|
|
|
Johann Weichard Valvasor:
Maria Bidovec Le seguenti pagine sono dedicate all'analisi di un aspetto finora quasi per nulla studiato, quello della narratività in Die Ehre dess Hertzophums Crain, opera di un personaggio peraltro notissimo alla cultura slovena: si tratta infatti del polimata Johann Weichard Valva-sor (1641-1693) [1], vissuto nella seconda metà del XVII secolo in Carniola, regione che corrisponde alla parte centro-occidentale dell'odierna Slovenia [2]. Già allora la capitale era Lubiana, e molto probabilmente è proprio lì che nacque Valvasor, figlio cadetto di un ricco rappresentante della piccola nobiltà della zona [3]. Sia qui ricordato brevemente che la popolazione della Carniola, insieme a quella di Stiria, Carinzia e altre regioni minori [4], era allora costituita prevalentemente da una forte maggioranza di contadini, parlanti diversi dialetti sloveni [5], e da una piccola minoranza di rappresentanti di classi sociali più elevate che erano spesso di origine straniera e per la quasi totalità di lingua tedesca, ma talora anche mista sloveno/tedesca. Forse non è superfluo rammentare che queste regioni erano inserite già da molti secoli nella compagine del grande impero tedesco, Heiliges Rómisches Reich Deutscher Nation [Sacro romano impero della nazione germanica], che abbracciava allora gran parte dell'Europa centro-orientale. Siamo infatti ancora in una fase precedente a quello che si chiamerà in seguito Impero austro-ungarico. In quest'epoca esistono fondamentalmente due livelli di patriottismo: da una parte l'identificazione con l'impero, coincidente con la fedeltà alla figura del Kaiser, dell'imperatore, e dall'altra l'attaccamento alla "piccola patria", cioè alla regione di appartenenza, in questo caso il Ducato di Carniola che viene descritto appunto da Valvasor nella sua opera. Valvasor non ebbe come vocazione primaria gli studi letterari, e in realtà più che un erudito fu uomo di azione: aveva inoltre una spiccata predilezione per gli studi tecnico-scientifici, come ebbe a dimostrare in diverse occasioni [6]. Dopo aver completato gli studi presso il ginnasio dei Gesuiti di Lubiana, venne avviato alla professione militare [7]. Nella sua giovinezza viaggiò molto, soprattutto in Baviera e Austria, ma visitò anche mete più insolite: fu infatti anche in Africa settentrionale, cosa abbastanza inconsueta per un mitteleuropeo dell'epoca. La sua formazione professionale vera e propria avvenne tuttavia in Francia, e in particolare a Lione [8]. Come già accennato, Valvasor divenne letterato quasi per caso: avendo viaggiato molto per l'Europa, si era infatti reso conto che la sua terra, la Carniola, era pochissimo conosciuta all'estero [9]. Decise così di dedicarsi a una descrizione esauriente che tenesse conto di tutti gli aspetti di questa terra: da quello strettamente geografico a quello naturalistico, storico, etnologico, religioso e così via. Insomma una specie di enciclopedia ante litteram, fornita anche di illustrazioni secondo lo stile dell'epoca, cioè di incisioni, per le quali egli non esitò a creare appositamente presso il proprio castello un laboratorio, il primo esistente in Carniola [10]. Per quest'opera egli, spirito scientifico e uomo di grande curiosità intellettuale, si preparò con entusiasmo e allo stesso tempo in modo estremamente sistematico, girando ogni angolo della sua terra "armato" di strumenti astronomici, ma anche di un taccuino su cui prendere appunti di ogni genere, non senza lunghe sedute negli archivi cittadini di Lubiana, dove attinse a fonti di prima mano per la compilazione delle parti storiche. La preparazione alla stesura di questo lavoro monumentale durò sette-otto anni: Die Ehre dess Hertzogthums Crain venne pubblicata nel 1689 a Norimberga, in Baviera. Si tratta di un'opera monumentale, 3532 pagine in folio, in quattro volumi, con oltre 500 illustrazioni. Il titolo, La gloria del Ducato di Carniola, già contiene una chiara allusione allo spirito con cui andava letta l'opera, nata per magnificare questo bel lembo di terra così poco noto agli altri europei. Pur avendo scritto in tedesco, cosa peraltro assolutamente normale nella Carniola di quell'epoca [11], il nome di Valvasor in Slovenia è in realtà notissimo, trattandosi di un autore di cui periodicamente, anche di recente, vengono ristampati in traduzione slovena alcuni dei brani più noti e considerati interessanti anche per la gente comune [12]. Nonostante il suo spirito innegabilmente scientifico, il suo approccio alla materia risente inevitabilmente dei limiti della sua epoca, che per molti aspetti stentava a operare una netta distinzione tra naturale e soprannaturale. Fu per questo motivo un po' snobbato dalla cultura settecentesca. In sua difesa bisogna tuttavia sottolineare che molte delle digressioni misticheggianti e superstiziose che troviamo nell'opera non sono di sua mano, bensì sono dovute ai pesanti interventi del suo redattore Erasmus Francisci, un erudito tedesco che si era assunto l'incarico di limare la lingua un pò rozza del carniolano Valvasor, e che si prese però la libertà di inserire lunghe digressioni in bilico tra teologia e superstizione, specialmente per quanto riguarda argomenti che nel Seicento erano particolarmente in voga, come la stregoneria e in generale tutto ciò che sembrava avere un rapporto più o meno diretto con il demonio [13]. L'Ehre dess Hertzogthums Crain fu opera invece per così dire riscoperta ed enormemente rivalutata, insieme al suo autore, nella cultura del XIX secolo, che in particolare trovò in essa una miniera ricchissima e preziosa di informazioni che oggi chiameremmo etnologiche, argomento - come è noto - che era al centro degli interessi di molte correnti romantiche del secolo, soprattutto nel mondo tedesco, sulla scia di Herder [14] e dei fratelli Grimm [15]. A partire dalla fine del Settecento e per tutto il secolo successivo, queste correnti diedero impulso anche in Slovenia al sorgere di un gran numero di raccolte di canti e di racconti popolari, nonché a una notevole fioritura di studi in questo campo [16]. In tale ambito si colloca anche, comprensibilmente, un rinnovato interesse per La gloria del Ducato di Carniola, e in particolare per molti di quei passi in cui l'autore riportava credenze, leggende e storie curiose, che i romantici sloveni utilizzarono come spunto per le proprie composizioni poetiche, in particolare per ballate e romanze, similmente a quanto accadeva in altri paesi europei [17]. Alcune delle storie narrate da Valvasor divennero in tal modo famose; diverse tra queste vennero anche inserite nelle raccolte di racconti popolari, con o senza riferimenti diretti alla fonte da cui erano tratte. Conformemente allo spirito romantico, tuttavia, vennero conosciuti e divulgati soltanto quei racconti che ne rispettavano il gusto, e Valvasor stesso - vuoi per la sua origine nobile, che lo metteva su un piano diverso rispetto al contadino che era considerato tradizionalmente l'unico vero depositario della cultura cosiddetta popolare, vuoi per il fatto che aveva scritto in tedesco, lingua nei riguardi della quale il nascente nazionalismo sloveno tendeva comprensibilmente a prendere le distanze - non venne quasi per nulla considerato come autore, ma solo come fonte di materiale per altri, e in particolare per i letterati dell'Ottocento. L'ipotesi di lavoro della presente ricerca, e allo stesso tempo la sfida con cui confrontarsi, è proprio questa: dimostrare l'autorialità, l'originalità di Valvasor come narratore vero e proprio, autore che in molti passi della sua opera principale non riporta quindi in modo neutrale e cronachistico materiale etnografico, ma racconta in modo avvincente, con un suo stile peculiare, quegli aneddoti, leggende e storie, più o meno veritiere e più o meno fantasiose, che ai suoi tempi circolavano in Carniola. La ricerca prende infatti avvio dalla constatazione che Valvasor, protagonista già riconosciuto della cultura carniolana della seconda metà del Seicento, è stato invece fortemente sottovalutato per quanto riguarda il suo contributo diretto alla nascente coscienza estetico-letteraria di queste terre, non essendo stata colta la sua importanza come autore originale, e non solo come fonte di materiale per opere altrui, fossero esse "popolari" (canti, poesie e racconti) o autoriali. A prescindere dagli studiosi che hanno analizzato la sua opera da punti di vista diversi - soprattutto storico [18] ed etnografico [19] - i non numerosi ricercatori che si sono accostati a lui con un approccio filologico hanno finora quasi sempre identificato nella Gloria del Ducato di Carniola non molto più che una semplice miniera di motivi poi ripresi e rielaborati sia dalla prosa popolare che dalla produzione propriamente letteraria [20]. Mentre la tradizione narrativa folclorica è stata oggetto di più di uno studio sistematico, anche in relazione all'opera di Valvasor, mancano ancora invece studi che partano dall'Ehre stessa, mettendola al centro dell'attenzione e sottolineandone l'apporto originale nel campo della narrativa carniolana, sia pure in lingua tedesca [21]. A tutt'oggi non esiste inoltre né una traduzione completa del capolavoro di Valvasor in sloveno, e nemmeno una trascrizione della Gloria, opera oggi accessibile soprattutto grazie alla copia anastatica del 1970-1974, pubblicazione tuttavia di tiratura limitata e ormai piuttosto rara anch'essa [22]. Ciò forse spiega almeno in parte le grandi lacune nello studio sistematico di quest'opera, fondamentale per la conoscenza della cultura barocca in Slovenia. Partendo dalle considerazioni sopra esposte si è proceduto, dopo un'attenta lettura dei quattro volumi che costituiscono l'opera, a un'annotazione e poi trascrizione di tutti quei passi che secondo determinati criteri [23] stilistici e metodologici sono stati considerati unità narrative e che si è voluto denominare "raccontini", facendo proprio un terminus technicus, ovvero povedke, già introdotto da alcuni folcloristi sloveni [24]. Al lavoro di trascrizione è seguito quello di catalogazione dei singoli racconti: le unità narrative isolate dal testo della Gloria sono state dotate di una numerazione progressiva all'interno di ciascuno dei quattro volumi dell'opera; le povedke sono state quindi catalogate a seconda del tipo di racconto individuato; ciascuna è stata anche corredata di un breve titolo/sommario. Il corpus di unità narrative così ottenuto è stato infine descritto per sommi capi e valutato in sé; singole unità narrative sono state poi poste a confronto con racconti o canti popolari di analogo contenuto. Il discorso critico sviluppato nella tesi è stato articolato come segue: anzitutto si è cercato di dare un sintetico quadro culturale della Carniola secentesca e della biografia di Valvasor con particolare riguardo alla sua formazione e alla sua interessantissima biblioteca, tuttora conservata quasi intatta alla Metropolitanska knjiznica di Zagabria [25]; segue una presentazione generale dell'opera in esame con la problematizzazione del rapporto con il redattore Francisci (capitolo 4); viene poi fornito un panorama del folclore letterario sloveno, utile per inquadrare storicamente le raccolte, di prosa e di canti, che vengono poi confrontate con il testo dell'opera di Valvasor. Il nucleo vero e proprio del lavoro (capitolo 6) si apre con l'esposizione dei criteri usati per la classificazione dei racconti e con le osservazioni sull'interazione tra Valvasor e i compilatori di opere folcloriche. Negli ultimi quattro capitoli (capitoli 7-10), ognuno dei quali è dedicato a uno dei quattro volumi della Gloria, si da una breve descrizione generale delle povedke del volume, per poi analizzare più da vicino quelle di particolare interesse, e soprattutto quelle che presentano forti analogie con racconti o canti contenuti in raccolte popolari. Con le osservazioni conclusive si è voluto dare una valutazione della narratività dell'opera di Valvasor, conferendo così a questo autore una collocazione nuova nella storia della cultura e della letteratura della Slovenia. In appendice sono riportati infine tutti i raccontini, ordinati seguendo la loro posizione nei quattro volumi dell'opera, numerati e catalogati secondo i criteri già esposti. Nelle conclusioni si è dunque riconsiderata l'ipotesi di lavoro iniziale, cioè la sottovalutazione della Gloria del Ducato di Carniola per quanto riguarda il suo contributo propriamente estetico-letterario alla cultura slovena, ed è parso a chi scrive di aver trovato sufficienti riscontri per confermare la necessità di una sua rivalutazione, cui ci si augura che il nostro lavoro abbia dato un contributo. Le storie o povedke raccolte nei quattro volumi ddYEhre e catalogate in questa ricerca risultano in tutto 314, numero che appare decisamente ragguardevole in senso assoluto, e non trascurabile neanche relativamente alla mole d'insieme [26]. Isolati dall'enorme contesto di quest'opera monumentale e messi insieme uno iccanto all'altro, questi racconti o aneddoti costituirebbero in effetti circa 150 pagine di quello stesso formato, :ioè una percentuale apparentemente piuttosto esigua rispetto alle oltre 3.500 facciate che costituiscono l'opera completa. Tuttavia ciò è vero solo in parte, poiché ifrondando il testo della Gloria di tutti i commenti, le lote, i riassunti, le citazioni, e così via, e limitandosi a ciò che è stato effettivamente scritto da Valvasor per i suoi lettori, e non aggiunto dal suo dotto e proisso collaboratore Francisci, esso si riduce in maniera notevolissima. Osservati nel loro insieme, questi raccontini parrebbero quindi rappresentare un corpus narrativo di tutto rispetto, collocato in un momento storico, la fine del Seicento, in cui la narratività orale doveva ancora rivestire un ruolo di primo piano, ruolo che essa avrebbe perso progressivamente nel corso del secolo successivo. Se è vero che le prime testimonianze scritte di produzione popolare slovena di cui oggi disponiamo risalgono alla fine del Settecento [27], ma che la grande maggioranza tuttavia va datata anche a diversi decenni dopo, quest'imponente mole di trascrizioni in un'opera che è più antica di un intero secolo non avrebbe dovuto essere ignorata, anche a prescindere dalla valutazione estetica delle povedke, prese singolarmente o nel loro complesso. Oltre ai già menzionati ostacoli di ordine pratico che hanno limitato la conoscenza dell'Ehre dess Hertzog-thums Crain a un repertorio più o meno fisso di brani, lasciando cadere nell'oblio quasi tutti gli altri, i motivi che hanno portato a questa parziale incomprensione dell'opera del barone vanno piuttosto individuati prevalentemente in due ordini di fattori. Uno è la già menzionata questione della lingua: non essendo questa la sede per approfondire il tema, ci si limita a ricordare che la duplicità della cultura linguistica del tempo in Carniola è spontaneamente sottolineata più volte proprio da Valvasor stesso in numerosi passi. Egli chiama infatti più volte il tedesco unsere Teutsche Sprache [la nostra lingua tedesca] e lo sloveno del tutto analogamente unsere Crainerische (o Windische) Sprache [la nostra lingua carniolana]. Le due lingue sono quindi per l'autore deìì'Ehre entrambe "nostre", cioè entrambe sono idiomi della Carniola [28]. Una seconda causa andrebbe ricercata in un fenomeno peraltro ben noto agli studiosi sloveni di folcloristica e slovenistica: si tratta della notevolissima prevalenza -nel folclore letterario sloveno - della poesia sulla prosa. La poesia, privilegiata dalla sua stessa struttura (che evidentemente aiuta lo sforzo mnemonico dei suoi autori/esecutori) nonché dalla sua ben maggiore adattabilità a una base musicale e quindi al canto, è assurta in Slovenia quasi a sinonimo di produzione popolare tout court. Il racconto, la novella, necessitano naturalmente di una ben maggiore dimestichezza nell'uso della lingua scritta, e in Slovenia il popolo semplice, principale destinatario e protagonista di questo tipo di letteratura, nel Seicento non scriveva, o scriveva ben poco. In compenso raccontava storie (che però probabilmente nessuno annotava), e, soprattutto, cantava. Appare evidente come proprio l'ausilio della musica abbia dato una fortissima spinta all'affermazione della poesia sulla prosa popolare. In quest'ottica, Valvasor verrebbe così a configurarsi come un autentico pioniere della prosa in terra carniolana, e, com'è destino di molti pionieri, è chiaro che la sua ricezione non poteva che essere problematica. In un'epoca in cui l'Europa si entusiasmava per i romanzi picareschi spagnoli [29] e per il Simplicissimus [30] di Grim-melshausen (ben rappresentati del resto anche nella biblioteca del barone) e mentre in Francia pochi anni dopo Charles Perrault scriveva le sue famosissime favole [31], quella terra che in seguito si sarebbe chiamata Slovenia si dibatteva ancora tra edizioni e ristampe di vecchi evangeliari, catechismi e raccolte di canti a contenuto religioso, e la principale ambizione di coloro che scrivevano non sembrava andare oltre la semplice lotta per la sopravvivenza culturale del proprio paese [32]. Per diversi motivi storico-culturali la Carniola non aveva ancora avuto modo di scoprire il gusto del racconto in quanto tale, della facezia per puro diletto: per creare qualcosa di simile le mancava forse il substrato, il supporto di una società più smaliziata, meno rustica - e rustici da quelle parti non erano soltanto i contadini, ma anche i nobili di più o meno antica famiglia, soprattutto i parvenus sul tipo dei Valvasor, che appena un paio di generazioni prima erano stati imprenditori o commercianti. Ma Valvasor, se non era inserito in un ambiente raffinato, dove i cavalieri si esprimevano in facezie e le dame rispondevano con motti di spirito, pure nel suo tempo libero aveva la possibilità di entrare in contatto anche con un mondo di questo tipo, attraverso la carta stampata. Non è forse infatti da sottovalutare la circostanza che nella biblioteca dell'autore della Gloria, che non era profondo conoscitore della lingua e della cultura italiana, e neanche grandissimo estimatore della civiltà francese, che gli appariva un po' troppo sofisticata rispetto ai "sani principi" della più arretrata società carniola-na, non manchino opere che riproducono un'atmosfera decisamente "cavalieresca". Valvasor era dunque un rustico, un militare, un piccolo nobile campagnolo; ma il suo senso dell'umorismo e l'ironia bonaria, insieme all'acutezza dell'osservazione e all'intelligenza arguta, lo rendevano certamente predisposto e forse predestinato a diventare non solo naturalista ed etnologo, ma anche, quasi suo malgrado, gradevole prosatore. La catalogazione dei racconti che è stata proposta nell'ambito di questa ricerca non ha ovviamente la pretesa di una validità assoluta, ma è sembrata utile per dare un colpo d'occhio immediato sia alle tematiche toccate nei singoli racconti, sia allo spirito in cui essi si muovono, al tono in essi usato. Passandoli in rassegna, da quelli og-gettivi e scarni di tipo naturalistico agli aneddotici più o meno piccanti e spiritosi, dalle storie di draghi che si rivelano innocue lucertoline, fino agli inquietanti spettri veri e propri o ai vampiri, nei diversi tipi catalogati ci si dispiegano davanti agli occhi i multiformi registri dell'autore. In conclusione, chi scrive ritiene di poter affermare che La gloria del Ducato di Carniola è un'opera estremamente interessante non soltanto, come già ben noto da tempo agli studiosi, dal punto di vista storico-etnografico, ma anche sotto l'aspetto narrativo. I rac-contini o povedke, anche isolati dal contesto, costituiscono delle unità narrative assolutamente autonome e di piacevole lettura. L'originale commistione, operata solo da Valvasor, di racconti di origine popolare, aneddoti e osservazioni frutto di esperienza personale nonché di storie tratte da letture e studi di archivio non potè venir apprezzata da quello stesso popolo semplice che ne era il protagonista, poiché esso non era in grado di leggerla; né potè essere sufficientemente conosciuta e ammirata dal potenziale enorme pubblico dei lettori europei di lingua tedesca, confinata come rimase all'interno delle frontiere di quella periferica provincia dell'Impero, ancora troppo chiusa in sé e culturalmente immatura. Il vero e proprio "fenomeno" che la Gloria rappresentò nella Carniola del suo tempo rimase quindi piuttosto isolato, e nel suo genere, in quel luogo e in quell'epoca, assolutamente unico: se l'eredità dell'opera del barone, dal punto di vista scientifico, venne raccolta in Slovenia dalle accademie settecentesche, ciò che egli era stato capace di costruire nel campo della narrazione di storie curiose e fantastiche rimase apparentemente senza eco, ma in realtà costituì una pietra miliare, un prezioso riferimento culturale, che ebbe probabilmente un influsso non irrilevante, anche se per certi versi indiretto, sullo sviluppo della narrativa slovena nel XIX secolo. |
Note:
Source:
|
|
This page compliments of Marisa Ciceran Created:
Sunday,
February 26,
2006; Last Updated:
Tuesday, January 29, 2008
|