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Le parlate romanze ai confini dell'lstria

Le parlale romanze attestate ai confini orientali d'Italia sono numerose. Forse in nessuna altra parte si trovano in un così ristrelto territorio tante diverse realtà dialettali. Conseguenza dell'essere una regione di frontiera; o regione ponte come si preferisce dire oggi quasi per mitigare l'aspetto attuale di una realtà polimorfa ma costante in tutte le epoche per queste terre poste a cerniera tra occidente e oriente, tra nord e sud. Paese mediterraneo sì, ubicato però nel punto ove esso più si addentra nel cuore del continente.

La forza d'irradiazione del veneziano ha fatto sì che all'osservatore superficiale l'intera zona sembri dividersi in due gruppi di dialetti: veneto e friulano; ma la realtà è ben diversa e lo era ancor più in un passato neppur tanto lontano.

Scendendo dal nord incontriamo l'area friulana che inizia dalla Carnia e che oltre al friulano vero e proprio comprende il bisiaco del Monfalconese, un dialetto che malamente nasconde sotto l'abito veneto un sostrato friulano (vedi però 2.5), nonché i dialetti friulaneggianti di Trieste e Muggia testé scomparsi ma ben documentali storicamente e noti col nome di fergestino e muglisano in contrapposizione agli attuali triestino e muggesano, di tipo veneto. Segue un'area veneta che inizia con Marano e Grado ove è tuttora fiorente un dialetto veneto lagunare interessantissimo per i suoi aspetti arcaici. Scendendo ancora troviamo da Capodistria a Orsera diffuso il dialetto veneto istriano.

Da Rovigno in giù l'Istria appartiene invece dialettalmente all'area denominata ìstriota che vide sbocciare un dialetto con caratteristiche sue peculiari anche se grandemente inquinato dal veneziano. Abbiamo infine l'area dalmata che dalle terre bagnate dal Quarnero arriva sino ai confini dell'Albania e che se fino a tempi recentissimi era predominio di dialetti Veneti, tradisce ancora caratteri suoi propri risalenti a parlate prevenete chiamate dalmatiche. All'interno dell'lstria infine l'osservatore attento può ancor oggi scoprire gli ultimi aneliti di parlate rumene un tempo molto più diffuse e oggi pressoché completamente croatizzate.

2.1 L'istrorumeno

Prima di concentrare tutta la nostra attenzione sui dialetti istriani veri e propri merita passare in rassegna sia pure per sommi capi le zone periferiche, iniziando proprio dalle parlale rumene. Queste sono attestate su due aree discontinue. Una è la Ciceria (sovente per ipercorrezione scritto Cicceria) o Altipiano dei Cici che prende nome appunto da quelle popolazioni che nei secoli scorsi erano sparse sino al Carso triestino (bibl. v. Cova 1972). L'altra gravita attorno al lago d'Arsa ove i parlanti sono appellati Ciribirì. In passato una consistente area istrorumena era rappresentata dall'isola di Veglia e dalla prospiciente costa liburnica (cfr. la città di Bìribir) ma al giorno d'oggi di questa tradizione linguìstica non restano che pallide tracce dialettali nel croato locale, com'è il caso del neutro con terminazione in -a.

Che si tratti di popolazioni autoclone è oggi universalmente escluso; permane peraltro aperto, significativamente, il problema della determinazione dell'epoca in cui queste popolazioni giunsero in Istria. Maneca 1969, tenendo presente la vecchia tesi Puscariu, e movendo da una classificazione dell'istrorumeno come 'rumeno occidentale", giunge a sostenere che queste popolazioni romanze abbandonarono abbastanza per tempo le loro sedi originarie a sud del Danubio, per insediarsi sulla costa adriatìca nei pressi di Ragusa; da qui avrebbero iniziato un lento movimento di riflusso verso l'Istria, sostanzialmente circoscrivibile in due momenti, tra il X e il XII secolo e dal '400 in poi.

In assenza però di documenti espliciti è difficile e per certi aspetti vano pretendere di giungere a una conclusione positiva del problema, almeno nella formulazione più sopra delineata; si pensi che addirittura la stessa classificazione dell'istrorumeno non è chiara e trova gli studiosi notevolmente discordi. Valga qui l'esempio delle diverse conclusioni cui sono giunti altri studiosi partendo dal rifiuto della tesi Puscariu e da una più attenta valutazone dei prestiti protoslavi che l'istrorumeno ha in comune con il dacorumeno. Di recente Mihaila 1980, ha formulato l'ipotesi che in origine Istro- e Dacorumeni vivessero in una patria comune a nord del Danubio, riproponendo così le conclusioni del Petrovici 1968, il quale riusciva a precisare che l'acquisizione dì vocaboli protoslavi nell'istro- e dacorumeno avvenne in una regione dell'oriente balcanico posta a settentrione della ed. linea Jirecek ma al tempo stesso contigua a un'area linguistica slava dì tipo meridionale (affine in altri termini all'attuale bulgaro).

Ultimamente una acuta analisi è stata fatta da Flora 1986 il quale basandosi principalmente su un accurato esame dell'onomastica attestata presso gli Istrorumeni, afferma che queste popolazioni vennero dalla pressione turca spinte dall'originaria Erzegovina lungo la costa dalmata; ma aggiunge che, se nella Dalmazia del Nord sono presenti dai secoli XIV e XV, in Istria esse, provenienti da Veglia, appaiono in gran numero solo nel XV secolo, pur ammettendo l'attestazione di alcune presenze sporadiche in un'area più estesa.

Anche se molti problemi rimangono ancora aperti, ciò che a noi traspare da quanto detto è che si può tranquillamente escludere una discendenza dei Rumeni dell'Istria da popolazioni autoctone.

2.2 II dalmatico

Nell 'area dalmata sorse spontaneo dal latino un dialetto romanzo con caratteristiche peculiari il quale è ben testimoniato a Veglia ove si estinse alla fine del 1 '800 con la morte di barba Tuone Udaina (Antonio Udina), scalpellino, ultimo a parlare il veglioto, mentre la restante popolazione era ormai passata al dialetto veneto subentrato (detto viesarì). Ma sentir ancor oggi dire ovrata a Veglia anziché orada, e blitue a Zara anziché Mede, evidenzia la mancata sonorizzazione della dentale intervocalica, tipica del dalmatico che per questa e altre ragioni venne considerato più affine al rumeno che all'italiano.

Alberto Zamboni in un suo contributo sul dalmatico (1976), il primo importante studio su questo dialetto dall'epoca del Das Dalmatische del Bartoli, accetta la classica partizione in tre gruppi ben distinguibili fra loro: dalmatico settentrionale (Veglia), centrale (Zara) e meridionale (Ragusa). Orbene, una volta sbarazzatici del mito di un popolo illirico unitario, a questa suddivisione corrispondono tre slirpi diverse in epoca preromana: a nord i Liburni, al centro i Dalmati, a sud gli Illiri propriamente detti, con una perfetta corrispondenza areale tra queste popolazioni e i tre sottogruppi dialettali dalmatici; anche se non compete al presente studio l'indagare in qual misura ciò sia attribuibile a una derivazione diretta e quanto sia stato determinato nel corso dell'evoluzione dalla risultante geografica. Scendendo nei particolari, nell'area settentrionale individuiamo impronte del dalmatico non solo nelle isole ma pure nel dialetto attuale di Fiume che, scomparsa sin dall'epoca delle invasioni barbariche, risorge come per miracolo alla fine del Medioevo, e persino ad Albona e Fianona (vocalismo livellato e uso della zeta, v. Bartoli 1905,301, n.1). Enoi sappiamo dai testi antichi, come delineato da Stipcevic 1966, che questa tripartizione etnica della costa dalmata si pone a partire dal III secolo a.C, quando i Dalmati, abbandonate le loro sedi originarie nell'attuale Erzegovina, mossero verso la costa sottomettendo i Bulini e i Manii e occupando tutto il litorale compreso tra la Cherca e la Cetina. Questo fatto del tutto nuovo nell'etnografia della costa dalmata, che sembra trovare adeguata spiegazione nella calala celtica nei Balcani avvenuta nel primo quarto del terzo secolo a.C, avrebbe avuto luogo, sempre stando allo Stipcevic, in più momenti compresi tra III e II secolo a.C.

Allo stesso movimento di popolazioni celtiche Degrassi 1929-30, aveva attribuito la responsabilità dello stanziamento dei Giapidi lungo l'arco di costa delineante il golfo del Quarnero; l'esistenza però in quest'area di insediamenti protostorici caratterizzati da muraglioni a secco, del tutto estranei ai Giapidi (Battaglia 1927,93), ha fatto supporre a Lonza 1977,98 che singole comunità liburniche siano sussistite nel territorio di Albona e Fianona. Queste città della costa orientale dell ' lstrìa si possono considerare dal punto di vista dialettologico area di transizione tra i dialetti istriani e dalmatici ed è qui il caso di richiamarsi allo spostamento del confine d'Italia all'Eneo, con il quale furono avulse dalla Liburnia e annesse all'lstria.

Si può concludere affermando che vi è una perfetta corrispondenza areale tra il territorio abitato dai Liburni all'atto della conquista romana, il confine sull'Arsa segnato da Augusto, le diocesi di Ossero Veglia e Arbe e l'area ove si attestò il dialetto dalmatico settentrionale.

2.3 II friulano

II dialetto friulano è stato tra i primi e più attentamente studiati dai glottologi. I Tedeschi individuarono al confine tra le parlate tedesche e italiane una grande fascia territoriale che va dal Friuli alla Svizzera, ove sorsero dialetti romanzi con tali caratteri comuni da poterli attribuire a un solo gruppo che denominarono retoromanzo perché da loro posto in collegamento con la popolazione alpina dei Reti sottomessi a Roma nel 15 a.C. Ma a questa supposta unità linguistica non corrispondeva una unità etnica in quanto come noto ìl Friuli odierno era abitato non dai Reti bensì dai Carni. Sorse così quella che dal nome dato a questi dialetti dagli studiosi italiani sì chiamò «la questione ladina» e che in campo glottologico si può considerare definitivamente risolta sulla via indicata da Carlo Battisti che sin dal 1910 e proprio dall'Università di Vienna dimostrò come nelle concordanze tra ladino svizzero, ladino centrale e friulano non si riscontri alcuna innovazione comune; ma solo una somma di singoli caratteri ognuno dei quali altro non rappresenta se non il residuo di fenomeni un tempo interessanti aree ben più estese dell'Italia settentrionale. In pratica la presunta unità da altro non è data se non dall'essere, tutte queste, zone periferiche presentanti caratteri conservativi delle medesima lingua comune ossia del latino (v. Pellegrini 1972; per l'ìdentificazione del friulano è tuttora fondamentale Francescato 1966). Ma ìl problema se risolto in campo scientifico lasciò ìl suo strascico in quello polìtico. Partire dall'origine non latina della popolazione (anche se cosa comune ai nove decimi dell'Italia), calcare sulla singolarità della parlata per rivendicarne il diritto all'uso come lingua a sé e non più come dialetto italiano, non ebbe altro scopo che far sentire il Ladino 'diverso' anche culturalmente dal mondo italiano onde facilitarne l'assimilazione al gruppo etnico territorialmente dominante ossia al tedesco. Cosa che puntualmente sta avvenendo sia in Isvizzera che in Italia ove vediamo ad es. la Val Gardena in fase di avanzata tedeschizzazione mentre i consanguinei della finitima Val Badia seguono il naturale corso degli eventi che porta le loro parlale, un tempo verso il Veneto e ora, come nel resto della Nazione, verso l'italiano regionale. Questo a ulteriore comprova dell'importanza dei confini amministrativi nell'evoluzione del linguaggio.

Anche se con maggior ritardo e di certo destinati a minor fortuna, gli stessi aneliti rivivono oggi in Friuli ove da determinati ambienti pseudoscientifici altamente politicizzati, partendo dai presupposti di una giusta e sana salvaguardia dei valori locali, sì giunge a chiedere il riconoscimento di lingua ufficiale alla parlata friulana (vedi bimillenario del «popolo ladino» celebrato a Udine nel 1985), dimentichi che alla Conferenza della pace a Parigi (maggio 1946) i .Iugoslavi presentarono cartine della Venezia Giulia ove Sloveni e Croati figurano segnati entrambi in rosso, gli Italiani in verde e, separati da questi, i Friulani a puntini (Julian March 1946, cartina dopo la XXX pag.). Questa digressione si reputa necessaria per i suoi parallelismi con l'istrioto che studiosi slavi si ostinano a chiamare istroromanzo (v. 3.9.2).

2.3.1 I Carni

La connessione tra il friulano odierno e i Carni progenitori è la tesi corrente; ma resta da sciogliere un grosso interrogalivo: chi erano in realtà questi Carni la cui «celticità» è data troppo spesso per scontata dagli studiosi? Se noi la poniamo in dubbio, e possiamo benissimo farlo poiché tuttaltro che dimostrata, e vediamo i Carni, come già supposto da Battisti 1959,31, non originariamente celti; addirittura dando loro un'etichettatura «mediterranea», stanti gli indizi glottologici insili nella radice stessa del loro nome: car 'roccia', e la presenza nell'area di toponimi preindoeuropei (Doria 1972), successivamente sottoposti a forti stimoli di acculturazione da parte atestina con provenienza da sud e ovest e da parte hallstattiana/celtica da nord ed est, la situazione anziché ingarbugliarsi può risultare semplificata (cfr. per l'analogia quanto dice Pellegrini 1991,46, a proposito dei Liguri).

Il caso specifico che i Romani fondino Aquilcìa per respingere i Galli invasori, ma prendano a pretesto di essere stati ivi chiamati in aiuto dalla popolazione locale, non parrebbe che avvalorare questa ipotesi dei Carni da considerarsi una popolazione colta dalla storia nell'atto di subire una diversificazione culturale in tutto analoga a quella che stanno vivendo gli odierni Ladini, in fase di venezianizzazione nel Bellunese e di tedeschizzazione nell'Alto Adige e parallela alle vicende dei Reti che hanno subito prima una etruschizzazione e quindi, parte gli influssi dei Galli Cenomani e parte quelli venetici. Ultimo quasi probante indizio di una non originale celticità (perlomeno gallicità) dei Carni è il non trovare nel friulano le tipiche vocali intermedie o ed ù la cui presenza o meno viene utilizzata ancora ai nostri giorni per individuare i limili dell'area di espansione gallica nel Trentino (Bonfadini 1983). Che ciò non sia antitetico ma conforme alla norma si desume dalle considerazioni d'indole generale che le Alpi erano abitate (o per lo meno frequentate) sin dal paleolitico, che esse offrirono in tutte le epoche il più sicuro rifugio di fronte alle invasioni, che infine hanno sempre rappresentato una zona periferica quindi ritardata rispetto le varie fasi di acculturazione che interessarono l'Alta Italia. Che queste non siano semplici congetture se ne ha conferma dall'antropologia; infatti secondo Biasutti 1954,65: in tutte le Alpi ì valori più alti [della brachicefalia alpina] hanno la tendenza a evitare le valli principali e sì localizzano di preferenza nelle valli laterali". Ancora a p. 82: "Assai ben riconoscibile è in Italia la razza alpina", e, per finire, a p. 83: "Si deve ammettere che [la razza alpina presenta] segni indubbi di parentela con i brachicefali cpipaleolilici e con certe forme assai simili del neolitico" (si rimanda pure ai 4.3, 4.3.1, 4.3.2).

2.4 11 gradese

Ricerche recenti (Rebecchi 1980) tendono a dimostrare che contrariamente all'opinione corrente, il castrum dì Grado non sorse se non dopo la seconda metà del IV secolo (cfr. Cuscito 1969; Mirabella Roberti 1974-75). Piccole comunità lagunari di certo però esistettero già in precedenza, come nella laguna vencia anche in quella friulana (per quest' ultima v. ora la rassegna di Schmiedt 1980). Per Cuscito 1983, solo resistenza di precostituite comunità di pescatori e mercanti poteva permettere, all'epoca delle scorrerie barbariche, il trasferimento di magistrature con apparati burocratici e di cariche ecclesiastiche dalle città della terraferma ai rifugi lagunari; comunque sin dal periodo tardoantico si assiste a un progressivo spostarsi degli Aquìleiesi dalla terraferma alla laguna.

Il primo esodo temporaneo degli Aquileiesi con il loro patriarca a Grado si ha nel 568-9 quando, a seguito della calata dei Longobardi, Paolino patriarca di Aquileia (557-569) ritiene opportuno trovare rifugio per sé, per i tesori e per i corpi dei martiri nell'antico castrum et plebs lagunare di Grado, seguito da un certo numero di fedeli. Pur restando incerto se Paolino morì ad Aquileia o Grado, la fuga dovette essere temporanea dal momento che stando a Paolo Diacono, il suo successore Probino morì nel 571 ad Aquileia. Il trasferimento definitivo della sede del Patriarcato a Grado si deve pertanto al successore di Probino, Elia (571-78), e viene a inserirsi nel quadro dei torbidi recati nella situazione politica friulana dallo scisma tricapitolino e dalla formazione del Ducato longobardo del Friuli (Cuscito 1977, 313-318; Carile-Fedalto 1978, specialmente pp. 315-331).

Da quanto sopra emerge per le lagune l'impossibilità di ricollegarci a popolazioni preromane. Ciononostante nel corso della presente indagine sulle possibili relazioni tra dialetti e protostoria di questa estrema regione orientale d'Italia, il gradese rappresenta un punto focale in quanto esso ci permette importantissime considerazioni sul problema dell'eredità aquileiese (per i caratteri del dialetto gradese basterà citare Tarlao 1983, con ampia bibliografia). Un ulteriore contributo allo studio delle problematiche connesse al gradese in Cortelazzo 1993.

2.4.1 L'eredità di Aquileia

È stato troppo spesso detto che il friulano odierno sia il diretto continuatore del latino regionale parlato ad Aquileia. La cosa potrebbe in effetti darsi per scontata senza l'esistenza di Grado con il suo dialetto, sbocciato come un fiore di laguna, mantenutosi incontaminato sino al recente avvento del turismo di massa e che manifesta ancor oggi, integri ed eternati dal suo ormai mitico vate Biagio Marin, ì caratteri di un arcaismo ignoto altrove. Grazie alla sua periferìcità ma soprattutto alla secolare decadenza, l'apporto di Venezia è del tutto trascurabile: il gradese è uno dei più tipici dialetti veneti. Nette all'incontro sono le divergenze con il friulano, al punto da essere ben superiori che non tra friulano e altri dialetti veneti confinanti. Basti l'esempio del testo trevisano antico apparso in un'antologia friulana curata da D. Virgili (v. Pellegrini 1972, 347. n. 31 ).

Ora è anzitutto da scartare l'ipotesi di una dicotomia, ossia di una diversificazione da una matrice comune maturatasi nel tempo, e questo soprattutto per il carattere estremamente conservativo di entrambi i dialetti, attribuibile, come visto, alla loro perifericità e alla arretratezza economico-culturale dell'intera zona. I motivi addotti da Cortelazzo 1978, 25 (avversione fra pescatori e contadini e tra due patriarcati, astiosità campanilistiche, ecc.) anche se portati al parossismo non sono da soli sufficienti a spiegare l'assoluta mancanza di collegamento tra i due dialetti. L'evoluzione del gradese non è documentala purtroppo, questo è vero, ma riscontrarvi oggi ì caratteri pecul iari che Io staccano dal veneziano per riallacciarlo al Veneto di terraferma non significa forse leggere nel suo passato? Del supposto sostrato comune con il friulano qualcosa doveva pur rimanere (si pensi ai casi del bisiaco nonché del Pordenonese del Trentino e ad Adria). E non solo mancano le convergenze, ma le divergenze più vistose (fonetica metafonia cadenza) appartengono alla parte più intima di una parlata, proprio quella che meno si presta a subire pressioni esterne. Diversità così evidenti possono venir giustificate solo partendo da sostrati diversi, e quali essi siano non è difficile individuare storicamente.

All'epoca del suo splendore, Aquileia fu indubbiamente la mediatrice della latinità non solo nell'odierno Friuli e nell'Istria, ma in buona parte dell'intera Gallia cisalpina. L'attrazione culturale da lei esercitata era enorme e valicava i confini delle Alpi raggiungendo il Norico e la Pannonia. Se vi è però un dialetto che possa più degli altri vantarsi diretto erede della latinità aquileiese, questo non può essere che il gradese e ciò per fin troppo ovvie ragioni storiche ed etniche. Ma nell'Aquileia di oggi si parla friulano. Comesi spiegatale situazione anomala nel contesto generale dello sviluppo dei dialetti italiani? Anche qui è la storia a chiarire l'apparente contrasto. Anzitutto il confine linguistico corrisponde al confine politico che per tanti secoli tenne separata la laguna dal suo retroterra. Di qua Bisanzio e di là i Longobardi ì quali non vogliono dipendere da un Patriarca suddito dì Bisanzio e insistono perché si ripristini quello di Aquileia. Il papato, nell'intento di accontentare tutti, lascia al suo posto il patriarca di Grado per i territori soggetti a Bisanzio (da Venezia all'lstria) e crea un doppione per il territorio longobardo. Ma Aquileia non è che un cumulo di rovine. I Longobardi hanno una nuova capitale, Cividale, ed è lì che, dopo una breve dimora a Cormons, risiede il novel lo patriarca che pur si fregia del titolo di Aquileia. Più tardi una nuova realtà economica farà ruotare il polo geopolitico a favore di Udine; e sarà da quest'ultima località che specie dopo il Mille si irradierà la friulanilà che nel volgere dì più secoli si espande nella pianura devastata fino all'agro di Concordia (neppur questa originariamente carnica, v. Grilli 1979) amalgamando le rade popolazioni latine residue e quelle alloglotte insediatesi. Non va dimenticato infatti che la toponomastica ci rivela la presenza di insediamenti slavi disseminati fino alle porte di Pordenone (Sclavons). Come già supposto dal Pellis, l'odierna friulanità di Aquileia ha la sua matrice quindi in una latinità non prettamente autoctona aquileiese ma di rimando. Per lo meno tre erano infatti gli altri centri romani circonvicini: la medesima Cividale in primo luogo, continuatrice diretta di quel Forum Julii che dette il nome all'intero Friuli, poi a nord Julium Carnicum (l'odierna Zulio) e a occidente Concordia Sagittaria. Se al friulano è riconosciuto un legame al sostrato carnico, ecco che la divergenza con il gradese, derivato a sua volta dall'aquileiese vero e proprio, appare non solo comprensibile ma addirittura ovvia in quanto pienamente conforme alla norma, considerato che Aquileia, colonia di alleati italici, nacque proprio in funzione di baluardo anticarnico, «Gli studi più recenti di lessicologia friulana tendono dì solito a mettere in risalto la contrapposizione di un friulano di tipo aquileiese ed uno di tipo concordiese» (Doria 1979b, 45); ciò non è che una conferma in chiave linguistica di questa semplice realtà storica (v. pure Francescato 1983).

Dopo la stesura del presente capitolo è uscito uno studio di Alberto Zamboni (Zamboni 1988), sostanzialmente concordante con quanto sopra esposto.

2.5 II bisiaco

Nell'estremità sudorientale del Friuli e precisamente nel triangolo Sagrado-San Canziano-Monfalcone si parla un dialetto veneto particolare fortemente influenzato dal friulano e comunemente noto con il termine di bisiaco o con ipercorrezione bislacco. Questo dialetto, sulla base dei primi giudizi del Pellis, veniva sinora considerato come sorto per una sovrapposizione del veneto sul friulano, alla stregua dì quanto documentato per Trieste e Muggia anche se con un'antecipazionc di diversi secoli.

Recentemente si tende invece a riconoscere una peculiare autonomia al bisiaco sino al punto di parlare apertamente di autoclonia del medesimo. Nonostante i notevoli apporti del friulano, si riconoscerebbe insomma al bisiaco una struttura fondamentalmente analoga ai dialetti veneti settentrionali. Importantissimi a questo proposito i recenti contributi di Zamboni 1986, 1987 (con ampia bibliografia) e 1988, le cui conclusioni sono che vocalismo consonantismo e morfologìa parlano in favore di «una varietà fondamentalmente veneta di base arcaica poi soggetta a una serie di pressioni di sistemi superiori ed egemoni» (per ultimo il triestino).

Lo Zamboni aggiunge pure che "si potrebbe ipolizzare un tipo di derivazione aquileiese fondamentalmente 'veneto' successivamente ricoperto da un altro 'friulano' e soprattutto la presenza del friulano sulla gronda lagunare come risultato di una calata dall'interno della regione". In pratica si applicherebbe addirittura al bisiaco quanto da noi affermato in precedenza per il dialetto di Grado. Sullo stesso tema con maggiori ragguagli Ursini 1988.

Questi recenti studi sul bisiaco vengono inoltre ad assumere una grande rilevanza per una corretta interpretazione del problema di Capodistria (di cui al capitolo 5) anche se perii momento l'unico dato sicuro è la sua chiara autonomia dai dialetti veneti parlati nel restante Friuli. Riteniamo infatti prematuro accettare la tesi dell'autoctonia fintantoché nel giudizio globale sul bisiaco non verranno prese nella debita considerazione la toponomastica, che porta esempi meritevoli di attenta analisi (v. Solescian, frazione di Ronchi dei Lcgionari, Pièris, San Zanut, frazioni di S. Canzian d'Isonzo) e soprattutto la cadenza, al cui riguardo gli studi sinora fatti sembrano quantomai carenti. Se è vero, come da molti affermato, che l'intonazione è la parte più intima della parlata, quella meno sensibile ai cambiamenti e di conseguenza indizio sicuro di arcaicità, riscontrare nel bisiaco, come sembra di primo acchito, una cadenza decisamente di tipo friulano, pone una serie di interrogativi: se l'intonazione viene supposta di tipo friulano sin dall'origine, come si è svolto l'antico processo di venetizzazione? se viceversa essa è posteriore, con quali modalità si è imposta? quale infine il parallelismo con la situazione di Trieste e Muggia, venetizzate di recente, ma entrambe prive di intonazione friulana?

Forse la chiave di soluzione va ricercata nelle vicende di popolamento ben diverse: Trieste, centro abitato senza soluzione di continuità: villaggio carnico - colonia romana - borgo medievale - libero comune - emporio. Muggia (basilica del IX secolo), comunque da considerarsi una irradiazione triestina. Grado, emanazione dì Aquileia. In ognuno di questi casi abbiamo a che fare con nuclei urbani ben definiti e come tali capaci di assimilare ampi strati di eventuali immigrali alloglotti, come dimostrato dalle reiterate (e pure stentate!) rinascite demografiche di Pola, Parenzo, Cittanova, ecc. dopo le desolazioni delle pesti e della malaria, che però non hanno mai prodotto alcun turbamento sulle parlate locali. Per la Bisiacheria il discorso è ben diverso. Non si sa molto ma certamente si è trattato di pochi che si sono venuti a insediare in un territorio abitato da pochissimi e sparsi. Il capoluogo stesso Monfalcone: una rocca attorno alla quale sorsero abitazioni fino a formare un borgo. Qui, come per Gorizia, Pisino, Fiume, ogni occasione può essere stata quella determinante tanto per il cambio della parlata che dell'intonazione. Tenendo però ben presente che la laguna è un mondo che sempre ha avuto ben poco da spartire con I ' immediato retroterra: dalla formazione di Grado in poi è difficile scorgere un momento storico ove poter collocare un flusso dalla laguna verso il Monfalconese (v. pure Francescato 1966,9)

Per avere un inquadramento più completo del bìsiaco sarebbe doveroso procedere a un esame comparato delle parlate contigue per appurare se e quali delle caratteristiche che appaiono peculiari del bisiaco ricompaiano nel veneto, se e quali nel friulano (nell'area della diglossia). Ancora, se il confine tra bisiaco e friulano è brusco e deciso o se vi è gradualità di passaggio per tutti o singoli caratteri. Infine se vi sono analogie e quali tra il bisiaco e le parlate friulane di Trieste e Muggia, in particolare per le differenze lessicali che come visto in 2.4.1 collegano quest'area con il Concordiese.

Tratto da:

  • Giuseppe Brancale & Lauro Decarli, Istria, Dialetti e preistoria, Edizione Italo Svevo (Trieste 1997), p. 16-26.]

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Created: Tuesday, July 25, 2006. Last Updated: Friday, March 11, 2016
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