quale dice che Dante visitò "antra Julia Pariseos". (21) Il Boccaccio però diede il nome di antra Julia non già alle grotte del Friuli, bensì alle scuole di Parigi poste in una contrada di quella città, chiamata da Dante il vico degli strami, dove Sigieri dava le sue lezioni, alle quali [143] i giovani in gran numero intervenendo, e non trovandosi banchi nè sedie per sedersi, erano costretti di portarsi seco dei fasci di paglia e di fieno, a cui non mancavano di frammischiarvi nè erbe odorose, nè fiori, e sovr'essi sdraiavansi.

L'appellativo poi di Julia si deve attribuire a Parigi, perchè avendo Labieno nel 56 a. C. presa e distrutta quella città, Giulio Cesare la ricostruì e trasferì in essa la dieta generale dei Galli, onde memore di tanto beneficio la città volle portare anche il nome del suo secondo padre.

Il Fraticelli poi pone in dubbio la veridicità del Valvassone dicendo: "Ma quale autorità potrà fare uno scrittore, il [144] quale racconta che Dante, stando sul sasso di Tolmino, scrivesse un libro sulla natura dei pesci? E qual fede potrà meritare una tradizione da lui riferita, secondo la quale si crede che Dante, stando colà, scrivesse una parte delle sue cantiche per compiacere al patriarca d'Aquileia?"

Prima ch'io tenti di confutare gli argomenti addotti contro la leggenda rileverò che intorno ad Udine non c'è una leggenda come quella rispetto a Tolmino cosi radicata nel popolo.

Tanto il Foscolo quanto il Bianchi escludono la dimora di Dante nel Friuli ed in particolare in Tolmino perchè Pagano era un feroce guelfo e Dante un ghibellino intransigente. Questo argomento svolto con molta dottrina dal Bianchi non mi convince punto. Pagano avrebbe potuto far conoscenza coll'errante Poeta in Lombardia alla corte di Arrigo VII quando questi scese in Italia. Quivi i Torriani stessi fecero omaggio a Cesare, nè può destar meraviglia la credenza che Dante siasi nuovamente incontrato con Pagano nel Friuli, tuttochè centro di Guelfi, in un'epoca di tanto mutabili alleanze e di personali amicizie non sempre ed unicamente connesse alla politica. Pisa guelfa spende per Arrigo VII 2,000.000 di franchi e a lui morto erige un ricco sarcofago. Il cardinale Napoleone Orsini nominato paciere del papa in Italia volle pacificare Bologna e Firenze (1306). Ma non essendo stato accolto nè dall'una nè dall'altra, scomunicò ambedue, tolse a Bologna lo studio e contro Firenze armò un esercito di Ghibellini. E Lucca, la guelfa ingiuriata da Dante nell'Inferno, accolse il profugo ghibellino, che vi trovò chi gli fece piacere questa città (Purg. XXIV, 43-46).

Il primo rifugio di Dante fu a Verona dal vicario imperiale Can Grande, per conseguenza ghibellino; ma poco dopo, cioè nel 1307, il Poeta fu accolto e ritenuto con eguale cordialità dai Malaspini, capi di parte guelfa; e ben a ragione il Giusti (22) dice che il Foscolo, sebbene meritissimo degli studi danteschi, ha fatto di Dante un Lutero, perchè anche lui come [145] molti commentatori, hanno spostato il poema dal tempo pel quale fu scritto e l'hanno fatto servire alle passioni dei tempi e anco dei paesi nei quali scrivevano e scriveranno.

Se Dante sia o meno stato in Udine, come l'afferma il Candido, è cosa che per lo studio presente non ci riguarda come non ci riguarda la spiegazione dell'errore paleografico nel testo del Platina che servi di fonte al Candido.

Noi ci occupiamo di Tolmino e Dante può essere stato a Tolmino senza aver nemmeno veduto Udine.

Ma l'argomento più forte contro la presenza del Poeta in Tolmino si è, a detta del Bianchi, la falsa interpretazione del passo contenuto nella lettera del Boccaccio al Petrarca

Gli antra Iulia non sono le grotte delle Alpi Giulie ma le stanze della scuola di Sigieri in Parigi.

Prescindendo dall'incoerenza attribuita dal Bianchi al Boccaccio, illustre umanista e veneratore delle intelligenze speculatoci, di denominare colla parola antra la scuola di Sigieri, osserverò che il vico degli strami così si chiamava non già perchè gli studenti si sdraiavano sulla paglia, ma perchè nella contrada dove era la scuola di Sigieri si vendeva anche paglia pei cavalli. (23)

L'ulteriore spiegazione poi dell'appellativo Iulia come proprio di Parigi è un vero errore. Anzitutto Parigi latinamente si appella Lutetia Parisiorum, poi Parigi non fu distrutta da Labieno nel 56 a. C. ma incendiata dall'eduo Camulogeno nel 52 a. C. (Giulio Ces. Com. VII X 57.) e Giulio Cesare non la ricostruì, nè vi trasferì la dieta generale dei Galli, ma un anno prima, cioè nel 53 a C. convocò l'assemblea dei Galli in Parigi. (Ces. Com. VI-3). Bastava che il Bianchi avesse preso in mano Giulio Cesare ed avrebbe evitato di commettere un simile errore storico che invece di sorreggere indebolisce di molto la sua ipotesi. Può darsi che Parigi abbia portato il [146] titolo di Iulia, ma allora non da Giulio Cesare ma da Giuliano che in questa città passò un inverno e fu proclamato imperatore nel 358 d. C.

Inoltre in che modo si può pensare una concordanza grammaticale fra antra Iulia e Pariseos come sembra voglia intendere il Bianchi. Il testo che ebbe questi sott'occhio era secondo la lezione becadelliana, che dopo il Iulia porta la virgola ! Forse il Bianchi intendeva dire che Iulia, anche riferendosi ad antra, significava le scuole Giulie, cioè quelle di Parigi perchè Parigi è dal Boccaccio chiamata Iulia Parisius nel lib. 15, cap. 6, della Genealogia degli dei.

E che dovrebbe dirsi della spiegazione data dal Bianchi che gli antra Iulia di cui parla il Boccaccio fossero stati interpretati dal Valvassore e rispettivamente dal popolo come un'allusione alla famigerata grotta di Dante una vera spelonca ed un albergo di topi e di nottole. Tale supposizione può fare chi non ha veduta questa grotta, come il Bianchi e come l'illustratore dell'edizione Viviani, che raffigurò Dante seduto innanzi ad una grotta di rilevanti proporzioni mentre ispirandosi alla natura col suo divino pennello delinea le bolge raffigurate dai valloni di quelle alpi romite.

E pensarvi che per raggiungere la grotta bisogna prima passare un corridoio quasi carponi !

Resta ancora che si tolga la taccia di parabolano data al Valvassone dal Fraticelli. Il Valvassone a detta del Liruti (24) fu ingegno versatilissimo avendo pubblicate opere per quei tempi pregevoli, occupò la cattedra di eloquenza greco-latina in Venzone (25) ed ebbe dalla Serenissima importanti cariche. Il Podreca (26) osserva in proposito:

"non presumendosi che il grave commissario veneto, quale fu il Valvassone, avvezzo alle relazioni veritiere alla sua Repubblica, divenisse mentitore in una storia e di più senza interesse, abbiamo la presunzione contraria in ciò, che se egli voleva mentire impunemente, poteva, chiamar fatto e non credenza che a Tolmino l'Alighieri [147] scrivesse alcune parti delle sue cantiche e credenza e non fatto che lo scoglio fosse stato sempre chiamato e si chiamasse sedia di Dante, perchè ogni contemporaneo, specie nel Friuli, poteva sbugiardarlo."

E circa all'asserzione dello storico friulano che Dante studiasse la natura dei pesci, osserverò che il popolo di Tolmino narra che i patriarchi si dilettavano di pescare le squisite trote nella Tominka e documenti ci mostrano che nel 15 agosto 1319 fu concesso ad Odorlioo Longo di Cividale il diritto di pesca nelle acque di Zirknitz, Brisa, Idria, Isonzo, Tolminia (Tominka) (27) e che addì 21 giugno 1337 il patriarca conferì a Guglielmo ed Ulrico di Cividale il diritto di pescare nelle acque delle contrade di Tolmino. (28)

Svolta la questione in riguardo critico letterario esponiamo ora le vicende storiche di quel tempo nel Friuli e nel Goriziano. (29)

Il patriarcato d'Aquileia dovette la sua potenza agli imperatori che desideravano avere in Italia uno strumento della politica allemanna non solo contro i vassalli laici ed i vescovi dell'alta Italia, ma anche contro la Republica veneta che osteggiava l'Impero. Declinando però l'autorità imperiale il patriarcato s' appoggiò al papa e questo principato ecclesiastico diventò capo del partito guelfo dell'alta Italia. Perciò morto il 20 agosto 1318 il patriarca Gastone, il Pontefice elesse a successore Pagano della Torre, vescovo di Padova e fedele sostenitore della politica papale, il quale appena li 25 marzo 1320 riceve il pallio e viene solennemente proclamato Patriarca della chiesa aquileiese. Confinando cogli stati patriarchini la contea di Gorizia ed essendo il patriarca signore feudale della metà della contea è naturale che sorgessero strette relazioni fra questi due principati.

Il conte di Gorizia era avvocato della chiesa aquileiese e tale privilegio era dovuto alla sua potenza. Ma le questioni che molto di frequente nascevano, sia per l'abuso dei Conti [148] nell'esercizio dell'avvocazia, sia pel tentativo di trasformare questa carica da personale che era in ereditaria e dinastica, sia per gli obblighi feudali dipendenti dal possesso della contea, furono cagione di continue ostilità e guerre fra i conti ed i patriarchi, e quindi anche della successiva decadenza del governo ecclesiastico-feudale della chiesa aquileiese.

Contemporaneo a Pagano è il conte Enrico II, il più illustre signore della famiglia Lurngau-Heimföls, uomo che per le virtù dell'animo, pel valore personale e pel suo accorgimento politico è degno dell'appellativo di Grande. Costui venuto al potere si prefisse per iscopo di diventare effettivo signore dei possessi patriarchini. Cominciò col prendere parte attiva e diretta negli avvenimenti del Friuli ed alla morte del patriarca Raimondo della Torre (1299) riuscì a farsi nominare dal capitolo e dal parlamento a capitano generale durante la sede vacante. In tale officio cercò di mantenersi anche dopo la nomina del nuovo patriarca Ottobono, però ricorrendo alla forza. Il patriarcato si trovava invero rispetto al conte Enrico in un'alternativa egualmente pericolosa; o di accettarlo alleato, col pericolo che gli si mutasse in padrone, o di respingerlo quale avversario per vederselo poi unito ai suoi nemici. Perciò, dopo molti, non inutili tentativi di affidare ad altri l'ambita carica di capitano generale, il patriarca fu costretto nel 1314 di concederla al conte di Gorizia a vita con 100 marche mensili; cessione che equivaleva alla rinuncia del dominio temporale. Alla morte del patriarca Gastone Enrico quale capitano generale occupa tutte le terre e castella del patriarcato e nomina a suo vicario Odorico di Strassoldo.

Desideroso di mantenere le buone relazioni col patriarca, perchè altrove io chiamava il suo spirito intraprendente, Enrico II s'accorda nel 1319 con Pagano della Torre, rinunciando al capitanato generale, ma tenendo in suo potere tutti gli acquisti fatti sino a quel tempo, più 6000 marchi, a sicurtà dei quali ebbe in pegno tutta la Carnia. Partigiano di Federico il bello d'Austria contro Lodovico il Bavaro fu nominato nel 1319 a vicario imperiale di Trento e della Marca trevisana, anche Padova lo riconobbe come tale e nel 1320 Trieste lo elesse per la seconda volta a suo podestà.

[149] Per tal modo con Enrico II la dinastia dei conti di Gorizia era giunta all'apice della sua potenza, estendendosi di fatto da Padova sino ai confini croati, dalla Pusteria sino all'estrema punta dell'Istria.

Nello svolgersi di queste varie vicende il castello di Tolmino, feudo dei patriarchi, fu più volte conquistato dal conte di Gorizia. Cosi nel 1313 (30) fu occupato dalle truppe del conte e restò in potere di esso anche dopo la pace con Ottobuono, per la quale il patriarca fu spogliato dal potere temporale, e di diritto vi rimase fino alla convenzione del 1319 (31) conchiusa con Pagano della Torre, nella quale il conte riteneva bensì gli acquisti fatti, ma si obbligava di restituire Tolmino entro giorni 15. Se poi l'abbia di fatto restituito al patriarca non è noto, certo si è che nel 1321 sembra che la contrada di Tolmino fosse in dominio della città di Cividale perchè il patriarca in detto anno acquistò la decima nella contrada di Tolmino. (32)

Nel 1337 (33) troviamo Tolmino soggetto al patriarca e nel 1450 tanto il castello, che le terre e le miniere di Idria sono in istabile possesso della città di Cividale riconosciuto dalla Serenissima con ducale dell'anno predetto. (34)

E qui facciam sosta e veniamo alla conclusione.

Abbiamo veduto come il Bianchi volle cancellare per sempre una memoria da secoli mantenuta ed accarezzata, strappando alla sua patria una corona ambita benchè imposta dal capriccio o dalla adulazione (35) ma se egli vi riuscì rispetto ad Udine ed al Friuli, non possiamo dire altrettanto riguardo a Tolmino.

[150] Quegli argomenti che furono addotti da lui e da altri storici e critici, che noi abbiamo confutato dimostrando che si basano o su notizie inesatte o su falsi apprezzamenti storici, non possono sicuramente cancellare la tradizione popolare, che ancor oggi fresca ed intatta come 6 secoli fa corre di bocca in bocca degli abitatori di Tolmino. Il Carducci ricordando nella Varia fortuna di Dante la tradizione di quel fabbro che, battendo ferro sull'incudine, cantava di Dante e dell'asinaio, che cantato un pezzo toccava l'asino e diceva Arri, osserva che la tradizione non s'inventa di pianta e riposa sempre sur un fondamento di vero. Qual romanziere scriverebbe oggigiorno che un fabbro o un vetturale in mezzo all'opera loro cantano del Foscolo e del Leopardi?

Ed in che anno visitò Dante Tolmino?

Conforme gli odierni risultati degli studi danteschi, il poeta vi potè venire solo dopo il ritorno da Parigi nel 1311, quando cioè Arrigo VII scende in Italia. Dal 1311-1313 vediamo Dante sulle orme di Cesare e, morto lui, va peregrinando senza una meta fissa. Dal 1316, anno in cui fu cacciato Ugoccione da Lucca, anche il poeta abbandona questa città; le orme di lui sono avvolte nelle tenebre finchè sembra che nel 1317 prendesse stabile dimora a Ravenna, ospite di Guido Novello da Polenta. Or l'epoca nella quale Dante visitò Tolmino non può essere che dal 1311-1321, probabilmente cade fra il 13I6-1318.

Avendo peraltro constatato che il castello di Tolmino in questo periodo di tempo, non era in possesso del patriarca Pagano ma del conte Enrico, bisogna ammettere che Dante fosse ospite non già di Pagano, ma di questo potente signore, da lui certamente conosciuto a Milano o ad Asti nel seguito di Arrigo VII.

Questa supposizione trova altra conferma nell'intima amicizia esistente fra Enrico II e Can Grande della Scala, amicizia che durò fino al 1319, anno in cui il conte di Gorizia fu nominato vicario imperiale dall'imperatore Federico d'Austria. Noi troviamo verso la fine di ottobre del 1316 Enrico presso Can Grande, venuto appositamente per concludere il matrimonio fra il figlio di Gueceli da Camino ed una nipote dello Scaligero. (36)

[151] In quest' epoca probabilmente bisogna porre la seconda dimora di Dante presso lo Scaligero venuto a questa corte assieme ad Ugoccione cacciato da Lucca. Quivi Dante rinnovò la conoscenza del conte di Gorizia, già fatta alla calata di Arrigo in Italia, e dalla sua stabile dimora in Ravenna o forse prima intraprese un viaggio nel Goriziano per visitare il nuovo amico e fedele rappresentante della politica imperiale in Italia.

LA LEGGENDA DI DUINO. (37)

La principessa di Hohenlohe nella poesia intitolata "Un'ora memoranda a Duino" volgendo la parola all'orologio della torre di Duino esclama:

Ma qual fu quell'ora armonica
Che all'altissimo poeta
Echeggiò per l'onda cheta,
Allorchè peregrinando
Dalla cieca patria in bando
Sa quel scoglio si fermò?

E seguendo la leggenda imagina il poeta seduto sulla roccia, che ancor oggi si nomina sasso di Dante, mentre fissa lo sguardo all'orizzonte dell'Adria e col cuore anela la patria che lo ha bandito.

Alla natura domanda conforto quest'anima grande, perchè le anime degli eroi confidano i loro affetti più intensi al creato.

Duino, dagli antichi Romani denominato Pucinum è un castello in amena posizione agli estremi confini del golfo triestino e domina la via che dal Friuli mena a Trieste e nell'Istria. Di fronte Trieste, la costa istriana, le Alpi e le lagune gli fanno corona e di dietro lo cinge l'ubertosa pianura friulana. Da Trieste lo vedi come una sentinella avanzata e viaggiando colla ferrovia a Gorizia più volte ti si mostra colla sua torre [152] merlata nella fuga delle circostanti campagne solitarie ed il pensiero ricorre ai tempi nei quali ebbero fama i Signori o Burgravi di Duino (1100-1399).

Questa nobile schiatta, venuta dal Friuli, si trovò in continue relazioni col patriarca d'Aquileia e coi conti di Gorizia e precisamente a queste relazioni essa deve l'importanza avuta ai tempi di mezzo nella nostra provincia.

I signori di Duino, vassalli dei patriarchi, furono seguaci della politica dei conti di Gorizia. Danno addosso al patriarca perchè i conti fanno altrettanto e ne hanno in ricambio protezione, della quale approfittando partecipano alla politica degli imperatori germanici.

Sotto Ugone IV la potenza dei Duinati toccò il massimo splendore. Egli accompagnò il conte di Gorizia nelle sue spedizioni in Italia, egli assieme a lui pugnò sotto Padova (1317) contro Pagano, assediò Treviso (1318) ed entrò in questa città assieme ad Enrico II. Ma Ugone non era solamente un guerriero: le relazioni strette con famiglie italiane (38) e la lunga permanenza in Italia avevano ingentilito l'animo suo, che già per sè esercitava un certo ascendente, ove si consideri che Federico il Bello l'aveva creato, dopo la presa di Treviso, capitano di Conegliano e che i conti di Gorizia gli affidarono delicate mansioni. (39) Di lui narra la storia che fosse generoso e tenesse numeroso seguito di gentiluomini.

La potenza quindi di Ugone, le sue intime relazioni con Enrico II, conte di Gorizia, e la conoscenza non dubbia di [153] Can Grande della Scala, che due volte cortesemente ospitò l'Alighieri, perchè in moltissime imprese Enrico e Cane furono compagni d'armi ed Ugone seguì il conte in qualità di ministeriale, sono argomenti tali, per cui si debba considerare la presenza di Dante a Duino, come la ammette la tradizione leggendaria, per non dir sicura, almeno probabile, certo mai inverisimile. Riguardo all'epoca alla quale si riferisce la leggenda, io credo che la si debba porre dopo il 1316 come sono d'avviso che Dante abbia visitato Ugone quando fu ospitato da Enrico.


Giunti così alla fine del nostro compito riassumeremo brevemente la leggenda sulla dimora di Dante nella regione Giulia. Fino ad oggi essa sarebbe venuta a noi indiscussa se gli storici non vi avessero innestata la bellicosa figura di Pagano, che invece non ha nulla a che fare coll'Alighieri. Non ci presumiamo però d'aver fornito la prova di questa dimora, perchè dove mancano documenti a provare un fatto storico non restano che congetture: ma anche queste hanno un valore e quando pure non vogliano prendersi dalla tradizione, sempre rispettabile purchè rettamente interpretata, nel nostro caso possiamo poggiarle anche su altri indizi.

Una tradizionale leggenda, che nè documenti, nè l'amara ironia dei critici potè finora distruggere, indica due luoghi visitati dal poeta, cioè Tolmino e Duino: Dante stesso descrive un terzo e precisamente Pola.

Il fatto che i due primi erano nel dominio di persone amiche all'Alighieri e beneficate da quel Cesare a cui è serbato nel Paradiso un seggio (Par. XXX, 136-138), che Pola e la costa liburnica bagnate dal Quarnaro sono dipinte con una finezza di particolarità possibile soltanto da chi le vide, che nella vicina Trieste (40) ben 50 famiglie fiorentine avevano preso stabile dimora, fra le quali la famiglia degli Agolanti, che era in relazione coll'Alighieri e quel Corso di Alberto Ristori che assieme a Dante fu bandito colla sentenza del 10 marzo 1302, [154] che il Boccaccio parla delle grotte giulie visitate dal poeta, sotto le quali dicono si debbano intendere la grotta di Postumia, quella di Tolmino ed altre grotte del Carso (41) che infine il Tabernicch (42) menzionato nell'Inferno (c. XXXII) non è altro che il monte Iavorneg soprastante al lago di Zirkniz, mentre la borgata di Zirkniz apparteneva ai patriarchi e burgravio di Postumia era Enrico II conte di Gorizia, questi fatti dico sono indizi che suffragano e giustificano pienamente la tradizione, che cribrata dalla critica esce rinnovellata e più salda ai futuri attacchi. A questo punto non voglio ommettere di riportare queste auree parole del Bassermann.

"Dante oltre ai molti altri libri ebbe innanzi a sè specialmente uno, nel quale lesse continuamente, cioè il libro della natura. L'autorità di questo libro noi possiamo porre con tranquillità di coscienza accanto a quella dei libri degli archivi e delle biblioteche e nulla ci vieta che apriamo questo venerando volume e vi cerchiamo quei passi che ci servono di commento alla poesia del suo apostolo ispirato.

Qui (cioè in Postumia e Tolmino) si trovano due di questi passi, sui quali noi possiamo porre il dito. Punto per punto collimano il modello e la copia ed è l'anima di Dante ohe spira dalle viscere delle Alpi Giulie".

Riguardo all'epoca nella quale l'Alighieri avrebbe visitate le nostre contrade, abbiamo già detto, ch'essa decorre dal 1316 [155] al 1320 e precisamente dopo l'aprile 1316, in cui, cacciato Ugoccione da Lacca, si ripara assieme a lui da Can Grande a Verona, alla corte del quale trova il conte Enrico di Gorizia. Rimasto circa un anno presso lo Scaligero si stabilisce in Ravenna da Guido Novello, dalla qual città più volte intraprese dei viaggi e delle escursioni però di breve durata. 0 prima di recarsi a Ravenna o durante il soggiorno in questa città sembra quindi che il poeta abbia visitata la regione Giulia.

Pietro Kandler narra che presso i padri del convento di S. Michele in Pola, ora demolito, esistesse la tradizione avere il poeta visitato Pola nel 1320 ed essere stato ospitato indetto chiostro. Con questa avremo una tradizione che si riferisce all'epoca del soggiorno di Dante nella regione Giulia e di importanza tanto maggiore in quanto collima colle deduzioni storiche da noi sopra esposte per accertare approssimativamente l'anno in cui Dante visitò le nostre terre.


Note:

  1. Balbo Vita di Dante, lib. II, c. V.
         "E che fosse scritto in Bologna (cioè il libro "De Vulgati Eloquio") pare molto probabile dalle lodi e dal gran parlare ch' ei fa di quella città e del dialetto di essa; essendo canone di critica dantesca, molto conforme alla natura di lui, che dalle impressioni accennate in ogni scritto si possono dedurre, quando non s'oppongano memorie più certe, il luogo e il tempo in che egli scrisse via via".
         Confronta ancora quanto espone Isidoro Del Lungo a pag. 407, 408 dell'opera: Dal secolo e dal poema di Dante, Bologna, Zanichelli 1898.
         Il Kraus {Dante ecc., G. Grote, Berlin, 1897, pag. 104) dice che in Venezia si aveva sufficiente cognizione delle coste istriane per fornirne notizie come quelle di Fola al Quarnaro. Anche il Petrarca parla del mite clima e delle bellezze dell'Istria e della Dalmazia senza aver viste queste terre. Ma si può osservare che il Petrarca narra e non descrive e descrivere coll'esattezza di Dante non può se non chi ha visto.
  2. Qui ed altrove seguo le orme del Kandler e del Tagliapietra tracciate nei Componimenti di prosa e poesia relativi a Dante Alighieri pubblicati in Trieste per cura della Società di Minerva nel 1866.
         S. Michele in Monte comprendeva il convento e due chiese binate, una delle quali, murata nel X secolo, era mausoleo dei marchesi d'Istria, l'altra era antica basilica del VI secolo.
         Nella prima chiesa era sepolto il beato Salomone degli Arpadi, re d'Ungheria, 1063-1074, che riparatosi in Istria mori in Pola nel 1087. L'iscrizione esistente sulla tomba di questo re fu esposta all'esposizione giubilare in Budapest del 1896 e sembra non sia peranco restituita al Municipio polense. Narra il Kandler che il convento ai suoi tempi era una rovina e con piacere ricorda una cisterna, entro la quale soleva assidersi, composta a colonne di antichi marmi finissimi, tratti da edifici dell'epoca romana.
  3. Il Kandler osserva in proposito: "Il modo di seppellire sopra terra è preferito, ed è necessità ove il suolo è petroso e scarsa la terra. Così in Lussinpiccolo ho veduto in S. Martino d'arche, cimitero fatto a cellette di muro sopra terra, contigue, ondechè le pietre di copertura fanno pavimento: e si prolungano le celle, quando si ha bisogno di sepoltura. Cosi rozzamente in Promontore, così altrove. Pola nelle colline che la circondavano, ha terreno nudo, il terriccio vi è quasi artificialmente formato in qualche o decubito o fossa, o crepaccio, e le cave di Vitriano quivi prossime, furono certamente aperte ai Romani".
  4. Riporto quasi integralmente la nota che il Viviani pose a questa parola nell'edizione della Divina Commedia secondo il codice bartoliniano pubblicato in Udine nel 1823:
         "Chiunque brami la proprietà della parola non leggerà mai Quarnaro, ma con la miglior parte dei testi Cantaro. Carnarium dissero i latini il luogo dove si serbava la carne, e Carnarium in latino barbaro fu chiamato il cimiterio, in quo humana corpora seu cadavera humo conduntur (Dufres. Gloss.).
         Questo nome può benissimo convenire a quel golfo vicino a Pola, chiamato da Pomponio Mela sinus Polaticus (De situ orbis. lib. 2), e da Plinio sinus Flanaticus (Hist. nat., parte I, lib. 8, cap. 19), il quale è talmente pericoloso, che ingoia gran parte dei naviganti, che senza i debiti riguardi vogliono avventurarne il passaggio. Questa etimologia piacque a Flavio Biondo istorico, nato sul finire del secolo in cui mori Dante, il quale parlando di questo seno di mare nella sua Italia illustrata
         (De undec. region. Histriae) cosi si esprime: Carnarius a multitudine cadaverum, quae frequentibus ibi tempestatibus fiunt, est appellatus. Siccome però carnaria prima di quel tempo chiamavansi i cimiteri, cosi non credo inverisimile, che questo golfo abbia preso il suo nome dal bagnare che esso fa il lido, dove si vedeva la innumerevole quantità di sepolcri, de' quali ne fa la descrizione il poeta. Non mi si dica con l'appoggio del Venturi e del Lombardi, che questa etimologia è falsa, per essere favolosa la storia di quei sepolcri. A dissipare questa poco ponderata opinione sono più che bastanti i documenti che seguono.
         Trovasi nel commento del codice Fontanini: penes Carnarium multa sunt monumenta et sepulcra defunctorum, quia, secundum quod dicitur, antiquis temporibus inter Christianos et Saracenos fuit magnum praelium in dicto loco, ex quo multi ceciderunt utrinque, et locus ille est varius propter inaequalitatem sepulcrorum. E nel codice Marciano CXXVII; in Pola sunt multa monumenta, quia antiquitus fuit ibi maximum praelium inter Christianos et Paganos... e più innanzi: obstructa fuerunt monimenta maiora et minora secundum qualitates mortuorum, et talia monimenta inaequalia ecc.
         Anche presentemente al sud della città di Pola si trovano alcuni di questi sepolcri (Fortis, Isola di Cherso, Venezia 1771, pag. 22) e quelli che più non si vedono furono disfatti dagli abitatori del luogo, e ridotti in pile da olio, in lastricati di case e in abbeveratoi d'animali. (Vedi anfit. del can. Stancovich, Venezia 1822, pag. 108). Cosi col fatto si viene a comprovare, che nel sublime poema di Dante si conservano le memorie istoriche de' secoli barbari, con fortissimi colori ritratte, di maniera che io non credo errare affermando, che i popoli moderni devono a lui quella venerazione e quella riconoscenza, di cui le antiche nazioni andavano debitrici al divino Omero.
         Tomaso Luciani invece nei suoi studi storici-etnografici di Albona, Venezia 1879, osserva, che si volle derivare la parola Quarnaro da carocarnis, come se questo mare fosse divoratore di carni o deposito di cadaveri. Ma i moderni, che si compiacciono di salire ad origini più remote, preferiscono trarre la derivazione dalla radice celtica car o kar (sasso), colla quale spiegano in pari tempo vari altri nomi di speciali località e di intiere regioni, p. e. Car-nizza, Car-sano, Carso, Car-sia, Car-nia, Car-niola, Car-intia ecc. Il Quarnaro ha difatti sponde nella massima parte ed in modo non comune scogliose.
  5. Lib. I. cap. XI .... "Post hos Aquilejenses, et lstrianos cribremus, qui, Cest fastu crudeliter accentuando eructant".
  6. Riguardo alle relazioni fra Ravenna e Pola consulta il Benussi "Nel Medio Evo, pagine di storia istriana. Parenzo, Coana, 1897. Al capitolo II, § 1, oseerva l'autore che quando la religione cristiana divenne religione di stato i vescovi ebbero grande autorità anche nelle cose civili e sorvegliavano il governo e la vita municipale in nome del loro sovrano. Anzi tale era l'ascendente del vescovo che i secolari cercavano giustizia di preferenza presso i tribunali vescovili, la di cui importanza fu di molto accresciuta dall'imperatore Giustiniano.
  7. Kandler nei Componimenti ecc. e Benussi nell'op. cit.
  8. Ricci L'ultimo rifugio di Dante Alighieri, Milano, Hoepli, 1891. Il Ricci fa colui che sostenne aver Dante insegnato rettorica volgare nello studio di Ravenna e che l'opera sulla volgare eloquenza non fosse altro che il riassunto delle sue prelezioni. E chi meglio di Dante poteva giudicare sulla lingua italiana e sui vari dialetti, quando come legno senza vela e senza governo, portato a diversi porti e foci e lidi, era andato peregrino per le parti quasi tutte, alle quali si stende la lingua italiana. (Convito I, 3).
         In occasione del giubileo dantesco si costituì in Pola un comitato per erigere in questa città un ricordo a Dante (Il Popolo Istriano, 17 marzo 1900. Anno III. N. 98). Per iniziativa del giornale II Piccolo di Trieste, 24 marzo 1900, Anno XIX, N. 6649, questa idea, modesta in sul principio, fu allargata nel concetto di erigere all'Alighieri un monumento sul monte Zaro, là dove il poeta vide il Prato grande seminato da sepolcreti. Finora si notarono molte adesioni e si spera che tale idea frutterà un risultato favorevole.
         A questo proposito non posso far a meno di rilevare una corrispondenza da Pola mandata alla Wiener Abendpost supplemento della Wiener Zeitung di Vienna del 22 marzo 1900, nella quale si rende di pubblica ragione l'intendimento del comitato polense di erigere il ricordo marmoreo all'Alighieri. La buona volontà dei corrispondente discapita però di fronte alle notizie storico-letterarie contenute in detto articolo. Ivi si dice che Dante scrivesse nel convento di S. Michele il IX canto dell'Inferno, che la dimora di Dante in Pola è confermata dalla lettera del Boccaccio al Petrarca, secondo la quale il fuggiasco Ghibellino si ritirò negli antri giulii (sic) dimorò presso il conte di Duino (!) nel convento dei Camaldolesi a Pola. Dante non scrisse il canto IX a Pola, gli antra Iulia non hanno che fare con Pola, i signori di Duino non furono mai conti nè ospitarono Dante a Pola ed il convento di San Michele, secondo il Kandler, era dei Benedettini. Un complesso di notizie inesatte danneggia l'intenzione, per quanto buona, di chi scrive e non risparmia la leggenda stessa, fornendo materia di confutazione agli avversari.
  9. Raffaello figurò Dante nella "Disputa" (Stanza della Segnatura in Vaticano) vestito del lucco rosso. Riguardo alla tradizione consulta Bassermann Dantes Spuren in Italien — Oldenbourg, München und Leipzig — 1898.
  10. "Fanfulla della Domenica" del 23 novembre 1890 La grotta di Dante a Tolmino di Carlo Podrecca.
         In questo articolo è notabile il passo dove osservando l'autore ad un suo parente, che la critica storica e non la politica ha demolito il più bel vanto degli Sloveni: la grotta di Dante: detto parente rispose, che se gli Sloveni volevano inventare una leggenda, lo avrebbero fatto per uno dei loro grandi, se gli Italiani invece l'avessero inventata, l'avrebbero collocata a casa loro.
  11. Si allude ad Enrico Schliemann ed alle sue scoperte archeologiche di Troia e Pergamo.
  12. Dr. Antonio Fiammazzo — "I codici friulani della Divina Commedia" — Cividale — Tipografia Fulvio Giovanni — 1887.
  13. Udine — "Forchetto", 1844.
  14. Fiammazzo — Op. cit.
  15. Giovanni Candido nacque in Udine circa la metà del sec. XV, studiò diritto all'Università di Padova ed esercitò l'avvocatura in patria ove mori il 20 luglio 1528. Il suo nome divenne celebre pei "Commentari aquileiesi" pubblicati in Venezia nel 1521.
         Il Liruti osserva nelle notizie sulle vite e sulle opere dei letterati friulani (Venezia 1762) che in quest' opera non si trova quel critico discernimento che è necessario in siffatte opere e che il Candido non ha potuto esaminare tutti i documenti per essere pienamente informato delle cose passate.
         Il Viviani rileva invece, che questo storico fu chiamato candidissimo amico del vero.
  16. Iacopo Valvassone il vecchio nacque in Udine circa al principio del sec. XVI. Fu istruito nelle lettere umane da Antonio Mischiotto in Venzone, e compiti gli studi ritornò in patria ove dalla città gli furono affidate importanti magistrature. Ingegno versatilissimo, avendo pubblicate opere per quei tempi pregevoli di geografia, storia, politica e architettura militare. Fra le opere letterarie meritano d'essere ricordate: Le vite dei Patriarchi d'Aquileia, le vite dei Patriarchi di Grado, dei Duchi del Friuli ed altre croniche.
         L'opera che fa menzione della dimora di Dante in Friuli e particolarmente in Tolmino si trova nella biblioteca chigiana a pag. 202 del manoscritto segnato G. II. 56.
  17. Foscolo — Discorso sul testo del Poema di Dante.
  18. Platina, nome latino di Piadena, borgata nel Mantovano, dove nacque Bartolomeo Sacchi. Condotto a Roma dal cardinale Gonzaga latinizzò il suo nome, come allora usavasi, e raccomandato a Pio II, fu fatto abbreviatore. Poscia sotto Sisto IV fu nominato bibliotecario della Vaticana ed in tale ufficio morì nel 1481. La sua opera principale è intitolata: Excellentissimi historici B. Platinae in vitas Summorum Pontificum praeclarum opus — Venezia 1479. — È scritta in buon latino e con critica arguta dove la passione non lo acceca.
         Il relativo passo del Platina che parla di Dante e dal quale a detta del Bianchi il Candido attinse la notizia della dimora di Dante in Friuli o leggendo male perchè erroneamente scritto o ad arte cambiando il Forumlivy in Forumjuli, è il seguente contenuto alla vita di Bonifacio VIII: Verum abeunte ex Hetruria Carolo Valesio, Albi Florentia pulsi Forumlivy populariter commigrarant: quorum de numero habitus est Dantes Aldegerius vir doctissimus et sua vernacula lingua Poeta insignis: qui postea redire in patriam persaepe conatus est, sed frustra adjuvantibus etiam Bononiensibus et Cane grandi Veronensium domino, quocum postea familiariter vixit."
  19. Sulla facilità di scambiare le due parole ha discorso G. B. Morgagni, Opuscolorum miscellanorum, Pars tertia — Venezia 1763, nella prima e nella decima delle sue erudite epistole emiliane; nella prima discute intorno al poeta Cornelio Gallo, cui Forlì e il Friuli vantavano d'aver dati i natali, appunto per incertezze paleografiche degli antichi testi; nell'altra raccoglie esempi e prove di simile confusione:
         "Non alienum hic fuerit animadvertere qua ratione isti, qui ab "nostratibus dissentiunt, factum credant ut librarii et typographi saepe "adeo peccaverint Foroliviensem pro Forojuliensi scribendo."
  20. Engelberto II (1149-1187) resosi colpevole di abusi nel diritto di avvocazia sulla Chiesa aquileiese fu citato dinanzi ai pari della curia a scolparsi. Si presentò bensì, ma armato e fece prigione il patriarca stesso.
         Alberto II (1272-1304) venuto a contesa nel 1276 col patriarca Raimondo di Montelongo, volle di lui vendicarsi ed umiliarlo. Mentre trovavasi a Villanova lo fece sorprendere dalle sue masnade a letto dormente, e seminudo sopra un ronzino lo trasse prigione a Gorizia.
         Benussi. Manuale di geografia, storia e statistica del Litorale, Pola, Bontempo 1885.
  21. Due lezioni corrono di questa lettera, quella data da mons. Lod. Beccadelli nella sua Vita del Petrarca edita primieramente dal Tommasini nel Petrarcha redivivus e ristampata nel Petrarca del Comino (1732) e in quel del Morelli (Verona, Giuliari, 1799); l'altra del cod. vat. 3199, prodotta dal Fantoni nella sua edizione rovetana.
         Il Bianchi sembra abbia avuto sottocchio la lezione beccadelliana.
         Ecco il passo relativo alla lezione vaticana:
    .....................................Novisti forsan et ipse
    Traxerit hunc juvenem phebus per celsa nivosi
    Cyrreos, mediosque sinus, tacitosque recessus
    Nature, celique vias, terreque, marisque
    Aonios fontes, Parnasi culmen, et antra
    Iulia pariseos dudum, serosque britannos.
    Hinc illi egregium sacre moderamine virtus
    Theologi, vatisque dedit simul atque Sophie
    Agnomen, factusque fere est par gloria gentis
    Inque datura
    fuit meritas quas......

         La lezione becadelliana suona:

    ......................................novisti forsan et ipse,
    Traxerit ut iuvenem Phoebus per celsa nivosi
    Cyrrheos, mediosques sinus tacitosque recessus
    Naturae, coelique vias, terraeque, marisque,
    Aonios fontes, Parnassi culmen, et antra
    Iulia, Pariseos dudum, extremosque Britannos.
    Hinc illi egregium sacro moderamine virtus
    Theologi, Vatisque dedit, simul atque Sophiae
    Agnomen, factusque est magnae gloria gentis
    Altera Florigenum, mentis tamen improba lauris
    Mors properata nimis vetuit vincire capillos.

    Carducci, Della varia fortuna di Dante.

  22. Giuseppe Giusti — Scritti vari pubblicati per cura di Aurelio Gatti — Firenze, Successori Le Monnier, 1866, pag. 175 e 192.
  23. Il Landino dice del Sigieri: "Questo fue maestro, il quale compose e lesse loica in Parigi, e tenne la cattedra più anni nel vico cioè nella vicinanza delli strami, che è un luogo di Parigi, ove si legge loica, e Vendesi strami di cavalli, e però è appellata quella contrada Vicostramium."
         Probabilmente l'etimologia del vico degli strami sarà un'altra."
  24. Notizie delle vite dei letterati nel Friuli — Venezia 1762.
  25. Caprin, Alpi GiulieTrieste 1896 — Cap. II. pag. 31.
  26. Articolo nel Fanfulla sopra citato.
  27. Della Bona, St. Cr. pag. 89.
  28. Annali del Di Manzano — Anno 1337.
  29. Benussi, Op. cit.
  30. Albertini Mussati, De gestis Italicorum post Henricum septimum Caesarem — vo;. X della raccolta del Muratori — Milano 1727.
         Confronta ancora gli Annali del Di Manzano.
  31. Bianchi, Documenti per la storia del Friuli. — Udine 1844 — doc. 154.
  32. Annali del Di Manzano.
  33. Annali del Di Manzano.
  34. Annali del Di Manzano.
  35. Osservazioni di G. Bonturini sull'opera del Bianchi — Udine, Vendrame, 1844.
  36. Bassermann Op. cit.
  37. Vedi l'opera di Rodolfo Pichler Il castello di Duino — Trento; — Leiser 1882, nonchè il Manuale di geografia, storia e statistica del Litorale del Benussi.
  38. Circa il tempo della congiura di Baiamonte Tiepolo contro il doge Pietro Gradenigo vediamo Ugone in Venezia essere in lega con Marco Quirini della Cà grande (suocero di Baiamonte) che venne ucciso in piazza dai fautori del doge, e la cui casa fu ordinato venisse spianata: il che avvenne nel 1310. Pare che Ugo fosse del partito ghibellino, e non alieno ai trionfi dei Ghibellini di Trieste contro i Ranfi.
         Kandler, Componimenti di prosa e poesia ecc. - Trieste 1866.
  39. In tempi scabrosi i conti di Gorizia affidarono a lui la somma delle cose. Morto Enrico 11, Ugone diventa capitano generale della contea di Gorizia e della terra di Treviso, essendo minore il figlio di Enrico e quindi fino al 1328 assiste la contessa Beatrice, vedova di Enrico, nelle sue varie questioni e contese sorte in Gorizia, a Treviso, e nel Friuli.
  40. Kandler, Op. cit. Caprin, Il Trecento a Trieste — 1897.
  41. Dantes Spuren in Italien R. Oldenburg, München and Leipzig 1898.
  42. Kandler, Op. cit.
         Il Bartoli però nella Vita di Dante — Firenze, Sansoni 1884 — osserva che anche considerando come una cosa sola la parola antra Iulia non ne viene di conseguenza che esse indichino Tolmino delle Alpi Giulie. Città, colonie, regioni che ebbero l'aggiunto di Iulia, ce ne sono a centinaia. C'è il Forum Iulli Decumanorum, l'odierno Frejus, che è proprio sulla strada che si percorre per andare dall'Italia a Parigi. Si legga dunque antra Iulia, Pariseos o Parisios, e senza correre in Friuli, ci troviamo propriamente sulla via di Parigi. Quest'osservazione del Bartoli sarebbe giusta se il poeta fosse obbligato di indicare i luoghi proprio nell'ordine progressivo in cui furono toccati. Il Boccaccio poteva a piacere anche porre prima di Pariseos Britannos.
         Del resto non saprei quali antra Iulia si trovano sulla via che mena dall'Italia a Parigi.

[Tratto da: Bullettino della Societa dantesca italiana, Volumes 6-8, Società dantesca italiana, 1899, 236-7.]

Dott. Giovanni Morosini, Nel VI centenario della Visione divina. La leggenda di Dante nella regione Giulia. Nell'Archeografo triestino, N.S., vol. XXIII. fasc. I, estr. di pp. 27. — Vere e proprie leggende sul soggiorno di Dante nella regione Giulia sono soltanto due, delle tre secondo coi l'A. ripartisce la trattazione. Prende l'una, come si sa, il nome da Tolmino, ove ancora s'addita una grotta ed un sasso su cui il Poeta avrebbe spesso posato, meditando. Il M. riferisce di nuovo le più antiche testimonianze di siffatta tradizione e le dispute a cui essa ha dato argomento, sostenendone la veridicità specie contro il Bianchi, al quale pareva strano che un ghibellino intransigente (?) potesse essere stato ospite di un ardente guelfo quale Pagano della Torre. L'A. ricorda «le mutabili alleanze e le personali amicizie di quei tempi, non sempre unicamente connesso alla politica»; dimostra, poco lucidamente a dir vero, che i noti antra Julia della lettera del Boccaccio non possono riferirsi a Parigi; e descrive infine le condizioni del Friuli e del Goriziano e le vicende del castello di Tolmino, del quale fu padrone, in quegli anni, Enrico II conte di Gorizia. Egli dunque, secondo già pensò il Basserman, potè essere ospite dell'Aligh., anche per 1'amicizia onde fu stretto a Cangrande. Dell'uno e dell'altra fu poi amico Ugone IV di Duino; e in questi legami troverebbe appoggio, anzi, l'altra leggenda del soggiorno di Dante in quel castello; come dalle relazioni politiche e dai facili scambii tra Ravenna e Pola riceverebbe carattere di probabilità l'idea di un viaggio del Poeta sin nel golfo del Quarnaro. E quest'ipotesi l'A. sostiene nella prima parte del suo scritto, che intitola La leggenda di Pola, sebbene non proprio di leggenda, checche altri fantastichi (p. 27), si tratti, ma dell'opinione di alcuni illustratori, che Dante non abbia potuto non vederci sepolcri descritti (Inf., IX, 112 agg.). Il M., il quale raccoglie notizie di esse tombe, eleva quell'opinione a canone generale di critica, affermando che sempre «le similitudini delle scene del Poema sono un prodotto della percezione individuale del Poeta... (p. 3)». Ma le indagini, rifiorite in questi anni, sulle peregrinazioni di Dante non han proprio l'intendimento, oltrechè d'accrescere o almeno di accertare i dati biografici, di definire, per quanto è possibile, qua) parte abbia avuto, nella sua raffigurazione del mondo esterno, l'osservazione diretta, e quale invece gli altrui riferimenti e l'elaborazione fantastica? Pochi del pari aderiranno alla sentenza che «ogni tradizione riposa sur un fondamento di vero». Ciò è lecito dire dei racconti che appajono radicati saldamente nella coscienza del popolo in età non troppo lontana dai fatti cui si riferiscono, e fuori d'ogni influsso erudito. Or questo non potrà dire certo il M. delle due leggende a malgrado delle sue simpatie per il Valvassone e per gli altri primi divulgatori. Inasterebbe, a render diffidenti, ciò che vediamo essere avvenuto per il presunto soggiorno dantesco di Pula, che i commentatori si contentarono d'indurre da ragioni estetiche, fino a che il Kandler, men discreto di tutti, non venne a dar notizia di una tradizione esistente nel convento di Pula - ora, s'intende, distrutto -, secondo la quale il Poeta sarebbe stato ospitato nel 1320 in quel chiostro. — Il M., del resto, conclude col Bassermann, verso il quale il suo scritto ha molti debiti, che «l'anima di Dante spira dalle viscere delle Alpi Giulie»; e l'amore che detta queste parole ben può far perdonare ogni non rigida induzione di critico.


Main Menu


Created: Tuesday, June 10, 2008. Last Updated: Sunday, April 03, 2016
Copyright © 1998 IstriaNet.org, USA