Legends, Myths and Superstitions

Credenze e Superstizioni

a

Dignano

Indice

 

Riassunto

Il presente lavoro è un tentativo di ricostruzione del sistema di credenze e superstizioni popolari tuttora vive a Dignano e si basa sullo studio delle interviste che l'autrice ha raccolto sul tema delle credenze popolari negli anni 1990-1994.

Premessa

Queste sono superstizioni, ma sono anche vere . Con queste parole, che concludevano un'intervista a una signora settantenne, si potrebbe riassumere il perchè della presente ricerca. Non può non affascinare la naturalezza con cui vengono accostate la dimensione delle superstizioni, per tradizione connotate negativamente, e quella della verità, che per chi la trova è giusta e positiva. È la naturalezza della gente comune, degli uomini nella loro totalità, che non si distinguono per professione, fede politica o altro, e che dietro barriere classificatorie sentono di essere uguali nella loro capacità di pensare e concepire il mondo.

Il presente lavoro è un tentativo di ricostruzione del sistema di credenze e superstizioni popolari ancor vive oggi a Dignano e si basa sullo studio delle interviste che ho svolto sul tema delle credenze popolari, cioè di una parte di quel vasto sistema di punti di riferimento che ogni comunità umana ha adottato per poter arginare in qualche modo l'indeterminatezza dei problemi esistenziali. Le interviste sono state raccolte nel 1990 e 1994, svolte a donne e uomini dignanesi dai 39 agli 88 anni. Come già in passato essi si sono dimostrati disponibili nei confronti di chi studia il loro mondo, e fieri delle loro tradizioni, consapevoli della ricchezza culturale che possiedono e coscienti di essere portatori delle radici storico-culturali autoctone dei loro luoghi. Tutti hanno collaborato con naturalezza e curiosità alle interviste, mezzo insostituibile per lo studio delle tradizioni popolari.

Le domande erano centrate sulle credenze nelle streghe e in altri esseri fantastici, ma non si escludevano interventi di altro tipo, comunque inerenti il mondo popolare. Le risposte erano spesso confuse, anche molto lunghe, ma non è stato difficile estrarne i punti essenziali per delineare il sistema di credenze dignanesi. Le donne hanno fornito i racconti più avvincenti, manifestando apertamente le loro credenze, mentre gli uomini dicevano di sapere poco su queste cose, di non crederci o giustificando con argomenti 'scientifici' le loro risposte. In ogni caso attraverso queste risposte i Dignanesi hanno dimostrato di aver cercato anche loro, e poi trovato, le proprie soluzioni ai dubbi che da sempre affiiggono 1'uomo: il perchè delle malattie, delle calamità naturali, della morte o più in generale del male. A queste considerazioni si aggiunge lo stupore per il modo in cui queste credenze vengono assimilate dalla gente, nonostante l'indiscutibile astrazione che ne sta all'origine. E questa facilità di assimilazione non lascia dubbi circa il valore delle credenze popolari all'interno della società che le palesa e solo all'interno di questa.

Per correttezza nei confronti di chi ha voluto mantenere l'anonimato, alle singole interviste non affianco i nomi delle persone che hanno collaborato.

Le interviste sono state spezzettate per dare continuità al discorso1. Viene mantenuta la lingua nella quale si sono svolte, il dialetto istroveneto (in un solo caso l'intervista si è svolta per corrispondenza, per cui la lingua usata è l'italiano, anche se notevolmente contaminato dal sistema linguistico dialettale). I criteri adottati nella trascrizione delle interviste, in precedenza registrate su nastro, sono quelli usuali in ambito istriano; vale forse la pena di ricordare la distinzione delle consonanti intervocaliche s sorda e sonora, indicate rispettivamente con ss e s (il valore è puramente grafico, essendo entrambe di suono semplice).

Questo lavoro risulta, quindi "un tentativo di ricostruzione del sistema di credenze e superstizioni dei Dignanesi". È proprio sotto questa ottica che è stato Il steso il presente lavoro di ricerca, che parte con l'analizzare la figura più rappresentativa del mondo delle superstizioni popolari, la strega, per poi considerare tutti gli altri aspetti dello stesso mondo fantastico.

Sarebbe certamente possibile spendere pagine e pagine di introduzione sulle figure della strega e degli altri esseri fantastici analizzati, ma da studiosa della cultura popolare preferisco che sia proprio la voce degli intervistati la vera protagonista di questo lavoro di ricerca, e non potrebbe essere diversamente.

Forse qualche considerazione generale è necessaria nel momento in cui si voglia collocare l'intera produzione popolare dignanese, e quindi istriana, dentro una struttura più vasta che spazi al di là dei confini amministrativi che delimitano la regione. In particolare questo aspetto è considerato per ogni singola figura trattata nella ricerca, ma in generale si può certamente sostenere che anche in questo caso, come già in quello storico o letterario, per fare solo alcuni esempi, l'Istria risulta essere terra di incroci, incontri, scontri e prestiti, insomma la regione che tutti conoscono come terra di frontiera. E così anche le figure fantastiche che si potranno cogliere nel presente lavoro saranno l'esito di uno scambio continuo tra diverse culture: quella autoctona italiana, la veneta e la friulana in particolare e l'italiana in generale, la cultura croata e slava, quella germanica. Ne usciranno delle figure certamente molto interessanti, che per questo loro aspetto multiculturale possono essere considerate rappresentative della regione che le ha prodotte.

All'inizio di questa premessa si diceva che le credenze qui illustrate sono vive ancor oggi tra la gente d'Istria: non è difficile infatti trovarsi nel bel mezzo di un discorso dove disgrazie e malocchio vengono accostati con naturalezza senza suscitare imbarazzo tra gli interlocutori. Una regione dunque, l'Istria, che come già in tempi passati si dimostra molto fertile nel campo del magico, dell'indefinibile, del sovrannaturale. Alcune delle radici documentate di questo fenomeno vanno ricercate nel periodo della Riforma religiosa che, come è noto, ebbe in Istria delle tappe non indifferenti. A partire dal terzo decennio del '500 e poi ancora dopo il 1580, notevoli furono gli sforzi della Chiesa nell'arginare la diffusione delle posizioni eterodosse nelle varie diocesi istriane, mentre a partire dalla fine del XVI secolo, il S. Uffizio della Repubblica veneta aggiunse ai processi contro gli eretici quelli contro le streghe. Le streghe, gli adulteri, i bestemmiatori e i divinatori furono infatti perseguitati in modo sistematico solo dopo il 1584, prendendo spunto dalla grande caccia alle streghe attuata da Carlo Borromeo nella VaI Mesolcina. Solo a partire da questa data gli inquisitori di tutti gli stati italiani inasprirono le pene per chi praticava la stregoneria, anche se essa non era assolutamente un fenomeno nuovo. Le istituzioni ufficiali combattevano queste credenze sperando così di aiutare il popolo ad uscire dal suo stato di ignoranza, considerato causa della nascita delle superstizioni.

Ma già prima di queste date, quando la sistematica caccia alle streghe dimostra quanto questo fenomeno fosse diffuso tra larghi strati di popolazione, altri documenti ci portano a riflettere sul numero delle persone, soprattutto donne, che vi si dedicavano o semplicemente interessavano. Lo statuto di Dignano, datato 1492, occupa due capitoli per trattare questa materia: il contenuto di questi capitoli ci suggerisce che all'epoca la pratica della stregoneria era già ben radicata nella comunità dignanese, e vista l'asprezza delle pene per coloro che erano accusati di tali atti, si può concludere che il fenomeno aveva ormai raggiunto una dimensione ritenuta pericolosa dai reggenti.

Il capitolo XX del IV Libro reca il titolo "De quelli che daranno tossego, over maleficio a mangiar, over a bever" e dice:

"Qualunque persona, la quale darà a mangiar overo a bever alcuna cosa faccia mal overo tossego, overo che farà qualche strigaria ad alcuna persona pubblicam.te overo secretam.te con animo, et intenz.e cattiva, per il quale maleficio tossego, over sortilegio, quella persona morisse, overo facesse altro, per il quale seguisse la morte dell'Uomo, s' il sarà Uomo ch' il sii appicato per la gola, talchè il mora, et se la sarà Donna sii bruggiata, talchè la mora se veram.te per tal maleficio, sortilegio, overo tossego fatto, over dato ad alcun a mangiar"2.

Segue il capitolo XXI "Di quelli che faranno fatture, et sortileggi", nel quale si legge:

"Item volemo che s'alcuna persona farà alcuna strigaria, overo cosa mala, over alcuna altra cosa mediante la quale facesse ch' una persona avesse un' altra in odio, over che l'amasse oltre il solito sia bollata in fronte, et in viso d'una bolla di ferro ardente, et perpetuam.te sia bandito del Castello di Dignano, et del suo destretto".3

A questi due capitoli si aggiunge il primo dello stesso Libro IV, capitolo che determina le pene per coloro che bestemmieranno Dio e i Santi, pene ancora molto blande che verranno inasprite solo con l'istituzione dell'Inquisizione, quando i bestemmiatori, assieme a tutti coloro che potevano ledere l'autorità della Chiesa, furono portati davanti al Santo Tribunale e in alcuni casi condannati.4

Non furono pochi gli Istriani comparsi davanti all'Inquisizione veneziana: la maggior parte di loro era accusata di eresia, ma non mancava chi era accusato di "stregherie". Consultando un elenco dei processi conservati nel fondo del S. Uffizio dell'Archivio di Stato di Venezia si può notare la presenza di due uomini rovignesi accusati il primo per "stregherie", il secondo per "seduzione", mentre le donne processate in un arco di tempo che va dal 1550 al 1676 risultano quattordici; le accuse contro di loro erano di "stregherie" congiunte o no a "bestemmie ereticali", "invocazione del demonio", "cibi proibiti", "abuso di religione" o "sacramenti", "sortilegi". Due processi, quelli contro Antonia da Arbe e Andriana e Giovanna istriane accusate di stregoneria, sono stati studiati da Marisa Milani e il loro contenuto appare importante per le informazioni sulle credenze popolari che da essi affiorano, già allora molto diffuse e oggi ancora in gran parte vive tra la gente5.

Tra le figure storiche di streghe istriane non può certamente essere dimenticata Maria Radoslovich, nativa di Zara, la quale, come ci racconta il Kandler, vicino a Dignano, nella piazza del castello dei Grimani a Sanvincenti, il 25 febbraio del 1632 "dietro rigoroso e formale processo, eseguito sul piede d'allora, fu impiccata e poscia abbruciata, a vista di numeroso popolo, come maliarda. Tormentata in tutte le barbare guise, e principalmente colla tortura, confessò l'infelice vecchia d'aver commesso tanti orribili delitti, che le s' imputavano, e che essa certamente non aveva sognati neppure... E chi ne assumeva il processo era un certo Francesco Mladineo venuto dall'ltalia a rappresentare i Signori del Feudo"6.

A spiegarci forse il perchè di una simile condanna, unica nel suo genere in Istria, viene un'altra versione dello stesso episodio: "Istruttore del processo per il conte Grimani fu lo zaratino Francesco Mladineo. Sembra che la colpa della donna, molto giovane, fosse stata di aver avuto un rapporto amoroso con un rampollo della famiglia signorile e che la condanna fosse un metodo sbrigativo per liberarsene"7.

Credo che questa versione sia molto eloquente circa il modo in cui i processi per stregoneria venivano condotti e sta a dimostrare quanti erano i comportamenti che la Chiesa intendesse estirpare. Vani furono però i tentativi degli inquisitori di cancellare credenze e superstizioni popolari. Un secolo dopo infatti, nella vicina Rovigno, scrive Bernardo Benussi nella sua Storia documentata di Rovigno, "quanto diffusa fosse da noi la credenza nelle streghe, nelle fattucchiere ecc. ecc., e come non si rifuggisse neppure dal fare intervenire la religione quale mediatrice dei malefici, lo mostra la lettera de Monsignor Vaira vescovo di Parenzo, scritta il 1716, colla quale ordina che si avverta il popolo di desistere dal sacri lego ardire di porre sopra gli altari e sotto le tovaglie fattucchiere di qualunque sorta per i suoi pravi malefici, e che non siano somministrati i sacramenti ai colpevoli, ingiungendo in pari tempo a coloro che li conoscessero di denunciarli onde vengano convenientemente castigati dai giudici competenti"8.

Anche se la Chiesa ha usato tutti i mezzi a sua disposizione per combattere le superstizioni, esse vivono ancor oggi tra la gente e ne sono testimonianza le seguenti righe.


1. Le strighe

Fin che xe mondo ghe ne sarà sempre. Così iniziava un uomo il suo racconto, testimoniando l'umana sensazione di impotenza di fronte ai fenomeni universali e apparentemente inspiegabili, concepiti tali perchècomuni a tutta l'umanità. Una continuità cronologica e non solo spaziale:
Che xe strighe, che le ghe vol mal, che le fa sto malocio e che qualchedun de altri poi cavatelo via, sta roba so che xe, che iera e che sarà sempre.

La rivoluzione industriale e tecnologica ha portato dei cambiamenti notevoli; la crescente alfabetizzazione e acculturazione delle masse hanno proposto delle nuove risposte, per cui in alcuni casi la strega e con essa il mondo che la circondava sono diventati anacronistici agli occhi di alcune persone. Ma forse gli stessi che pronunciavano queste frasi:

Una volta ghe ne iera de più de desso, forse perchè la gente iera più indrio de desso... Una volta ghe ne iera de più perchè el mondo iera indrio, la gente iera più indrio ...

oggi si rivolgono a cartomanti, negromanti, maghi e altri, cioè ad una diversa e non ben definita sfera del magico, che sostituisce figure di un tempo, come le streghe, gli stregoni, le fattucchiere, ecc.

Al perchè dell'esistenza delle streghe molti hanno risposto in un modo simile a questo:

Una volta ghe ne iera de più perchè i se sposava tra parenti per via dei porteri, dele tere. Cossì el sangue no se missiava e i fioi no iera normali.

Il matrimonio d'interesse non risulta certamente una cosa nuova. A questo proposito cito due racconti, rispettivamente di una donna e di un uomo:

...come i nostri vecchi combinavano i matrimoni: il giovane che voleva sposarsi doveva prendere per sposa quella ragazza che volevano i suoi genitori, anche se tra di loro non si piacevano e purtroppo tutta la vita non andavano mai d'accordo; i genitori volevano che sposasse quella; la donna sforsata dai suoi doveva prendere lui perchè aveva tanti porteri, cioè tante campagne, e più casi se nelle famiglie c 'era un .fratello e sorella e I 'altra pure, allorafacevano due coppie, cioè facevano cambio...
La gente più indrio che la xe, più la credi, più la xe superstissiosa, Adesso xe sempre meno, No xe più quel odio personal, quela rabiafamiliare come una volta, Ga cambià gente, Una volta i se conosseva uno con l'altro e iera gelosie, La generassion prima de noi, iera i veci che fasseva le copie, 'l se sposava per via dele campagne, i familiari ghe sceglieva la morosa, el mulo magari no voleva, el sposava un 'altra e alora qual 'altra se ofendeva e la ghe fasseva che no 'l passi gaver fioi. Per lo più per i paesi fora de Dignan i fasseva per i matrimoni.

Ma chi era la strega e soprattutto com'era? I pareri sono molto discordanti:

Le strighe xe persone che fa del mal, ma no le voleria, povere; no se sa, se le vol, o se no le vol.
Le strighe xe persone più ansiane, anche spoxade, done normali; quando che le te varda con l'acio storto le te striga, No le andava in ciesa, perchè lore le fava più del mal che del ben.
I me le ga presentade sempre come vecie, persone piuttosto ansianotte, curve coi còtoli scuri, neri e sempre con un sial. De solito le viveva sempre in periferia del paese, in case isolate o verso le stale. I diseva che le vegniva a domandar o pan o salo sempre ghe mancava qualcossa de roba de consumo alimentare, e la gente ghe dava più per paura che per altro. I diseva sempre che le ga una certa farsa particolare nei oci e che le ga la coda.
Mia nona i diseva che la iera strega e che la gaveva la coda, ma per carità mi no go visto e no posso dir gnente. Mio fradel l'altra sera el ga dito de sì, ma el iera un po' imbriago. Ma la gaveva sì: le done che iera a vestirla quando che la xe morta le ga dito de sì.

Nella maggior parte dei casi la strega di Dignano sembra essere una persona normalissima, individuata come tale a causa di invidie e gelosie sfociate da questioni di interesse di varia natura. Su questa figura poi andavano a gravare le più disparate e remote colpe. Dobbiamo pensare che un tempo i contatti tra le persone erano molto più frequenti di adesso, soprattutto tra gli abitanti di una stessa contrada, e perciò era anche molto più facile trovare degli argomenti validi su cui basare le proprie accuse, che spesso mascheravano ragioni diverse da quelle manifestate. Aggiungerei che quasi in ogni contrada del paese era stata individuata una strega, o comunque una persona con dei poteri 'soprannaturali', cioè oltre la natura umana. In alcuni casi la persona che veniva accusata di portare del male, considerava se stessa come invece portatrice di bene. A prescindere dal punto di vista dal quale veniva vista questa influenza, è importante il fatto che l'intera comunità e la stessa persona interessata credevano nel potere di influenzare positivamente o negativamente altre persone.

La strega era quindi una persona che tutti conoscevano e non appena la si incrociava per strada i modi di comportarsi erano questi:

Ti ghe favi, magari in scarsela, i corni e alora ti ghe portavi via la sua forsa. Ti podevi anche mostraghe la lingua.

Mi sempre ghe mostravo el figo o i corni in scarsela, e mai vardarla nei oci.

Me nono me insegnava che quando che ve dà sospeto qualche persona o faghe la croce, o faghe i corni o guardaghe la punta dele scarpe.

Contro le maravie ti spudavi per tera.

Attraverso queste testimonianze riusciamo a dare la giusta importanza agli occhi quali mezzo attraverso il quale la strega può influire negativamente su una persona. Il valore di questo organo sensoriale deriva dal fatto che più di altri collega la persona con il mondo esterno ed è di particolare considerazione nel modo di vita popolare per la sua immediatezza ed efficacia nella sfera delle relazioni sociali. Ne consegue l'evitare di guardare negli occhi la strega, in quanto spesso anche senza la sua volontà può accadere che si venga stregati.

Veri e propri modi di prevenzione contro il malocchio erano questi:

Quando che ti ga qualche sospeto de qualche persona che no la te dà bon, ti meti la scova drio la porta.

Mi go portà tuta la vita, co se iera giovane, la camisa roversa. Poi no se portava la camisa, poi mitivi le mutande roverse; la calsa no ti podevi perchè se conosseva, ma sempre una roba roversa.

A Dignan i usava portar la sata de levaro e i se la meteva in scarsela, e un per de grani de sal in scarsela.

Quando non era possibile attribuire subito un nome e un volto all'artefice del malocchio, per individuare la strega ci si poteva comportare in questo modo:

Se te capitava qualche disgrassia, la prima dona che vegniva a domandarte qualcosa xe quela che te ga fato del mal, perchè i disi che co la te ga fato del mal la patissi e alora la te vien incontro a domandar un qualchecossa de ti, un toco de pan, un po ' de sal. Quela volta no bisogna darghe.

In questa testimonianza si confondono le figure della strega e della mendicante, mentre è da porre in rilievo la ricerca della causa del malocchio in un volere più forte della strega, che la costringe a intervenire, ma nello stesso tempo la fa star male. Con questa giustificazione si esclude la vendetta come movente del malocchio. Se ciò non venisse fatto sarebbe necessaria la confessione di una colpa commessa da chi è stato oggetto del malocchio, per cui in un certo modo la vendetta conseguente sarebbe 'giusta'. Ma in questo caso tutto il sistema sarebbe stravolto e la figura della strega non avrebbe più motivo di esistere.

1.1. Maravìe sui bambini

Il bambino era un bene prezioso e ogni madre era gelosa del proprio bene. Soprattutto il neonato andava difeso da occhi indiscreti e nel momento in cui si doveva uscire con lui dovevano essere osservate delle determinate procedure antimalocchio:

Ghe metevo o le mutandine o la canutiera o la maieta che ghe tegnivo sula pele sempre de roversa.

Ai pici ghe se meteva una medaieta al colo.

Le tegniva el picio in brasse, però el picio el iera voltà per indrio, la striga ghe vede la schena del picio.

Anche la madre che stava ancora allattando il bambino doveva stare attenta a non incontrare le streghe, altrimenti perdeva il latte, infatti:

Per non farse andar via el late le usava certi amuleti che le tegniva sul peto,

cioè:

un sacusso con dentro tute robe benedete, erbe; ti metevi in una strassa, ti formavi un picio sacusseto, ti cusivi atorno e ti picavi col puntapeto sul peto.

La stessa giovane madre però veniva considerata una strega. Dopo il parto non usciva di casa per quindici, venti, quaranta giorni (nelle interviste il numero è molto variabile), cioè per tutto il periodo del puerperio, e durante questo tempo le altre donne cercavano di evitarla il più possibile e non chiedevano niente in prestito ne a lei ne a suoi familiari. Passato questo termine la puerpera andava assieme alla levatrice in chiesa per ricevere la benedizione:

Se doveva spetar là che xe el batezimo. La dona gaveva la candela in man, se la candela se distudava, el picio moriva. El prete meteva la stola sora el brasso dela dona e la compagnava sul altar dela Madona, là che se sposavimo, la Madona del Rosario, e là la benediva e poi ti spetavi la messa. Fin a quel giorno che sta dona no iera andada a messa, no ghe se prestava niente a nissun. E fin che el picio no iera batesado no se meteva a sugar là de fora le fasse, le camisete, la roba del picio, per paura dele strigonerie.

Grande importanza veniva data al rito che accompagnava il battesimo, tutto doveva essere svolto secondo regole fisse e precise, e soprattutto la recitazione del Credo doveva essere perfetta. Se il padrino o la madrina (santolo / a) sbagliavano le parole, il bambino sarebbe diventato 'deficiente' o oggetto di fatture. Ma abbiamo anche una storia particolare:

Se se sbaglia el Credo del batesimo, alora se vedi la procession. Per esempio, uno caminava sula strada de Dignan verso Galesan, se vedi che el santolo no iera bon de dighe el Credo, se vedi che a casa i gaveva fato comedie con una sorela, e alora el ga visto sua mama, che la iera xa morta, la ghe ga messo la man freda sora del brasso e la ghe ga dito: "Varda, Andrea, co ti vegni a casa dighe a tua sorela i che no la staghi rabiarse con papà, no la devi far ste robe, no la devi dirghe ste robe. Dighe ala Pina che no la staghi bestemià suo papà, perchè no voio che la bestemi più. Se ti vol vedime ancora no ti devi contarghe niente a nissun ". Lui carigo de paura ch 'el iera, el xe ciapà e el xe andà a casa, poi el ghe gaveva contà. Solo lui podeva veder; i altri no. Tuto perchè el santolo gaveva sbaglià el Credo. E no se devi nanche voltarse co se porta el picio in brasse.

Molte volte le precauzioni prese per difendere il bambino da eventuali malocchi non erano servite a niente, come in questi casi:

I diseva che el picio iera strigà se el cominciava a caminar tardi, se el gaveva i oci strabici.

Me nona me contava che me sorela più vecia la iera andada una volta la de M.V. e là la ga trovà la vecia Galanta e la ghe dizi: 'Maroussa, sta picia ghe vol più ben a ti che gnanca a so mare' '. Ga bastà, sta picia ga comincià a piansi, urlar; cambià colori, vegnì blu.

Co me tegniva la O. la picia e la gaveva un mese e meso, due, son vegnuda a casa de lavoro, ghe go dà el peto, la ga magnà bel, la go messa in leto. E dopo son andada a lavar i panussi perchè no se lavava a machina, se lavava a man ...e sta picia me dormiva tanto. Cossa xe? Son andà a alsarla, sempre coi oci serai, sempre, no la me cioleva el peto se morivo.

Cosa fare per salvare il bambino? La signora che ha raccontato l'ultima storia ritornò dalla balia per chiederle che cosa avesse fatto alla bambina, e questa con la camicetta della bambina e con una ciocca di capelli tagliati dietro alI ' orecchio andò via da qualche parte. Appena ritornata la picia ga verto i oci e la boca e la ga ciolto el peto che pareva che la mori defame. Un'altra signora ci racconta invece:

Me fra' co 'l iera picio, el gaveva do ani e meso, no per dil; el iera bel, belissimo e ste fimene, sa, co se andava a spasso, mi co me mama e sto picinin, e alora una dona la ghe mete la man sula testa qua in meso: "Caro, che bel picio!". Da quel momento a ghe xe vegnù un mal de testa, el pianseva, ne fasseva pecà vedilo, de no saver cossa faI: Alora me sio Benito ga dito: "Sei, sei, un omo ca xi con mi (al lavoro) el disfa ste robe". Poi, pian pian, no se gavemo gnanche acorto, ghe xe sparì.

Nella maggior parte dei casi bastava andare dalla donna che si pensava fosse l'artefice del malocchio, dirglielo e ottenere l'immediata guarigione del piccolo:

Mi gavevo due cugine gemele, le ciuciava dala mama. Una dona che stava là vicin de lore la xe andada in casa, la ghe ga dito cossì qualche parola: "Ma le r" magna ste picie! ".  No le ga vossù più magnà. La iera come mata sta mia sia, e alora la gafato la sfaciata e la xe andà a ciamar sta dona: 'Adio, siora mia, ma la varda, mi no ghe voio dir che la le ga strigà...". La se ga scusà in certe parole, poi le ga scominsià a magnà.

Iera una signora, la stava in S. Roco, la portava el pan inforno a s. Giacomo, la gaveva sto nipotin per man e una dona ghe dise: ' 'Vara qua che bel picio, de chi el xe? ". La ghe dise: "Xe me nevodo, de mio fio Menego ". Andada inforno, anche tornada a casa. Da quel giorno sto picio no ghe fasseva più pissini. La lo ga portà dal dotor; de qua, de là, e niente, sto picio no el podeva far. Poi sta Lussieta se ga ricordà de quela che ghe ga dito che la ga un bel nevodo. E proprio la xe andada de sta signora e la ghe ga dito: "Ma ti sèi che da quel dèi sto picio no fa più pissini! ". "Ma va', va', chi ti te miti in cavo ", ghe disi sta qua. Difati andada a casa el picio ga fato.

Alcune persone hanno dato una spiegazione alle maravìe:

Ai fioi pici i ghe disi: "Oh, che bela picia...", questo, quel'altro, e invesse i xe invidiosi che ti ga ti sta bela picia.

Tante volte le te fa anche per benevolensa, no solo perchè le te vol del mal. Tanti i te fa per gelosia, e tanti anche sensa volel; i ga la vista forte.

1.2. Maravìe sugli animali

Oltre ai bambini venivano spesso colpiti dal malocchio gli animali, soprattutto mucche e maiali, indispensabili in una comunità di contadini quale è stata quella dignanese. Venivano protetti da eventuali malefici e infatti:

Nele stale se meteva el crocefisso, se imbenediva con l'acqua santa opur i ghe dava de magnar aIe bestie la roba benedeta che se portava in ciesa. Ognidun fasseva un masso de fiori e el giorno de Corpus Domini lo meteva per tera, se imbenediva e poi ghe se dava de magnar sta roba benedeta.

Sempre al fine di proteggere gli animali, la vigilia di Natale si dava loro da mangiare una parte degli avanzi della cena, mentre l' altra parte veniva buttata sul suco de Nadal che ardeva giorno e notte sul fogolèr: L'acqua benedetta era molto richiesta dalla gente e a questo proposito una signora ci racconta che:

Il giorno 5 gennaio, la vigilia dell'Epifania, in chiesa a Dignano il prete benediceva due grandi mastelli d'acqua che dopo le tante preghiere la gente se la porta a casa che serve per benedire la casa, le campagne, ecc. lo conoscevo una donna che correva a prendersi un vasetto di questa acqua e voleva essere lei la prima ad attingere perchè diceva che le galline, anzi le pollastrelle, le avrebbero fatto le uova prima, cioè presto.

Un altro giorno importante era il 17 gennaio, giorno di S. Antonio Abate, quando i dignanesi si recavano nella chiesa dedicata al Santo, posta appena fuori dell'abitato. La stessa signora ci racconta:

C'è la messa e poi il prete va a benedire le stalle perchè quel S. Antonio è il santo delle bestie, è vissuto nel deserto facendo penitensa e visse fino a 105 anni. Quando io ero piccola i contadini portavano le vacche lì dove c 'è un grande giardino davanti alla chiesa e dopo la messa il prete benediva questi animali. 1 contadini più superbi portavano queste mucche con tanto trionfo per far vedere le belle bestie, invece c 'erano quelli che non le portavano perchè avevano paura che qualcuno le strigasse.

La nostra interlocutrice conclude così: Queste sono superstizioni, però sono anche vere.

Chi possedeva delle mucche temeva che:

Se qualchedun ghe fava qualche maravilia, le vache poi no le molava el late.

Ecco alcuni storie di malefici sugli animali:

In stala de mio papà xe vegnù un orno de Galisan e quando che el xe andà via la vaca no ga fato più ellate. I ga parlà in paese che el deve andar a Galisan a dighe a quel orno solo: "Cossa ti ghe gafato ala mia vaca?". Me pare xe andà e el ghe ga dito sta frase. Lui ghe ga risposto: "'Niente, niente. Va', Chico, va' a casa". Nanche vegnù a casa, mia mama iera x a là che la molseva el late, Chissà se xe vero?

Me sia Margherita, una volta, ghe stava mal la vaca, no la voleva in nissun modo magnar e la se ga calà par tera. Ela la credeva in ste robe qua e la ga ciamà uno de fora, no so de dove. El xe vegnù in stala, me sia la ga mandada fora, Quando ch 'el xe vegnù fora, cossa ch 'el ga combinà mi no go idea, el ghe ga dito che dentro iera un ocio malefico e che a mesogiorno sta vaca se alserà su. E sta vaca a mesogiorno se alsa su. Adesso, se xe el caso, se el ghe ga dà qualche medicina, se xe sta cossa che xe sta, mi no go idea, fato sta che sta vaca se ga alsà su.

Mia mama la gaveva un porco che no voleva magnar, el ga cascà xo. La stroliga la lo ga vardà, le ghe ga dito qualcossa e ghe iera andà ben.

Noi gavevimo la porca de fruto e xe vegnù la Galanta, so marì e altri a ciol el porco per casa. Dopo due giorni la porca xe crepada, Me pare xe diventà mato. L 'ano drio i xe vegnudi de novo, e mio pare ga dito: "Voi altri podè, voi Galanta fora, no vegnì dentro! ". Poi la porca no xe più crepada.

Per capire se gli animali che non mangiavano o non bevevano erano stati stregati

i ciamava qualchedun e se i podeva far col segno i fasseva col segno, sule armente e anche sui porchi, I fasseva qualche crose, brusar le bronse, con l 'aquavita; se meteva le bronse nel'aqua santa e se le andavaxo ierafato (il maleficio).

Così come i bambini venivano custoditi da occhi indiscreti, così

no se ciamava gente estranea a vedi le bestie, soptatuto i porchi e le vache. Nele stale quando che vegniva un estraneo ti sentivi 'bona sorte' e no ti sentivi 'bon giorno'.

Talvolta le persone stesse si rifiutavano di andare nelle stalle degli altri:

Qualchedun gnanche per sogno no le te ciama a vedi le bestie perchè par che ti ghe le strighi. Mi anche adesso me ga dito una dona che vado a vedighe, ma no no no, mi no iè l'ocio che ghe strighi gnente, ma quel che xe tòio, xe tòio.

1.3. Controstreghe, guaritori e cartomanti

1.3.1. Strolighe e strolighi

Per togliere il malocchio non sempre bastava rivolgersi alla persona che era stata individuata come colpevole della strigarì. In questi casi sarebbe stata la stroliga o lo stroligo / strigon a trovare il rimedio al maleficio fatto. Questi personaggi potrebbero essere definiti dei 'controstreghe' perchè toglievano le fatture, ma anche dei guaritori perchè intervenivano in caso di slogature e altre malattie. A Dignano erano soprattutto gli uomini a possedere questi poteri:

A Dignan i ciamava strigoni quei orni che i fasseva i segni quando che qualchedun se slogava la gamba o qualche animai che partoriva mal. I fasseva segni e crocette atorno el mal. I gaveva libri che parlava contro la ciesa.

Lori no i domanda soldi, ti ghe daghi quel che ti voi. EI stroligo poi èssi tre volte el primogenito, el mas 'cio. No lafemina, solo el mas 'cio. I gaveva i oci rossi, come riscaldai, e lagrimosi, pieni de lepi.
El vecio Sancher i diseva ch 'el iera stroligo perchè el gaveva la cuda.

La coda era una peculiarità dello strigon e della striga. Chi nasceva con il coccige sporgente (coda) veniva considerato una persona particolare, per cui ci si aspettava che prima o poi intervenisse con dei poteri soprannaturali. Diciamo che il suo destino era segnato alla nascita ed era la comunità che lo faceva stregone / strega.

Non sempre è possibile delimitare un confine netto tra le figure delle strighe / strigoni e delle strolighe / strolighi. Si potrebbe dire genericamente che i primi vengono associati alla sfera del male, mentre i secondi a quella del bene, ma la distinzione spesso non è molto precisa e la gente usa questi termini in modo un po' confuso.

Se qualcuno credeva di essere stato stregato

i andava de quel che disfava. El ciogheva un bicier de aqua, el meteva tre bronse dentro. Se le andava afondo la strigarì la ierafata, se la iera de sora voleva dir che no iera vero. Una volta son andada per mio fio, el iera picio, in fasse; le done me diseva ch 'el iera strigà e lo go portà là de quel che disfava, ma via de qua, no a Dignan. A Dignan iera Martin che disfava, là de la stassion: el pregava, el fasseva le croci e poi andava meio. Iera anche Buseto che fasseva qualche segno se iera qualche strigoneria.

Questi personaggi erano soprattutto conosciuti per la loro fama di guaritori. Molte sono le persone che si sono rivolte a loro con la speranza di una pronta guarigione, che in genere avveniva:

Mia sia la me ga dito prima che la mori, ma anche bastansa prima, solo no me mai interessava, te digo la verità...la ciogheva le molete e la andava sul fogoler e la rompiva quele bronse più vive, la ghe dava una sofiada che le vegni ancora più vive e "in nome del Padre, del Figlio e del Spirito Santo " (segno della croce) la le butava dentro in una cichera de aqua e "quei che pensa mi, che resti là e che el Signor ghe daghi mal' '. Poi la butava le bronse drio la schena, cinque bronse, e poi ti ciapavi I 'aqua cussì e via (bagnare le dita nell'acqua e passare la mano bagnata due volte sulla fronte ). Poi ti ciapavi e su tre cantoni ti butavi l'aqua. Mal de testa te passava, te digo mi, questa xe vera. Se ti ti ga mal de testa le bronse le va in fondo del 'aqua de colpo, altre volte le te naviga su, le gira e missia, no le va xo.
Co mi iero picio sta vecia, dunque parlo de 80 ani fa, sa, anche più, 85 ani fa, e alora co mi iero picio e qualcossa me fasseva malia me portava la de ela (la madre lo portava da una vicina di casa) e sta vecia cioleva una cichera de quele de maiolica bianca e la pregava qualcossa, la se fasseva la croze e cole molete la ciogheva un quatro, cinque bronse e la le butava in sta aqua. E dopo la me dava che bevo. Son xèi diverse volte là. Iera modi de fa. Ste vecie le fasseva sta roba par chetar sti fioi, per farli sanar. Quando che se andava de questi strigoni, ciamemoli cussì, a ghe voleva portarghe de questa persona malada tre pissigheti de cavei, taiadi uno in meso ala testa, uno de sà e uno de là; e luri con robe,fogo, no so mei chi che i fava... no se vedi ste robe che fa lori, i te manda a casa... poi ti vedi se sta persona o sto picio migliora.

La gente andava de sti strolighi e lori ghe dava de picarse al colo o de tegnir soto el cussin un sacheto con erbe o altro. Iera una che la iera incinta, la gaveva de partorir e sempre la butava fora, tanto mal, mesi e mesi. La xe andada de un stroligo a Marsana e questo ghe ga dà de meti soto el cussin una roba e de quela volta la xe sta ben. EI ghe ga dito che la ga uno de vicin ch 'el ghe fa sta roba.

I segnava quando che qualchedun cascava, che gaveva una ritorta dele gambe. Mi me ricordo una volta, me go ritorto proprio la caviglia e alora el me ga fato andar sula cima dela scala e con la testa vegnir in xo. De x o me spetava qualchedun, e me ga passà. Gaveva de passà o no, passà me ga.

...semo andadi là de sto vecio, de ani cieco... sto vecio gaveva un libro come quei dei militari, grigio-verde, con la copertina de tela. EI xe vegnù là, el ga ciolto sIi cavei (una ciocca di capelli che era stata tagliata all'ammalato ricoverato in ospedale) e con sto libro e la britola el ga fato tre giri torno la testa de lui. Ogni giro el sufiava. Dopo el partiva su per le scale, sensa stante, magari le scale iera bastansa piate, che gnanche mi che iero giovane no corevo come lui su. Co 'l iera in alto ti sentivi ch 'el bateva e el sufiava. El vien xo, e de novo tre volte. Dopo el se ga messo sentà, tuto su dà, stanco. Poi el ne ga spiegà tante trapole, che el ga salvà manzi, gente, tantissime. Mi credevo e no credevo.

1.3.2. I tirassègni contro la rissipilia e i vermi

Le malattie che venivano curate dalle streghe-guaritrici e dagli stregoni-guaritori, detti comunemente tirassègni, erano soprattutto la rissipìlia (erisipela, malattia infettiva caratterizzata dal colorito rosso della pella infiammata e gonfia) e l'ascaridiasi (vermi intestinali). Contro queste malattie l'unico mezzo sicuro era la segnatura:

Iera anche gente che saveva guarir le malatie. Mi me vigniva la rissipilia, me vigniva gonfio de mali sula ganassa. Adesso no se vedi più, tuto el mondo ga cambià. I me fasseva el segno, i diseva certe parole, ma no se saveva cossa, i pregava e la rissipilia calava. Qualchedun saveva anche tirà xo i vermi. Mi me ricordo che la moglie del dotor Sanvicenti la andava a farghe tirà xo i vermi da sta siora a suafia. La diseva: "Vado mi drio de me mari, basta che la me dormi de note ". Ste porcherie de vermi i saliva sul stomigo e alora la ghe fracava qua, la scioglieva sto gropo de vermi, no so che diavoli che iera, però ghe passava e poi i dormiva.

Se i gaveva la rissipilia i vegniva de me nona Baiola a segnasse, e anche chi che gaveva i vermi; ela la tirava xo i vermi. Noi ghe disevimo, mi e mie cugine, che la ne impari. "No, no, mi no ve imparo! ", la ne diseva. Perchè sa, come una volta, povere, le andava a far questi segni dela rissipilia e de sIi vermi, le ghe dava qualche soldin e iera una famiglia sa, che no ghe dava mai niente e la gaveva spesso bisogno de questa roba che mia nona ghe fasseva e alora la se rabiava: "Uh, noia me iò dà niente. No fie, no ste andà a lavorà per no ciapà niente ". No la ga vossù insegnarne. Solo sta parola me ricordo: "Segno a te, o mal oriondo, dal Redentor del mondo...". Col oio e aio in una cichereta, la tociava el police e la segnava, la segnava la pansa, la girava atorno, de sà e de là.

Le parole che la signora intervistata ricorda sono sicuramente quelle iniziali della formula che veniva pronunciata durante la segnatura contro la erisipela. Nel libro Dignano d'Istria nei ricordi di Domenico Rismondo (1937), lo scongiuro contro questa malattia viene descritto nei minimi particolari. Si intingeva il pollice della mano destra nell'acqua santa, benedetta nella vigilia dell'Epifania, e si circondava per tre volte il male segnando tre croci disposte in modo che esse rappresentino i vertici di un triangolo, inscritto nel cerchio segnato. Prima di iniziare la segnatura il guaritore si faceva la croce con l'acqua benedetta e poi sempre col pollice bagnato iniziava una serie di circoli, fermandosi via via sui tre vertici del triangolo. Quando si fermava in questi punti segnava col pollice delle croci e pronunciava in quattro parti questa formula:
"Signo a te o mal oriondo dal Redentor del mondo, per el Spirito Santo e per el nome di Maria sfanta el mal de qua via".

Il tutto veniva ripetuto tre volte, partendo sempre dal prossimo vertice del triangolo. Alla fine c'era il segno di chiusura, cioè un altro cerchio accompagnato dalla frase: "adesso seremo el mal".

Finita la segnatura I'esorcista intingeva di nuovo il pollice nell'acqua santa (faceva questo molte volte durante il rito) e si faceva il segno della croce. Se il giorno seguente la malattia non dava segni di retrocedere (no se sfanta), ma continuava a rifiorèi, si ripeteva la segnaturaper tre giornil.

Le formule ricordate dalla signora e dal Rismondo si possono accostare facilmente a quelle riportate in alcuni processi cinquecenteschi contro streghe e guaritrici studiati da Marisa Milani2.

Nel processo del 1571 contro 'Helena ditta la Draga demoniata' l'accusata racconta che durante il rito della guarigione del mal di testa pronunciava queste parole:

"Te segno, mariundo,
per il Salvador del mondo,
per lo segno di thaù,
per la barba di Iesù,
per la latte della Vergine Maria
".

Anche i gesti rituali, che venivano accompagnati da questa formula, quali il segnare attorno alla testa delle croci partendo dalla fronte e ritornando al punto di partenza, sempre nel numero di tre ripetizioni, ricordano la segnatura contro la rissipìlia.

Alla domanda "Come guarisce i dragoncelli" (piccoli bubboni) la Draga risponde di esercitare una pressione sopra il punto interessato e di pronunciare delle parole. Poi fa tre volte il segno della croce e dice:

"Te segno, mariondo,
per lo Servator del mondo,
per lo segno de thaù,
per la barba de Jesù,
par la latte della Verzene Maria,
che ogni mal si desfanta di qua et vada via."

In una serie di processi del 1591 contro alcuni latisanesi compare 'spontaneamente' davanti agli inquisitori Catherina Vanina Meni la quale testimonia:

"So segnar dal mal della solana, cioè quando alcuno per il sole ha preso doglia di testa, et dico queste parole: In nomine Patris, Filii et Spiritu Sancti. Amen. Il mar è tondo e salvator del mondo. Latte della dolce Verzine Maria, che questo mal ti vadda via".

Le parole iniziali di queste formule (o mal oriondo, mariondo, mariundo, il mar è tondo) sono tutte deformazione di un termine colto non ricostruibile. Poter accostare parole pronunciate nel '500 con altre di questo secolo significa considerare i processi non solo come fonti di informazioni su antiche pratiche di guarigione, ma anche come testimonianze della continuità di credenze attraverso i secoli. In questo modo è possibile storicizzare il fenomeno della caccia alle streghe, che si sviluppò in un determinato momento storico, ma senza cancellare le abitudini di vita contro cui si scagliavano gli inquisitori. L'inefficacia dei metodi adottati dall'Inquisizione nel tentativo di sradicare queste tradizioni, ancorate nella società, sembra testimoniare l'importanza che veniva attribuita a tali pratiche; importanza che, come abbiamo visto, non viene sottovalutata neanche oggi.

1.3.3. La cartomante

A Dignano tutte le persone intervistate mi hanno parlato di una donna, chiamata da loro semplicemente la stroliga, che aveva fama di cartomante e veggente:

A Dignan iera la Beata, che la iera dela Boemia, la se ciamava Beatrice. Tute le giovane andava là a stroligasse, forsi per saver se le gaverà qualche moroso. Le mame che gaveva qualchedun in guera andava la de ste strighe che le butava le carte. Mi no iero mai, mi no me ocuro, grassie a Dio. E alora cussì, le ghe diseva el xe vivo o el xe morto, el vegnerà, el tornerà... A iera P, per esempio, suo fradel de suo marì, ghe xe vegnù ch ' el xe disperso in mal; cascà. Poi la se ga anca insognà ch 'el ghe ga dito: "Mama, se no iera sto buso, iero ancora vivo". Ma ela sempre la gaveva in testa che sto so fio xe vivo. Perchè el iera marinaio, el sarò cascà in mal: Mai savisto niente.

Nele Sente stava la stroliga che la butava le carte e la indovinava se ti gaverà sto moroso. Mi no so mai andada, mi go paura. Le ragasse andava per sIi morosi, le andava site, no le se fasseva sentì dei altri, le andava la sera perciò che no le vede. Le pagava anche. Tuto se pagava. Se pagava anche per faghe el malocio a una persona.

1.3.4. I cavalcanti

Veri e propri nemici delle streghe sono i cavalcanti, personaggi che si ritrovano nel Friuli (benandanti e nell'Istria slava (krsniki, assenti nel Veneto. In Istria sono conosciuti soprattutto nella parte settentrionale della regione, in quanto qui le culture friulana e slava si sovrappongono alla cultura istroveneta, innescando un fenomeno di scambio di credenze e tradizioni caratteristico delle regioni di confine. Per indicare questo tipo di personaggio le tre lingue hanno adottato termini molto diversi tra loro, tanto che le traduzioni letterali nelle diverse lingue non hanno lo stessso significato.

Il termine istroveneto cavalcante deriva forse dal fatto che questo personaggio, uscendo di notte in spirito per combattere contro le streghe, veniva immaginato raggiungere i luoghi destinati alle lotte a cavallo di qualcosa (forse per analogia con la strega che può spostarsi a cavallo di una scopa). Una donna dignanese sostiene invece che un uomo può essere considerato un cavalcante se sulla spalla sinistra ha disegnato un ferro di cavallo; ma è solo una spiegazione del nome ormai incomprensibile.

Il benandante era un personaggio presente nelle credenze friulane, il quale combatteva per l'abbondanza dei raccolti, quindi il suo era 'un andare per il bene'. Con il tempo i benandanti hanno assunto una connotazione negativa, soprattutto dopo che la Chiesa cominciò a perseguirli come eretici.

Nell'etimo della parola slava krsnik c'è krst, "croce" e "battesimo" (per gli sloveni S. Janez Krsnik è S. Giovanni Battista). Inoltre krsnuti significa risorgere ed è quello che fa il krsnik quando esce in spirito, lasciando il corpo come morto nel letto, corpo che ritornerà a vivere quando il krsnik avrà svolto il suo compito e il suo spirito potrà ricongiungersi al corpo.

Il krsnik istriano è una specie di angelo custode. Non si chiede il suo aiuto come si farebbe con una strega, egli è destinato a intervenire a favore degli altri uomini. Lo si riconosce sin dalla nascita, in quanto nasce con la camicia, come i benandanti friulani cioè ricoperto della membrana amniotica, così come uno strigon viene riconosciuto se nasce con il coccige sporgente (coda). Dopo le lotte notturne contro le forze del male mostra spesso i segni del combattimento. Non può rifiutarsi di andare, verrebbe annientato.

A Dignano è rimasto poco della figura del cavalcante, non è sparita però la sua immagine positiva di alleato contro il male:

I cavalcanti caminava con una picola forca in man, perchè quando che sucedeva qualcossa i impirava laforca per tera e cu.s'sì i gaveva laforsa de poter difenderse.

Go inteso che i cavalcanti se bateva tanto con le streghe, specialmente la vigilia de S. Giovani. De giorno i sarà stà anche normali, e de note i andava tanto, cossì i diseva.

Mi sempre i me ga dito che iera omini bastansa grandi e grossi e che sula spala sinistra i gaveva disegnà un fero de caval.

Sembra che fosse stato individuato un luogo dove avvenivano queste lotte, e cioè sula crosèra fransesa in località Valderegaldo3.

I cavalcanti inoltre intervenivano in caso di maltempo per scacciare le nubi minacciose. Prendevano in mano un attrezzo di ferro, in genere la paladòra (roncola), e si rivolgevano al cielo pronunciando alcune frasi. In questo modo si scongiurava soprattutto la grandine, il fenomeno atmosferico più temuto di questa regione4.

1.3.5. Il prete

La Chiesa ha sempre combattuto le superstizioni, ma la gente non si è mai rifiutata di ricorrere anche ai suoi mezzi per vincere le malattie e per scampare alle disgrazie. Abbiamo già detto della grande importanza attribuita all'acqua e ai fiori benedetti per la prevenzione del malocchio e per la guarigione da alcune malattie, ora diremo di come il prete poteva aiutare una persona stregata. In molti casi il prete si rifiutava di intervenire:

El prete no voi saverghene de ste robe. Lori te dava una benedission. "Chi che va in ciesa no devi credi a ste robe ", el te diseva. Iera qualchedun che forsi anche disfava, ma lui el te diseva: "Se lei è venuta per stregoneria, non le faccio. Se mi dice una benedizione, allora sì". Però el te domandava un indumento o lafotografia de questa persona malada, e alora voleva dir (ieso, no stafate sentir sta roba) ch 'el disfava.

Alcune persone invece hanno testimoniato l'intervento del prete:

Quando che ti vedevi che la casa te iera strigada i andava a ciamar el prete, e el prete vegniva e la imbenediva e insieme coi familiari el pregava. Mi iero una volta per caso presente là de uno e che lui pregava a tuta forsa el Padre Nostro e l'Ave Maria.

El prete de P. iera bon de disfà. Tanti andava anche con la galina nera, i diseva, con sta galina o con qualcossa che portava adosso sta persona.

I preti i dis/ava tramite le preghiere, i bateva e i sufiava, ma i pregava.

La funzione del prete spesso si confondeva con quella del guaritore, in quanto entrambi agivano nel luogo del sacro: l'ufficialità o meno del sacro distingueva i due interventi. In genere esisteva una tacita tollerenza dei preti nei confronti dei guaritori, laddove non vi era una collaborazione vera e propria. Il prete, in quanto intermediario tra Dio e l'uomo, agiva soprattutto contro il malocchio quando questo era inteso come manifestazione diabolica.

1.4. Le crozère

I luoghi preferiti dalle streghe e dai cavalcanti per i loro incontri, sia pacifici che violenti, erano le crosère (crocicchi):

Tra lore le streghe no se pol far niente. Le se incontrava sula crosera verso la sera, sule cinque, sei.

I diseva che ste strighe, sti strigoni o sti cavalcanti i se incontrava sule crosere.

Nella tradizione popolare dignanese esiste un luogo ben determinato dove avvenivano questi incontri e cioè sula crosèra fransesa a Valderegaldo, località non lontana dal paese, chiamata 'valle' perchè vicina a una dolina carsica. Ecco le testimonianze:

I diseva che i cavalcanti i combateva le streghe sula crosera là de Valderegaldo.

I se incontrava sula crosera fransesa, là de Valderegaldo, ma no i doveva ne parlaI; ne tocasse, cossì iera, perchè se no i moriva, o uno o 1 'altro; i se tramutava in animai forsi.

Pino Calusi i diseva ch'el iera cavalcante e che co la paladora el taiava el tempo. Lu andava sula crosera fransesa, la che ti va per Valderegaldo, el se meteva in meso dela strada, cola paladura el fasseva sti segni, el pregava e el tempo s'ciopava.

In una nota del libro Dignano e la sua gente si legge:

"La 'crusera fransisa' si trova sulla strada verso Guran. È così chiamata probabilmente per uno scontro avvenuto in quel crocicchio, tra i soldati francesi e diversi banditi, dopo un ben condotto rastrellamento nelle circostanti campagne.

I nostri vecchi raccontavano che colà durante i temporali, che si scatenavano di notte, si udivano voci strane, addirittura demoniache (alla stregua di quelle leggendarie dei cani di S. Eufemia di Rovigno). Forse la cosa è spiegabile col fatto che in quel sito si incrociano diverse correnti d'aria, che nell'infernal bufera, superstiziosamente personificata dalla cosidetta 'sionera' , producono sibili tali da sembrare lamenti di voci umane e grida sataniche. Non è a dire che nessuno ci tenesse di mostrarsi tanto coraggioso da voler constatare de vi su la verità delle cose.

Questo crocicchio lega inoltre Dignano all'Italia, o meglio al Monte Cònero (Ancona), visibile in condizioni meteorologiche favorevoli. Si legge nella stessa nota:

"La superstizione popolare di Dignano reputa e racconta che -ogni sabato innumerevoli e fittissime frotte di streghe approdano alla più prossima riva del mare (distante in linea retta circa 3 km dalla città); e dice che esse -navigando a quattro a quattro sulle cocche di fazzoletti spiegatiprovenienti dal Monte Cònero (572 m, sporgente a mo' di promontorio sul Mare Adriatico a circa 11 km a sud-est di Ancona), localmente denominato pure Monte di Ancona... E anche si dice che le streghe - dopo arrivate a terracontinuano il loro occulto fatale andare per alla volta del crocicchio chiamato 'crusera fransisa', sul quale si adunano in sabbatica e satanica congrega"5.

I crocicchi erano luoghi temuti:

Sule crosere se deve farse la crose. i nostri veci sempre se la fasseva. Iera un omo ansian che ga passò tre crosere e dopo ghe butava mal. Forsi el gaveva sta roba in testa e poi el se ga impicò. Che voi fasse la crose co se passa una crosera.

1.5. I temporali

Si è già detto dei cavalcanti che andavano sui crocicchi a taiar el tempo, ma non erano solo loro che in caso di temporale scongiuravano il maltempo. Il rito era abbastanza diffuso e molti erano coloro che innalzavano lo sguardo al cielo e dopo aver pronunciato qualche frase speravano nel ritorno del sole.

Una volta iera mia nona, co iero picia, me ricordo, e vegniva el temporal, nero iera, de quela parte de Rovigno e quela volta co xe de Rovigno vien sicuro temporal... E alora dopo xe andàfora mia nona e mi son corsa drio e bel pulito la go vista e lagafato cussì e cussì (segno della croce) exe sparide le nuvole. Laga taià el nuvolo, el xe andà in due e no xe vegnù, sa. Sta volta mi son sicura perchè go visto mi de mia nona.

Chi non si sentiva così 'forte' da mettersi contro un temporale bruciava fasci di piante benedette non appena vedeva il cielo diventare minaccioso. Il luogo da scegliere per fare questi fuochi era un crocicchio:

Quando che iera maltempo de noi in S. Roco le meteva un baro de erbe benedete in un cadin vecio, dove che fasseva una crosera. Iera erbe benedete del Corpus Domini, iera l'Erba de la Madona e tute le erbe. Noi tegnivimo picado in cantina sempre sto baro. Alora le meteva sto cadin in mezo dela crosera e le brusava, che fumi e che manda via el maltempo.

La gente benediva, me par el giorno de I 'Ascension, certe erbe che i grumava per el prostimo e alora prima del temporal i andava ala svelta sule crosere a benedir e a far el segno de la crose.

In tempi più lontani e quando le condizioni meteorologiche erano pessime, si suonavano le campane per allontanare le nubi temporalesche o la sionera (vortice). Le campane leggendarie di Dignano, usate non solo per questo scopo, sembrano essere quelle collocate sul campanile nel 1883: sulla più grande ( 1855 kg) era decorato s. Biagio, patrono del paese; sulla media (1278 kg) s. Lorenzo e sulla più piccola (833 kg) S. Quirino. Il loro valore storico deriva soprattutto dal destino che ebbero queste campane, sorta di mass-media dei tempi passati: nel 1916, su comando austriaco, furono tolte e il bronzo fu usato per scopi bellici.

A proposito della sionera abbiamo un racconto curioso:

Mio papà co iera giovane el se ga trovà in bosco e el xe andà fin a Trieste a caminando. Iera vegnù come una sionera, che xe una grande rufolada de vento, che porta anche via le persone e le cala xo sensa faghe mal. Lui ga dito ch 'el xe andà caminando. I genitori xe andadi in serca e poi i carabinieri lo ga trovà e lo gafato vegnì a casa. Un 'altra volta ghe iera anche vegnù cossì. Mio santolo Mario ch 'el viva la seraia (bosco di roveri) tacada insieme, el ga visto che sto mio papà fa certi schersi che no iera forsi normali e cossì el ghe ga voltà la giacheta roversa, ghe la ga messa indosso e ghe ga passà dòuto. Mio papà gaveva sempre una calsa roversa, una drita e una roversa.

Poche sono le testimonianze che riguardano la trasmissione dei poteri della strega: in genere si accetta la sua esistenza, ma non ci si chiede perchè o da quando. Il sistema di credenze dignanese non comprende inoltre nessun contatto della strega con altri esseri diabolici. Anche lo stesso diavolo sembra essere solo un personaggio creato per terrorizzare i bambini cattivi. Le testimonianze su questo argomento sono le seguenti:

I diseva che le streghe se riconossi in un qualchecossa e podeva passar de mama a fia, eventualmente da nona a nipote che iera el passagio più facile. Due giorni al 'ano le podeva dirghe i segreti, se no le perdeva anche lore i poteri: el giorno prima de S. Giovanni, in giugno, quando che a Dignan se fasseva i foghi de S. Giovanni e che i diseva che se brusa le strighe e che tuti bisogna che i salta oltre el fogo, e la note prima de Nadal.

Ste persone che me fa mi del mal, come che i me ga dito, una xe morta e la ghe ga lassado a un 'altra. Le stava insieme, le iera come suocera e nuora. Prima demorir la ghe ga lassado ala nuora. Certe persone che xe come ste streghe, lore deve far del mal, le ga come un ordine, e se no i poi far su un 'altra persona, lore le devi far sula sua creatura. Questa vecia che xe morta la ga strangolà e murà la propria creatura in tel muro co la iera giovane, la ga partorì sensa che nessun sapi e la ga murà sta creatura. La gaveva forsi 15 o 16 ani, perchè dopo la se ga sposà e la gaveva anche fioi. Ela la gaveva come un ordine.

Mi penso che le ghe tramandi a qualchedun, magari a qualche nipote. Iera una che stava in S. Roco vicin de mi, la gaveva la mia stessa età, e fin a tardi no go savù che anche ela la saveva disfà. Mi son restada. E chi ghe ga insegnà a ela? Ghe ga insegnà qualchedun, ma no la mama.

1.7. I fuochi di S. Giovanni

La vigilia di S. Giovanni (23 giugno) doveva essere un giorno veramente particolare per Dignano e suoi abitanti. Fin dalle prime ore del giorno i ragazzi andavano nelle campagne circostanti per raccogliere fassìne de spini (mucchi di rami spinosi), spesso rubandole dalle masère (muretti a secco che delimitano i campi) e dai portèri (cancelli dei campi), legna che sarebbe servita per accendere dei grandi fuochi detti appunto di S. Giovanni. Questa legna veniva anche chiesta di porta in porta e la gente non si rifiutava mai di fornirla perchè era credenza che i fuochi accesi in questo giorno servissero per bruciare le streghe. Alla sera, quando iniziava ad imbrunire, le fassìne accatastate una sopra l'altra venivano accese e la gente si riuniva attorno al grande fuoco ad ammirare i coraggiosi che, una volta diminuite le fiamme, le attraversavano di corsa. Ogni contrada preparava il suo falò e la gente andava da una contrada all'altra per vedere quale era il più grande. I fuochi si ripetevano anche il giorno dopo.

La vigilia de S. Giovani, el 23 giugno, se fa el fogo per brusà le strighe. In ogni via i ne fasseva uno: in nostra contrada (Vartài, oggi via H. Hiasoletto) sul peton, in S. Giacomo sul piassal dela ciesa, sul S. Roco, sul S. Nicolò, sul Pian, su le Sente, là de la Pesa...La vigilia de S. Giovani se brusa le strighe, se fasseva i foghi grandi. In ogni contrada se fasseva el fogo; de sera tuti portava una fassina e se fasseva sto fogo. I ragassi saltava sto fogo, qualchedun anche se scotava. La vigilia de S. Giovani se fasseva el fogo de S. Giovani. Se brusava solo legni, fassine. Se andava per le contrade a vedi chi che lo gaveva più grande. No go mai sentù che con sto fogo i brusava le strighe.

La notte tra il 23 e il 24 giugno era magica e le ragazze da marito cercavano di scoprire nome e professione del futuro sposo:

Metevimo tre fasoi soto el cussin: uno intiero, uno spelà meso e uno spelà tuto. Ti ti li ciapavi in man ala matina e quel che ti ciapavi, cossì sarà el moroso: quel pien iera rico, quel meso iera meso e meso, quel nudo iera un povero. Ala matina el giorno de S. Giovani, el primo orno che t 'incontravi, quando che ti gaverà el moroso el gaverà el nome de quela persona che ti ga incontrà.

I fasseva con una vera (fede), quante volte che la bate quanti sposi che ti gaverà. (Si legava l'anello ad un fazzoletto e si introduceva il pendolino in un bicchiere vuoto; l'anello oscillava e batteva una o più volte sul bicchiere. In alcuni casi questo numero veniva interpretato come il numero degli anni di attesa per il matrimonio.)

Le ragasse sbateva el bianco del'ovo e le butava la neve in un biciel: Sta roba se formava e cussì i le saveva cossa farà el ragasso: se iera una barca sarà un marinaio.

2. Altri esseri fantastici

2.1. La pesaròla o mora

Il mondo fantastico dignanese non presenta molti personaggi. Il più conosciuto è certamente una specie di incubo che disturba i sonni di bambini e adulti e viene chiamato pesaròla o mora. A Dignano questi due termini vengono usati come sinonimi, ma salendo verso l'Istria settentrionale essi indicano due personaggi diversi.

La pesaròla (o pesàntola) è un termine istroveneto e indica uno spirito che opprime il petto o lo stomaco del dormiente e tende a soffocare, togliendo il respiro. In genere si presenta sotto forma di animale (gatto, topo, scimmia). Per evitare questa esperienza non bisogna dormire supini ed è consigliabile tenere sotto il cuscino un coltello con il quale, in caso di necessità, si potrà sfregiare questo essere.

La mora è un termine presente sia nel dialetto istroveneto che in quello croato e deriva dall'antico alto tedesco Mara, ted. Mahr, che significa incubo. Nell'area triestina e giuliana viene anche detto cinciùt, lo stesso del friulano cialciùt. È uno spirito che si trasforma in animale (gatto, topo, biscia) e ha caratteristiche vampiresche in quanto succhia i petti e toglie il sangue durante il sonno, prevalentemente ai bambini (le caratteristiche di spirito succhiatore sono presenti in questa regione più che nel vicino Friuli perchè l'area istriana è più a contatto con il mondo slavo, dove la dimensione vampiresca degli esseri fantastici è molto diffusa). Per tenere lontana la mora si deve infilare nella serratura della porta un coltello con la lama verso l'alto, in modo che si tagli e scappi via. Se invece riesce ad entrare nella stanza da letto bisogna chiuderla in una bottiglia.

Le testimonianze che seguono dimostrano come a Dignano le caratteristiche dei due spiriti ora descritti si siano fuse e abbiamo dato origine ad una serie di credenze incrociate. Per questo motivo non si può più parlare di due personaggi diversi; le persone intervistate parlano o della pesaròla o della mora, ignorando l'essere fantastico non nominato.

La pesarola iera una roba che te vegniva sora, ti te mancava el re-spiro, ti volevi parlar; ti volevi caminal; tuto questo no ti podevi. Proprio te ligava qua (sul petto), ti aprivi la boca, ma no ti podevi dir gnente.

La pesarola a fa xèi via ellate aIe fimene. Secondo mi xe come un usel che svola. 'leso, stanote gavevo la pesarola! ", adesso mi no so cossa che xe sta roba.

Ti magnavi tropo de sera e co ti stavi in fianco no te fasseva niente, co ti stavi drita ti gavevi come un peso sul stomigo. Tante volte gavevo sta roba e poi ghe contavo ai altri: "Ti varè la pesarola!", me diseva, Dopo te andava via.

El picio che xe morto el gaveva i peti grossi, iera la pesaròla che ghe ciuciava.

I diseva che ti la senti come che la vien su per le scale. Cussì che i dormiva la ghe andava sul peto e i no podeva nanche respirar.

No bisognava dormì inschenada perchè poI vegnir dentro pel buso dele ciave la mora, e saltate sul peto. Alora i diseva che ti te alsavi tuto scalmanà perchè ti combatevi con la mora, e bisognava ala svelta ciol un corteI e impiralo sula porta o la crose o qualche fero de cavaI ciapar presto, e poi la andava via. Fin che ti gavevi sto segno la andava via.

La mora la xe 1'anima de qualchedun che te vol ben o mal, piutosto mal. A mia mama la ghe vien spesso e volentieri ancora ogigiorno, e de solito co la vien la siga, perchè la te vien dosso e la te come sofiga, e ti te par de far movimento, ma no ti pol farlo perchè laxe talmente che la te ciucia sangue... co ti tefa tanta forsa che ti vol deliberarte, che ti ga sto peso dosso, alora la comincia sigar, rugnar, ti la senti. Anche con mio papà in leto la ghe iera sempre sora. Mio papà ghe dava un colpo robe de mati. Anche due volte la setimana ghe usava a ela vegnir.. ti son come sempià.

Questi erano i modi per combattere la pesaròla / mora:

Mi me ricordo, mio papà una volta me ga dito: "Se te vien sto scherso tiente un corteI soto el cussin e quando che ti senti cerca de rivar in tempo - cric - con la punta del cortel sgrafà el muro". Una volta go fato sta roba, me ga passà.

Tante volte per combaterla i ciogheva una fiasca svoda e i la intapava. I la intapava col tapo ben strenta. Poi no i podeva andar; col rispeto parlando, ne pissar e nanche quel'altro de grosso, de corpo. Ala matina vegniva una dona sula porta a domandarghe qualche cossa, insoma, che i ghe distapa la fiasca. No so se iera dona o omo, così i saveva chi che ga fato.

Mia mama gaveva messo un specio soto el letin de la picia, perchè la ghe ciuciava i peti. Cossì quando che la mora vien che la scampi via, perchè la se vedi in specio e la ciapa paura cossì bruta che la xe. La meteva anche due cortei in crose e spighi de aio soto el cussin.

2.2. S. Nicolò e la Befana

Durante le fredde giornate di dicembre e gennaio due erano i personaggi che incuriosivano i bambini: S. Nicolò (S. Nicola, 6 dicembre) e la Befana (6 gennaio). Come vuole la tradizione arrivavano giù dal camino di notte e mettevano i loro doni nelle calze preparate dai bambini. Non mancava però chi trovava del carbone o una bacchetta: questi bambini erano stati cattivi. Oggi a Dignano S. Nicolò è stato quasi completamente dimenticato, mentre la Befana è anche qui la vecchia con aspetto di strega che, a cavallo di una scopa, entra ed esce dai camini delle case dopo aver portato doni o carbone.

Per descrivere l'atmosfera dei giorni di festa che precedevano e seguivano il Natale seguiremo il racconto di una signora quasi settantenne, che dal 1991 vive in Italia. Così scrive ricordando S. Nicolò:

Quando io ero bambina si aspettava con ansia la festa di S. Nicolò per aspettare che ci portasse dei regali. Alla sera della vigilia, cioè il 5 dicembre, si doveva andare a letto presto e si metteva una calza sotto il camino acciocchè S. Nicolò mettesse dentro i doni e si cercava di stare buoni altrimenti si trovava il carbone. lo mettevo un piatto che al mattino trovavo una mela, un 'arancia e quattro caramelle ed ero tutta contenta. Quando ci vedevamo per strada e a scuola con i miei coetanei ci domandavamo cosa ti ha portato S. Nicolò e noi eravamo convinti che S. Nicolò veniva giù dal camino. In quei giorni tornando dall'asilo cantavamo così:
San Nicolò di Bari
la festa dei scolari,
i scolari no vol fa festa
e San Nicolò ghe taia la testa.

San Nicolò bobò,
in braghe si cagò,
la mama lo forbiva
e San Nicolò sonava la piva.

Per noi italiani di Dignano S. Nicolò non è mai stato sostituito da Babbo Natale; da quando è nato mio .fratello (1943) non si poteva parlare di Santi, allora da quando i miei figli erano piccoli lo hanno sostituito con Nonno Inverno e non con Babbo Natale.

In passato per i dignanesi S. Nicola svolgeva le funzioni che oggi si attribuiscono a Babbo Natale, sorta di mago buono che distribuisce doni ai bambini meritevoli.

La tradizione di San Nicola è molto vecchia. San Nicola era vescovo di Mira, città della Licia nell'Asia Minore, al tempo dell'imperatore Costantino (306-337). In seguito ad alcuni prodigi fu venerato come protettore dei marinai e dell ' infanzia. Nell 087 alcuni marinai baresi trafugarono le reliquie del santo dalla chiesa di Mira e le portarono a Bari. La basilica, che venne costruita in seguito, divenne meta di pellegrinaggio, fenomeno questo che consentì la diffusione del culto del santo nelle aree nordiche e centro-orientali dell'Europa. Il santo, in quanto protettore dell'infanzia, fu inserito nelle tradizionali celebrazioni che si tenevano per il solstizio d'inverno e in cui era uso portare dei doni ai bambini (in altre regioni europee, come anche nel Bergamasco e in alcune zone del Veneto, il personaggio che porta i doni è S. Lucia, 13 dicembre). In seguito la figura di S. Nicola perse gli attributi vescovili e si mutò in un nonno buono che distribuisce i regali a Natale. Dopo essere 'emigrato' negli Stati Uniti, ritornò in Europa con le caratteristiche di Babbo Natale che noi tutti conosciamo (la stessa via fu percorsa dall'abete-albero di Natale, che dall'Europa nordica passò negli Stati Uniti e poi da qui, addobbato come lo vuole la tradizione, ritornò in Europa).

A Dignano, come in tutta l'lstria, cronologicamente tra S. Nicolò e Babbo Natale sta un altro personaggio con le stesse caratteristiche: Nonno Inverno. I motivi di questa trasformazione sono puramente politici: essendo la Jugoslavia un paese socialista, una delle prime cose fatte dal nuovo potere politico nell'immediato dopoguerra fu lo sradicamento del culto dei santi e l'esclusione della religione dall'ufficialità. Le festività religiose furono cancellate (il Natale si festeggiava tacitamente) e sostituite da festività laiche. Dovendo inventare un personaggio che portasse dei doni ai bambini si pensò ad un nonno buono e infreddolito, appunto Nonno Inverno.

Una volta caduto il regime comunista, il nuovo stato croato ha demolito tutto ciò che quel regime aveva creato e così è cessato di esistere anche il Nonno Inverno 'jugoslavo'. Sul calendario sono ritornate le festività religiose e tra queste il Natale; il Babbo Natale euro-americano ha preso il posto dell'ormai vecchio Nonno Inverno.

Dopo questa parentesi riprendiamo il racconto:

Il 16 dicembre iniziava la novena di Natale, cioè nove sere consecutive di preghiere e meditazioni, delle quali la più bella era quella del Natale, cantata nel Duomo da un solista e dal coro maschile accompagnato dall'organo. Due giorni prima di Natale il prete andava a benedire le case e tutte le donne si affaticavano per pulire la casa.

Il giorno 24, cioè la vigilia di Natale, c 'erano grandi preparativi, si aspettava con tanta ansia questo giorno per mangiare di buono e perchè si comperavano dei vestiti nuovi e tutti chiedevano cosa avrai di nuovo per Natale. Quel giorno della vigilia si metteva sul fogoler un grande ceppo, cioè el suco de Nadal, che ardiva giorno e notte. Tutto quello che si mangiava la vigilia di Natale si buttava un po , sul suco e pure si portava un po ' agli animali in stalla. Si preparava il mangiare in astinensa (cioè niente carne): minestra di ceci, bacalà, verze, pesce, le frittole e i busoladi (dolci) con i quali si faceva la supa nel moscato. Il giorno di Natale si mangiavano i maccheroni e i cappucci garbi con le luganighe. Alla sera della vigilia si andava a casa dei parenti dove si radunavano più famiglie e si giocava alla tombola, gioco tradizionale della vigilia, poi quando si sentiva la campana del nostro grande e bel campanile si andava tutti in chiesa alla messa di Natale di mezzanotte per festeggiare la nascita di Gesù bambino; la messa era cantata in organo da uomini tutti bravi, il tenore era zio Meno, e tutta la gente attendeva con ansia quando all 'offertorio cantavamo una bellissima pastorella, cioè "Letentur cieli e te sulteterra, ante facien Domini, ante facien, facien Domini, quoniam venit". (Si tratta della seconda antifona del terzo notturno della mezzanotte: "Laetentur caeli, et exultet terra ante faciem Domini, quoniam venit"6. Siamo di fronte a un esempio di interpretazione popolare del latino ecclesiastico.). Queste sono le uniche parole, ma in canto era tanto bello, io ancora la so cantare. Insomma in poche parole il Natale era una grande festa e nel nostro Dignano era bello vivere perchè la gente era buona, erano dei grandi lavoratori, più di tutti contadini, allegri e contenti che dopo tante fatiche festeggiavano più volte all'anno tante feste e tradizioni, bellissimo che non si può dimenticare e chi non ha provato non può credere.

La gente andava per le case cantando così:
In sta casa siam venuti
per cantare con dolcezza
il Natal pien d'allegrezza.
Il figliolo di Maria
concepito fu nel ventre
dallo Spirito divino.
Un sì vago e bel Bambino,
il figliolo di Maria.
Noi pici cantavimo:
La notte di Natale
è nato un bel bambino
bianco e rosso e tutto ricciolino.
La neve cadeva, cadeva giù dal cielo,
Maria col velo copriva Gesù.
Maria lavava, Giuseppe stendeva
e il bambino piangeva
dalfreddo che aveva.

Per le feste natalizie si preparava il presepe e anche l'albero, cioè un ginepro addobbato con candeline, cioccolatini e caramelle che venivano tutti mangiati prima del 6 gennaio, giorno che segnava la fine delle festività. La scelta del ginepro quale albero di Natale credo non sia da ricondurre tanto al merito di questo albero per aver nascosto la Vergine e il Bambino durante la fuga in Egitto, o all'onore per aver fornito il suo legno all'albero della Croce, quanto piuttosto al fatto che il ginepro è molto diffuso nella campagna dignanese.

La notte di San Silvestro si passava in famiglia o con gli amici, molto modestamente e senza gli eccessi odierni. Il mattino del Capodanno era padroneggiato dai bambini che andavano di casa in casa ad augurare il Buon Anno ai parenti: prima i santoli, poi tutti gli altri in ordine di parentela. Si trattava di una specie di questua in quanto i bambini si presentavano sulla porta dicendo: "Bon giorno, Bon Principio, cioghè la borsa in man e deme la bona man". Ricevevano qualche soldo e tutti felici continuavano il giro.

Il giorno 5 gennaio, vigilia dell'Epifania, nelle chiese si benediva l'acqua che veniva poi portata a casa dalle donne e usata durante tutto l' anno in caso di malattia e contro il malocchio. Continua la nostra informatrice:

Quella sera le persone più vispe e coraggiose andavano per le case a cantare così:
Noi siamo i tre Re
venuti dall'Oriente
per adorar Gesù,
Re superiore,
di tutti maggiore
e quanti nel mondo
ne furono giammai?
E fu che ci chiamò
guardando la stella
che ci conduce qui.
E noi gli abbiam portato
l'incenso dorato, mirra e d'oro,
dono Re Divin.
I mattacchioni cantavano così:
oi siamo i tre Re
imbriaghi tuti e tre.

Della Befana la signora non fa cenno. Altri invece la vedevano così:

La Befana i diseva che la vien x o pel camin, metevimo la calsa de lana e che la te meti o la bacheta o biscotini, naransi. Anche mi metevo la calsa de lana, fin tardi, sul fogolel:

La passava de casa in casa e la butava x o per el camin a tuti quanti el carbon o biscoti. Ma iera le mame che meteva.

2.3. L'orco

L'unica funzione dell'orco 'dignanese' è quella di spaventare i bambini, qualche volta anche i grandi. È molto alto e in genere di colore nero, in alcuni casi si identifica con I 'amo nero. Se una persona è molto spaventata e non se ne conosce la causa, gli si chiede se ha visto l'orco. Se ne deduce che questo personaggio dovrebbe avere un'aspetto veramente brutto.

Quanta paura che gavevo del 'orco. Mi lo vedevo alto, forse dieci metri, con un grande baston ch 'el se pogiava. El ghe fasseva paura ai fioi. "Vara l'orco!" i diseva, "Vara l'orco!". Mi me lo sognavo l'orco, no lo go mai visto, ma in sogno sì: grande, grande, che no posso dir.

Co ti fa rabià i fioi, i te disi: "Ma ti san rabiada, mama, ogi! Cossa ti ga visto l'orco?". Mi no ghe contavo mai ai fioi de l'orco, perchè dopo i gaveva paura.

Co iero picia ime contavade l'amo nero. Ai fioi i ghe diseva: "Sta bon, magna, se no vien el amo nero!".

2.4. Il diavolo

È un personaggio poco conosciuto nella tradizione popolare dignanese, il che conferma la mancanza di esseri diabolici o mostruosi nel sistema di credenze locali. Nel racconto di una giovane signora sembra assomigliare all'orco e all'omo nero:

Imaginavo el diavolo un omo assai grande, con una coda picia; sempre nero, no so perchè. Nero de corpo e de viso normale come noi, bianco. Una persona che xe cativa e perfida, e che te vol mal, altro che la ciama el diavolo, tuti chi che la pol, se la poderia fate del mal in quel momento. Le persone cative xe tuti diavoli.

Forse questa testimonianza ci spiega come mai si parlava molto poco del diavolo:

No i me ga mai contà niente del diavolo. Del Signor; dela Madona, dei angeli sì, ma del diavolo mai. E poi no go gnanche gavù mai paura. Mi gavevo forsi più paura dele strighe che del diavolo.

2.5. Il massariòl e gli ometi

Sono dei piccoli e simpatici folletti che accompagnano la vita familiare. Non sono molto conosciuti.

Quando che ai fioi ghe cascava el dente ghe se diseva: "Dame qua el dente, 10 metemo qua in una cichera". Alora se portava via el dente, i genitori o chi che iera, e poi i meteva i soldi e i fioi iera contenti. Poi ghe se diseva che el massariol ga portà i soldi.

Mi gavevo sentì de certi ometi che saltava sul fogoler, e che i nasseva de le scintile del soco del fogoler. Lori i alontanava la morte de la cusina.

2.6. Le fate

La fata è una figura quasi sconosciuta tra i dignanesi. L'unica persona che l'ha citata è stata una casalinga ottantenne. Nella sua descrizione la fata assume le caratteristiche tradizionali di donna giovane e bella:

Nele stale i diseva che iera le fate, che iera sta fata. Le fate iera de quele bele signorine, giovane.

3. I morti

Nona la dormiva sempre sul suo posto. Una note la ga cambià posto, la xe vegnuda de là che dormiva nono (il marito defunto) e el ghe dise: "Cossa, ti son messa sul mio posto stassera!". No la xe andada più su quel posto.

Questo racconto ci insegna che i morti vanno rispettati, perchè solo così non si riveleranno ai vivi. Essi comunque ritornano qualche volta tra i loro cari, in genere per rimproverarli di qualche mancanza nei loro confronti. La paura che accompagna queste apparizioni è scontata, ma mai eccessiva, proprio perchè si tratta di persone conosciute. Naturalmente l'apparizione è accompagnata da un dialogo.7

Prima di chiudere la bara del defunto si prendono però tutte le precauzioni necessarie per evitare futuri brutti incontri: si legano i piedi del morto per impedirgli di far ritorno tra i vivi e, una volta finita la veglia, ogni persona convenuta, dopo aver benedetto il defunto con una 'palmetta' di ulivo o di rosmarino, gli tocca le scarpe per evitare di sognarlo.

Ma non sempre lo scongiuro funziona:

Questa mia sia che me ga dà la casa, sempre co rivavo in cimitero basavo la foto. Questa sia sarà trenta ani che la more, e un giorno no la go basada, forsi co son rivada a casa me go anche acorto, e de note me go insognà che la me ga ciapà e la me ga basà... però i disi che quando i morti te basa no xe bon.

Una volta i diseva che i morti vien a tirarte le gambe. Se ti cioghevi la seconda moglie, la prima iera gelosa e la vegniva a tirarte le gambe. O chi che voi farte del mal per spaurarte.

Mio papà co el iera giovane ghe xe morto un primo cugin, che i iera proprio amici. EI xe morto de tubercolosi perchè in quela volta no iera medicine. EI saveva, povero, ch 'el morirà. Mio papà ghe gaveva dito: "Quando che ti morirà vien saverme dir come se sta de là' '. EI ga dito mio papà che el ghe xe vegnù in sogno e ch 'el ghe ga dito: 'Alora, come se sta de là?', e questo mio cugin ghe ga risposto che chi che sta ben de qua, sta ben anche de là.

La mama (morta) de sta mia amica ghe ga dito che de là no xe I 'inferno, no xe el fogo, solo una che fa del ben de qua sta più ben anche de là, una che ga fato del mal no ga mai pase, xe un 'anima in pena. Come che ti son inquieta de qua, cussì anche de là.

Nella credenza popolare l'aldilà non viene immaginato diverso dal mondo nel quale si vive. Anche la persona defunta viene pensata immutata dopo il trapasso e presa dalle sue attività abituali. Per questo motivo nella bara, vicino al defunto, si mettono le sue cose più care e che potrebbero servirgli, come ad esempio il bastone, il libro delle preghiere, la pipa o le sigarette, il berretto, ecc. In questo modo la vita dell ' aldilà sarà meno brutta.

Prima di chiudere la bara bisogna far attenzione ad alcuni segni promonitori: se il cadavere ha una gamba più lunga dell ' altra o se ha gli occhi leggermente aperti chiama un altro morto in famiglia. Inoltre se si sentono scricchiolare mobili, pavimenti o porte ci si deve aspettare una morte; se la terra di una tomba cede, presto si scaverà una fossa per un parente del defunto.

Ma ai vivi non appaiono solo parenti offesi o desiderosi di dare qualche consiglio; i morti talvolta si presentano in processioni o gruppi, incutendo in alcune persone molta paura:

I disi che el due novembre i morti se alsava e i lasseva convegno in metà del cimitero, ciacole i fasseva.

Nele campagne iera picoli lumi e i diseva che iera le anime dei morti che camina per le campagne de note.

I diseva che iera el vecio Toni Patalocio ch 'el ga ciapà una grande paura. EI andava la matina bonora, almeno cossì go inteso, el andava in campagna e el ga visto, el dise: "Cos.s'a xe una procession? ". EI andava bonora, bonora, no so a che ora. EI ga visto che i gaveva el police che lasseva ciaro. Poi el xe andà a casa, el ga ciapà paura grande, el gaveva proprio i oci sporgenti.

4. Presagi

L'importanza delle piccole cose e dei piccoli gesti era molto grande in passato. Si badava al modo di fare e qualsiasi sbaglio veniva rimproverato, soprattuto ai bambini: deviare dal modo di vita tradizionale significava richiamare su di se una punizione, soprattutto malattia o morte. Quindi mai mettere il pane rovescio sulla tavola o incrociare le posate, sono pronostici di miseria; attenzione a non versare l'olio e il sale, sono di cattivo augurio, come anche rompere uno specchio (se ti spachi el specio sete ani de disgrassia) o passare sotto una scala. Per evitare la morte non aprire l' ombrello in casa, non mettere le scarpe sul letto e non dare ai bambini piccoli dei fiori in mano.

La testimonianza di un uomo che ha rotto accidentalmente uno specchio:

Mi gavevo un specio vecio. Mi no me ricordo come che 10 go roto. I disi che quando che se rompe el specio che va tanto storto. E proprio go dito che volerò vedi se me capiterà qualcossa, perchè mi iero calmo e el specio se ga roto maledetamente. Iera problemi col tratol; con I 'auto. con la machina de lavaI; iera una montagna de problemi tuti in un colpo. Mi no xe che me lassevo alano e che alora per quasto me se rompiva el trator o altro. Capitava. sensa nissun alano. E tuti problemi grossi. E adesso, ti credi o no ti credi, i me diseva e me ga capità.

La morte quando arriva sembra annunciarsi, ad esempio, attraverso il canto della civetta:

I diseva che quando che la civeta canta sul teto de una casa, in pochi giorni qualchedun o de quela casa o del vicinato mori.

Ga sucesso tante volte che la cantava e el giorno dopo ti sentivi che xe morti.

La civeta la go sentuda e veramente la xe morta quela vicin de mi, Quando che la te vien sula tua ca.s'a, la te vien in aviso e more qualchedun vicin, Dilati xe vero, Me ga sucesso proprio a mi: xe dieci ani che la civeta ga cantà de sera e la matina go sentù che la A. xe morta.

La civetta è l'uccello del malaugurio per eccellenza, ma non va sottovalutato nemmeno il canto del cuculo e quello del gallo, se si fa sentire al crepuscolo o prima di mezzanotte. C'è un proverbio che dice: quando che la galina canta, el paron de casa manca, e sembra annunciare la morte al padrone nel caso che una gallina faccia il verso del gallo.

A sia Maria de sio Cacin una galina ghe cantava de gaio e non ghe dise: "Massila subito, massila! ". Bisognava subito massale.

Un'informatrice ci suggerrisce come scongiurare il malaugurio: mettendo i volatili in pentola. In questo caso non è stato sufficiente:

Maria F., quando che a casa sua ghe cantava un galina, la ga dito che la porta morti, La ga massà la galina, ma dopo ga cantà un 'altra galina e dopo la xe stada morta ela. Se xe el destin, te vien ancora avanti.

C'è poi il prete incontrato al mattino presto che porta sfortuna, come anche il gatto nero:

Quando che passa un gato nero, ch 'el traversa la strada, a no xe bon, ma no so cassa che porta. Che ti voi fa, prego un'Ave Maria,

5. Sogni

Oltre ai segnali visibili si ritenevano annunciatori di eventi futuri anche i sogni. Si dava grande importanza alla loro interpretazione e bisognava fare attenzione a non guardare la finestra una volta svegli, perchè altrimenti si rischiava di non ricordare più il sogno. I nostri protagonisti raccontano:

Insognarte con fruti fora stagion, con denti che casca xe un monito che te poi suceder qualcossa o che qulachedun mori, (Se i denti cadono con dolore, morirà un parente molto stretto, soprattutto se cadono gli incisivi o i canini.) Se ti te insogni coi cavei i diseva che tifarà barufa; coi pessi, vai dir che tifarà ciacole coi vicini de casa; se ti te insogni coi morti, i te porta parenti vivi che te vien trovà in casa; se ti te insogni coi fioi mas 'ci, i te porta bele notissie, la femina portava disgrassia, sempre, se ti te insogni coi cavai, sarà qualche vitoria,. con le scarpe, ti farà qualche viagio.

Sognare un uomo morto può solo allungargli la vita, mentre per la donna c'è un detto che dice: dona morta dispiaceri porta.

Quando che ti sogni la carne che la te xe proprio disgustosa, quela volta te porta malatia; aqua sporca porta malatia.

Ua bianca porta lagrime (l'uva nera o il vino portano invece allegria); fruti fora stagion, ciacole sensa ragion.

Il fuoco porta imminenti disgrazie, la legna sottile richiama la croce, la casa senza finestre indica la bara: non si augura a nessuno di sognare queste tre cose.

Infine:

Coi ovi xe ciacole, fiori vol dir che mori angioleti, pici, creature.

6. Una storia particolare

A Dignano, nel 1929, successe un evento eccezionale che i dignanesi ancora oggi ricordano e che quindi può essere considerato parte del bagaglio leggendario locale. Si tratta di una storia che mi è stata raccontata nel dicembre del 1990, dalla allora ottantatreenne signora Veneranda Gorlato, oggi defunta. Mi ero rivolta a lei dopo le molte indicazioni fornitemi dalle persone che avevo intervistato. Quello che successe nella sua casa fu qualcosa di veramente straordinario e inspiegabile agli occhi dei dignanesi; intervenirono anche il prete, i carabinieri e i giornalisti.

Dall'8 maggio del 1929 nella casa della signora Veneranda iniziarono a verificarsi strane cose: sassi che cadevano sulle persone, salsicce nella minestra il giorno di venerdì, quadri che si spostavano, ecc. Fu chiamato il prete per allontanare queste manifestazioni, ma nemmeno lui riuscì a spiegare il fenomeno. La causa di questi fatti era stata attribuita alla zia della signora Veneranda, la zia Giovanna. Era morta il 19 aprile e dopo alcuni giorni, precisamente l'8 maggio, iniziava a manifestare in un modo abbastanza orginale il suo odio-amore per il padre (nonno della signora Veneranda). La sia Giovana era figlia di primo letto, il padre si era poi risposato.

Lo spirito della zia Giovanna continuò a ricomparire fino al 1932, cioè fino alla morte del padre. Dal giorno stesso in cui lui morì non si ebbero più questi fenomeni. La spiegazione data fu che la figlia voleva con se il padre.

Mi rivolsi alla signora Veneranda incuriosita da queste testimonianze:

Sta signora se gaveva sposado, no so, pol darsi che forsi i parenti no iera contenti e la gaveva una cognada de questo genere qua, che la ghe fasseva de tuti i dispeti de note. Insoma ghe cascava i quadri del muro, la ghe tirava via le tovaie, le coverte, insoma de tuti i dispeti, che questa signora no la podeva più ne viver ne morir. E un giorno la se ga recà proprio dal prete e la ghe ga contà questa cosa, e lui ga fato no so se una messa o el ga dado una benedission, che insoma dopo no se sintiva più. Ma per tanto tempo...

Prova domandarghe a Nanda del Portarol. Prova andar vedi là cossa che ghe gaveva sucesso a ela, perchè ghe vegniva... no so come che iera, la iera sposada, poi una iera morta e morta la ghe andava al papà a faghe del mal che no te digo. Alora el prete ghe ga dito ch'el se legni aqua santa. Ma se ti ghe domandi a ela, ma xe una storia roba de mali. Un orologio vecio in sofita, che mai la lo adoperava, una note lo sente sonar, un giorno, de giorno. Anche quanta gente che andava a vedi, e capitava lo stesso. La gaveva la cesta dela biancheria, tuto un colpo sta cesta ghe svola xo per le scale. El vecio la ciamava dentro, la ciamava sempre la Ciora. EI vecio la vedeva anche, me pal: EI ghe dì: "Vien dentro, Ciora". Ela la ghe diseva: "No, butè via el bicer del'aqua santa!".

In Portarol una sia morta de la Nanda la ghe fasseva de tuti i dispeti. Questa sua sia tanto la la odiava. Se iera picà un quadro la 10 tirava XO, e se iera el suo quadro el andava subito al suo posto, invesse i altri quadri no. Suo papà el gaveva un orto e co el stava sentà, no la iera tanto in pase con questo suo papà, sempre la ghe molava sassi, mai la lo ciapava. La gaveva la sesta dela roba e la roba andava fora de posto, i no vedeva ela, ma la roba andava fora posto. Poi la fasseva la minestra e la voleva meli le luganighe, a no ocoreva che la vadi a ciole, le iera in pignata. Iera vero, vero. El prete ghe gaveva dito de meli un bicier de aqua santa e cossì no la ghe andava più vicin a sto vecio. Ela ghe diseva:"Buta via quel'aqua che ti ga sul sgabel e poi vegno drento, se no, no vegno drento". Sta roba iera proprio vera. E quante done che andava a vedi. Tuti vedeva ste robe, anche el prete iera andà, mi no son andada mai perchè gavevo paura, iero ragassa.

Semo cugine con sta Veneranda. Ani indrio parlavimo de quel che ghe sucedeva. La me contava sempre. Ela la trovava i quadri dei sui antenati voltadi. Questa che ghe fasseva ste robe iera sua sia, cognada de sua mama. Lore adiritura la la sentiva che la caminava, che la vien, dopo come che la va via. La andava a veder in camera e iera sicuro el segno, la ghe gavevafato sicuro qualcossa. ne tuti i dispeti imaginabili la ghe fasseva. La gente de Dignan saveva ste robe. Anche mia mama co la parlava cussì, mi ghe disevo: "Ma cossa, xe vero? No che no xe vero". E ela me rispondeva: "'Vero, vero iera!". No la ghe vigniva in cusina, ma in camera la trovava sicuro qualche dispeto.

È stata naturalmente la signora Veneranda a darmi il racconto più avvincente, che viene qui reso così come è stato registrato.

Alora, prima de tuto ga comincià in stala, xe vegnù dela parte de Calderiva un caro de sassi sicuro drento, in stala, e li ga visti anche monsignor De Angeli che iera in stala con mio nono. Dopo ga sparì.

Dopo ga comincià qua (in casa). Alora qua prima de tuto le sedie se meteva tute sula tavola, cussì, capovolte. Po ga comincià, mi iero quel giorno a grumar bisi, pioveva, semo vignudi a casa, la gente cussì fissa, pien iera soto el volto, sa, pien cussì, tanta gente, ghe voleva che vegni su el maestral no iera tanta gente che vegniva a vedi.

Insoma, gavevo fato lissia e no gavevo stirà, e la biancheria me xe andada tuta distesa per el pavimento, tuta in camera. Poi i casseti dei sgabei per tera, ma tante robe. I quadri, per esempio, no questo in cusina, ma in camera, xe la Madona che xe dalleto, alora la stava spostada da una parte, mi volevo meterla a posto, ma una resistensa, go ciapà paura e go scampà de Veneranda, qua oltre (la vicina di casa).

Dopo i quadri, mio nono la ga fùlminà: la ghe lo butava sul viso, libri ch 'el legeva povero, el Vangelo che ellegeva, dei santi, la ghe lo butava sul viso.

E dopo insoma la ne fasseva tuti i dispeti. Fasseimo metemo de magnar: iera venaro che no magnavimo grasso e la ne meteva le luganighe in pignata, Anche la fiasca del moscato boiva in pignata dei fasio i. Par impossibile tute ste robe, ma xe vero perchè son ancora sana de mente.

Alora in campagna, me mama iera andà a grumà oliva con la Maria, mia cugina, e la ghe ga messo un sasso grosso sul colo. La dise: "Vula la xi, sta fiol d'un can, chi la massi!". Gnente paura la viva. E noi, co ela se lavava, sentivimo i s'ciafi che la ghe dava. A mio nono ela la lo fregonava come sto spacher nero, e quando che el iera xo in gabineto, el vegniva su col colo punto tuto pien de sangue; ma xe robe, ma dai, par incredibile, par de no credi ste robe.

Questa iera mia sia, sorela de mio papà. La xe morta el19 aprile e questo ga comincià el 8 magio. E sto vecio parlava con ela per la porta. La ghe disi un giorno: "Sior pare, vula le xi?", dove che semo noi, 'Le sapa le savule, le xe vardarte i sansarini, le xe a Sirsi e a Valserìn". "E ti ti le ga viste?", ghe disi lui. Ela ghe risponde: "Sì, ma lore no me vido mi, perchè son spirito". "E vula le xi adesso?", "Adesso le xi a Lacusseta". Poi el ghe dixe: "Ti ghe gafato ciapà paura?"' "No, lore no me vido, mi son spirito". E iera cussì. La ghe ga dito el numero de cioche e de sansarini che gavevimo grumà. Ma par impossibile ste robe.

Un giorno la xe andada (la cugina Maria) là de sia Maròussa de Cacini a grumà i bisi con lore, ela ghe ga sconto tute le scarpe, i vestiti e ghe ga tocà vegnì a casa perchè ghe rivava tanti sassi che mai, sa, ma no i la ga ciapada.

Questo xe sta un ano, più. Poi un giorno la ghe dise: "Sior pare, disèghe a me cognada e a me comare Maròussa, che la va ogni giorno in ciesa, che lafaga una comunion per mi". E sto vecio ghe ga dito a me mama. Adio, cossa che lu me diseva: "Nanda mia, ma cossa che iera!". E qua per la corte, mi digo che la bateva roba de mati, tuti sentiva qua su. Co fasseimo el pan in sofita la ne ligava coverte, linsio i, siai, veste, tuto ne rivava su che dopo dovevimo distrigà la stala per portar xo el pan. Ma mi la go maledida, ma Dio, le maledission che mi ghe go dà! Più de cossì no la sarà mai maledida.

Sta roba xe durà fin che xe morto nono, poi picolesse. Un giorno mia mama ghe ga messo de magnar per in campagna a mio sio, el vien casa e el ghe dise: "Ciò, no ti me ga messo niente in sacòusso?". La ghe dise: "Te go messo la panseta, no! ". Dopo un ano gavemo trovà in sofita tuta la roba dentro.

I gaveva scrito de sta roba anche sul giornal, ma i gaveva sbaglià e noi no gavemo voludo daghe sodisfassion, perche i ga messo "Una casa di Vìsignano invasa dagli spiriti", invesse de Dignan i ga scrito Vìsignan. A iera vegnù anche i carabinieri: "Dove sono gli spiriti?". "E chi li ga visti", ghe go dito mi. Dopo i xe andadi via, gnanche no i ga volù vegnì drento.

Xe vegnù don Angeli, el monsignor; el paroco, el vegniva spesso, iera in quela volta Gaspare. Vegniva anche me cugini Cacini, sa, perche se sucedeva qualche volta se gaveva paura. Però de note no fasseva niente, fin a note, fin a sera sì magari, ma poi de note no, niente no ga sucesso.

Me nono xe morto del '32. Ela la iera suafia, primafia. Lu el se ga sposà due volte. Alora un giorno la ghe va e la ghe dise: "Sior pare, i sòugnè sulo?" "Sì." "A no vegni piòun parquindese giorni.", "E vula ti vaghi?", "I vaghi sula più alta montagna del mondo". Xe robe, ah! Sora el mondo con un altro, con un altro!

Alora un giorno sto don Angeli me dise: "Metè un bicier de aqua santa sul sgabel, però no dighe che xe l'aqua". Alora la va e la ghe dise per lasfessa: "Sior pare...", e lui: "Ben, no ti vegni dentro?" "No, xe I'aqua santa sul sgabel.", ghe fa ela, e lu gnanca no saveva.

Mia mama trovava el quadro dispicà da su delleto e gnanca dopo un atimo el iera picà là, al suo posto. No ti lo vedevi picà, nona 10 ga butà soto elleto e dopo un atimo el iera picà, questo xe vero. La sveia la ne butava via, la sveia la xe andada a finir in gabineto, prima sotoscala e dopo in gabineto. Ma co sto povero vecio iera xo, la lo bagnava, poi la 10 punseva, tuto carigo de sangue el vegniva: "Vara stafiol d'un can chi ca la m 'o fato!".

De viva la iera cativa con tuti, ma con tuti, ma con tuti. A iera mia mama, povera, povera, che la andava in ciesa e alora, sa, ierimo pici e la cioleva magari el più picio in brasso, e dopo co la vegniva a casa la sia ghe diseva: ' 'Ti li i è tiradi xo dòuti? ", se la ga ciolto a casa el Signo1; pensa ti. La andava in ciesa quela disgrassiada (da viva). Ma quando che la andava in ciesa dopo con suo marì iera el diavolo, i se pestava che mai. El ga dito don Angeli: "La xe persa". Co la ga scampà via, no el ga volesto darghe l'aqua santa.

A noi tuti i dispeti la ne fasseva. Anca a mi e a me fia. Mia sorela, povera, la fasseva la sarta e la iera un po' miope e alora la vegniva qua che ghe impiravo l'ago. "Ocio che te impiro" la me fasseva (la zia Giovanna), "ocio che te impiro!". E mi pregavo sta roba, ara là, "A son fulèina (mancina), a me cato per serta rassa!", la me diseva. Qua la vegniva a ciol i ovi, la fasseva le fesse coi nostri ovi, oio la cioleva, de tuto.

Una volta nono iera in campagna, e iero mi e mia sorela a casa. Ela la vien su e la vede che la porta xe serada col cadenasso, nono ne gaveva dito de serala fora. Alora la vien soto lafinestra, che tignivimo i scuri un po 'verti, e la ne dise: "Brute samère" mia sorela gaveva anche paura, "'brute samère, gavè paura che no vegni a magnave el pranso?". "Va a magnatelo a casa tua "' ghe digo mi, "che ti lo ga più bon ".

Sa come che la xe morta? Disendo 'pagan can' a sio (il cognat