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Si dice [a Trieste]
di Lino Carpinteri

2008

Tratti da Il Piccolo di Trieste:


12 gennaio 2008

Quella «cofa» nata sul mare ma che trasporta il pane

La stragrande maggioranza delle parole più o meno largamente usate a Trieste è registrata sia nei dizionari della buona lingua, sia in quelli del dialetto, sicché spesso ci si domanda quale sia la loro prima casa e quale la seconda ; dove cioè indossino «panni reali e curiali» e dove, invece, vestite alla buona, indulgano a frequentazioni e compiti così diversi da quelli abituali, da far dubitare d'essere le stesse. Una di queste espressioni ambivalenti è «coffa», la cui varietà domiciliata nei dizionari dell'italiano letterario equivale a «piattaforma innestata negli alberi maggiori dei velieri e delle navi da guerra», sinonimo della «gabbia» dall'alto della quale il marinaio, detto per l' appunto gabbiere, scruta l'orizzonte, pronto, per dirla con un vocabolario di fine Ottocento, a «dar l'avviso di ciò che scuopre da lontano».

Lo stesso testo avverte che il termine in questione corrisponde anche a «paniere di vimini con cui si trasporta il biscotto (vale a dire «il pane cotto due volte, usato per provvigioni navali»), la zavorra e simili». Ed è proprio questo il significato primario della «cofa», con una effe sola, che si incontra nei dizionari del dialetto. I due valori del termine sono, è vero, legati entrambi all'ambiente marinaro, ma tra il posto di vedetta del gabbiere e quella che viene intesa come cesta o corba la differenza è notevole. Particolarmente a Lussingrande e a Zara, dove la cofa «ovale, piuttosto fonda , d'apertura e di base quasi uguali, con manico ad arco da parte a parte e coperchio diviso in due, veniva usata in occasione della benedizione pasquale delle case, per raccogliere le offerte». Inoltre nel noto detto «andar casson e tornar baùl» riferito a chi viaggia senza imparare alcunché, la parola «baul» viene spesso sostituita, specie se chi parla è una persona anziana, oltre che da «valisa» anche da «cofa», forse confusa con «cufer», vocabolo vernacolo ormai in disuso, derivato dal tedesco «Koffer» e analogo al francese «coffre».

In realtà, le fonti etimologiche corrette di cofa e coffa sono l'arabo «quffa», il greco «kòphinos» e il latino cophinus, donde l'italiano cofano. Secondo Alfredo Panzini, i due significati della stessa parola coffa si spiegano con il fatto che «nelle navi antiche ponevasi per vedetta o manovre una cesta sugli alberi». Tutto ciò, beninteso, nulla ha in comune con «cofe» nel senso di pazzoide, deformazione triestina della parola tedesca «Kopfwehe», il «mal di testa» preso a pretesto dai militari per «marcar visita» nell'esercito austriaco.


26 gennaio 2008

Quella «sgnèsola» di origine ignota

Col trascorrere dei decenni, gl'italiani diventano via via sempre più alti ma non imparano a essere più rispettosi nei confronti di chi è basso. Il Kosovitz, registrando nel suo «Dizionario-vocabolario del dialetto triestino» la voce «sgnèsola» che, in prima istanza, vale «bagatella, nonnulla, poco, pocolino», ne metteva in spietata evidenza il significato metaforico di «scriatello, cosettino, cazzabubbolo, tappo da botte». Le sole sgnèsole a trarre vantaggio dalla propria statura ridotta sono e furono i bambini sotto il metro dispensati dal pagare il biglietto in autobus, come già al tempo dei tram, le cui vetture erano dotate di un metro più o meno corrispondente al campione conservato nell'Ufficio internazionale dei pesi e misure di Sèvres, affinché i controllori potessero verificare seduta stante se gli accompagnatori adulti di un piccolo passeggero non abusassero del diritto di farlo viaggiare gratis.

Di «sgnèsola» è vano cercare nell'italiano letterario un sinonimo che le rassomigli anche vagamente e possa fornire indizi sulla sua origine. Lo stesso gruppo «sgn» è rarissimo nella nostra lingua , difatti nella maggior parte dei dizionari moderni non c'è neppure una parola che inizi con quel trio di consonanti; alcuni ospitano soltanto il verbo «sgnaccare» considerato «del gergo di caserma» ; il Tommaseo ha unicamente «sgnaulìo», cui il monumentale Battaglia aggiunge, oltre «sgnaulare» con i suoi derivati, il rude superalcolico «sgnappa» e quattro voci, tutte regionali, dialettali, oppure arcaiche.

Sgnèsola sembra non aver bisogno di diminutivi, ma la delicata sensibilità di Virgilio Giotti ne ha creato uno per raccontare nel suo libro «Colori» la storia dell'ultimo di sei gattini, nato mingherlino e rimasto cieco : «.e co xe stadi regaladi via i altri / che no' gaveva gnente, / quel sesto dispossente / là el xe restado orbo e sgnesulin». Il Pinguentini fa risalire sgnèsola a un' «agnes-ula», che però risulta sconosciuta al dizionario Georges-Calonghi del latino classico, secondo il quale il diminutivo di «agnus» è «agnellus» e il suo aggettivo «agninus». Per il Doria, che ne ha rilevato la presenza, con diverse varianti, un po' in tutti i dialetti dell'Istria , sgnesola deriva da «gnesa», persona melensa, insignificante, ma altresì forma vernacola di Agnese, il nome (dal greco 'agné", puro, casto) della martire tredicenne martirizzata al tempo di Diocleziano e divenuta poi, attraverso la letteratura, il simbolo della ragazza ingenua, sprovveduta.


8 marzo 2008

La condannabile «cragna» di chi si lavava poco

Il concetto di volgarità, come quello di «comune senso del pudore», cambia di mese in mese, tanto che per aggiornarlo occorrerebbero le tabelle dell'Istat. «Parolazze», che un tempo non uscivano dalle caserme e dalle taverne, sono entrate, grazie alla spinta propulsiva della televisione, nelle famiglie per bene, mentre alcune espressioni del nostro dialetto, indubbiamente sgradevoli, ma del tutto esenti dall'ammiccante ambiguità o dall'esplicita sconcezza, sono considerate impronunciabili.

Certo nessuno si addolora se vocaboli quali «cragna», «crafa» e «rafa» oggi vengono evitati, ma in altri tempi la frequenza del loro uso in tono di condanna fu dimostrazione di progresso sociale. Infatti, a Trieste e nelle città dell'Istria, l'igiene personale e la pulizia della casa venivano tenute in gran conto anche quando richiedevano impegno e fatiche oggi inconcepibili. Basti pensare al bucato che si faceva nei civici lavatoi, l'ultimo dei quali è stato giustamente rispettato come un prezioso reperto dell'era senza elettrodomestici.

Nella Trieste d'una volta, mitizzata per la pulizia delle strade (sulle quali, peraltro, i cavalli lasciavano vistose tracce del loro passaggio) erano soprattutto le dimore private, anche se umili, a distinguersi per la cura scrupolosa con cui venivano tenute: «È bella, è commovente - scriveva nel 1907 il medico Lorenzutti - la vista della modesta stanzetta dell'operaio e dell'operaia, quando vi troviamo ogni cosa a posto, netti e puliti il tavolo, l'armadio e le poche sedie... Quelle pareti senza polvere, senza traccia di sudiciume, di umidità o di muffa... Le poche biancherie tutte linde e ordinate...»

Il diffuso disprezzo per chi si lavava poco è testimoniato - oltre che dalla nota strofetta ottocentesca «El colo la ga sporco /ghe cressi le patate /su' mare cole zate / la ga cossa gratar» (cantata sull'aria di «Andove xe le bùcole») - dalle numerose canzonature in tema di «crafa» e «rafa».

Incerte sono le origini di questi termini privi di riscontri nella buona lingua, sicché i dizionari si limitano a certificarne l'«etimo oscuro» e a scatenare una ridda di ipotesi sulle possibili derivazioni di cragna dal latino «crassus» o dal celto-gallico «crama», cioè panna e quidi morchia; da cranio, per via della crosta lattea sulla testa dei neonati; di crafa da graffiare e di rafa da una sovrapposizione del veneto rufa nel senso di sudiciume.

C'è inoltre un richiamo a «cragnizza», una tela grigiastra tessuta nella regione del Cragno che «non diventa mai candida». Contrariamente all'apparenza, non c'è alcuna relazione tra cragna e la parola «micragna» equivalente a miseria, che discende da «emicrania».

Non per niente, a Trieste, di chi è ricco si dice che «no ghe diol la testa».


5 aprile 2008

Dietro al «carolar» c'è chi vi «tarma»

La voce «carolar», di indiscussa appartenenza al nostro dialetto, si riferisce alla lunga, indefessa attività distruttiva delle tarme e dei tarli, indicata anche dal verbo «camolar», pur esso usato a Trieste ma stranamente sconosciuto sia al Kosovitz sia agli altri dizionari giuliani. Dal canto loro, quelli dell'italiano letterario lo ignorano, ritenendolo vernacolo e registrano con distacco i termini «camola» (tignola, tarlo) e «camolato» definiti «regionali».

Al Kosovitz hanno continuato ad allinearsi il Pinguentini e il Rosamani anche nel considerare dialettale la parola tarma, accolta ormai da un pezzo, e con tutti gli onori nei dizionari della lingua italiana, tanto da aver indotto il rigoroso Cappuccini-Migliorini a definirla «lo stesso che tignola» limitandosi a precisare «ma non dell'uso toscano» . Ben diversa era la situazione nel 1877, quando per il Kosovitz «tarma» era un termine dialettale inteso esclusivamente come «tignuola dei panni» , mentre il Doria, lo giudica meritevole d'essere considerato triestino soltanto per il senso figurato di «persona insistente, noiosa» e particolare risalto viene dato al verbo «tarmar» per il suo significato metaforico di «tormentare con richieste e lamentele insistenti».

Il verbo italiano «tarlare» indica l'opera devastatrice sia della tarma, sia del tarlo e lo stesso vale per il dialettale «carolar» che prende il nome dal «caròl», responsabile della «putredo lignorum», così come «animal qui et tinea dicitur», cioè la tignola è nemica delle stoffe. «Carolà», nei dialetti dell'area veneta equivale anche a butterato nonché a cariato. E appunto dalla carie, guastatrice di denti prende il nome il «caròl» noto anche anche come «cariòl», (originariamente «cariolus», diminutivo di «caries») ovvero il tarlo che polverizza il legno.

Ben note sono le metafore dell'italiano letterario «tarlo del dubbio, della gelosia, del rimorso», ma, secondo un vecchio racconto triestino, oltre al tarlo del rimorso, c'è anche il rimorso del tarlo, ovvero «el rimorso del caròl» , cioè il pentimento di quel tarlo che, dopo aver roso un crocifisso di legno, aveva rinunciato ad intaccarne i chiodi, ovviamente di ferro.


10 maggio 2008

«Clapa», l’allegra brigata che non esiste in italiano

Quando le «problematiche» non avevano soppiantato i problemi e ad Amleto ne bastava uno per arrovellarsi, quando l’occasione di incontrare i propri simili si coglievano nei circoli, nei teatri, nelle sale da ballo, in parrocchia, all’osteria o nei caffè, senza per questo chiamarli pomposamente «luoghi d’aggregazione»; quando ci si augurava che, a scuola, i bambini «facessero amicizia» con i compagni, anziché spingerli a «socializzare»; quando, insomma, i paroloni della sociologia non erano ancora riusciti a intrufolarsi anche nei discorsi in dialetto, a Trieste ci si aggregava e si socializzava in letizia formando una «clapa».

A far così erano giovani e meno giovani, popolani borghesi e bohemienne, anzi soprattutto questi ultimi. Infatti, «pitori, artisti celebri, borghesi e leterati» si definivano i componenti di un’allegra brigata, sull’aria dell’inno «Blangémose alla Colonia americana» composto per il Carnevale del 1892 da un loro commensale, il musicista spalatino-viennese Franz von Suppé. Se la storia spesso raccontata dell’osteria «Alla bella America» di via Crosada e delle altre di Cittavecchia, animate in precedenza dalla comitiva, è riassunta nei versi «qua semo una fameia/che no ghe diol la testa/nisun ne rompe i timpani/qua semo sempre in festa» non ha più segreti, qualche sorpresa può riservare invece la parola clapa.

Anzitutto è una delle poche del nostro dialetto di cui non si trovano riscontri immediati nell’italiano d’oggi. Secondo il decano dei lessicografi triestini, Ernesto Kosovitz, a clapa corrisponderebbero nella buona lingua oltre ai termini brigata, compagnia, comitiva, crocchio, drappello, frotta, anche «smannata», antico sinonimo del sinistro masnada, di fatti egli cita al riguardo l’espressione «clapa de gente armada» e il detto mafioso «amico degli amici».

Il dizionario Manzini-Rocchi della parlata capodistriana ravvisa in essa un «classico ladinismo» comprovato dalla sua analogia con il friulano “clape” e ne attribuisce la «buona diffusione in Istria e Dalmazia» all’essersi «certamente irradiata dal triestino». Indiscussa la sua derivazione dall’antico verbo «clappare» e quindi dal latino «capulare», prendere al laccio («capulum»), quindi «afferrare» e «riunire insieme» sia le mandrie, sia i buontemponi. Il discorso sulla «clapa» potrebbe concludersi qui se non esistesse una sua gemella equivalente – nella Trieste del passato – a «ferro di cavallo». Il Doria la tratta come voce a sé stante , forse apparentabile a «clanfa» (dal tedesco «Klampfe»), senza peraltro escludere la possibilità che anch’essa derivi dal prolifico «capulus». Etimologia a parte, di sicuro c’è soltanto che la definizione «triestini, de quei dela clapa» si riferiva ai nostri avi orgogliosi di appartenere al nucleo originario della popolazione locale. Verrebbe spontaneo pensare a una confraternita di emuli nostrani dei «romani de Roma», dei «napoletani veraci» o ai discendenti dai pellegrini del Mayflower: invece ad accomunarli era la devozione per la creduta impronta di un ferro del cavallo di San Sergio su un’antica pietra. In realtà, secondo il Kandler, quella che essi, prostrati al suolo, toccavano con reverenza era una lettera «C» su un frammento di lapide romana inserito nel selciato di un’erta del colle di San Giusto.


14 giugno 2008

«Picar», un verbo milleusi dal muss al combiné

L’esperienza insegna che se qualcuno, dopo lungo silenzio, torna inaspettatamente a dare notizia di sé con una lettera o con una telefonata, nove volte su dieci, non è per farci un piacere, ma per chiedercelo. In casi del genere viene spontaneo domandarsi: «cossa ghe pica?», ovvero «cossa ghe casca?». Questa è soltanto una delle tante occasioni in cui, a Trieste e dintorni, capita di servirsi del versatile verbo «picar» che, come tutti sanno, non equivale a cascar (infatti «la coda del muss pica, ma no casca») e significa in primo luogo pendere, penzolare o – per dirla in buon dialetto – «pindolar».

In tempi ormai remoti, quando le signore solevano indossare sottovesti di seta, generalmente di color rosa, c’era sempre qualche persona fidata pronta ad avvertirle: «Varda che te pica el combiné», ossia che quel castissimo indumento intimo «sporgeva oltre un dato limite» dall’orlo della gonna. Di là dai pittoreschi sinonimi toscani elencati nel vetusto vocabolario del Kosovitz (tra cui il riflessivo «picarse» reso con l’esempio «ha il pugniticcio d’essere uno scienziato quel povero grullo»), oggi dalle nostre parti si usa il verbo «picar» anche con riferimento a un romanzo che, dopo un avvio attraente comincia ad annoiare; a un conferenziere che si dilunga troppo (facendo «picar la testa de sono»); a una commedia che a metà del secondo atto cessa di interessare e a quant’altro di parlato, stampato o recitato perde il ritmo e l’efficacia dell’inizio.

Se la parentela di picar con appendere e sospendere non viene colta immediatamente, più facile è individuare la sua derivazione da «impiccare» che il dizionario Pinguentini si sforza di collegare con il verbo adpicare, cioè attaccare con la pece (denominata in latino «pix»). Però questa ipotesi, rimasta del tutto isolata, non regge il confronto con quelle di chi, su basi etimologiche assai meno instabili, spiega sia impiccare sia l’arcaico appiccare con «appendere a una picca».

Invero «picca», ossia quell’asta assai lunga con il ferro più o meno in forma di cuore rovesciato (come uno dei semi delle carte da gioco francesi) che fu l’arma delle antiche fanterie è la madre non solo di «picar», ma altresì di «picapiere» («piccapietre» anche in buona lingua); pichetin; picarin detto pure picador, picatabari, picàndolo (friulano «piciandul») e inoltre di «picarse» (dal francese «se piquer») nel senso di «ostinarsi in qualcosa con puntiglio», tutti (inclusi il francese pique, il tedesco picken, l’inglese pick, il pik delle lingue slave) provenienti dalla radice «pic», donde picco, punta, puntura, pungente, piccante e punto. Della stessa parola italiana «puntiglio» non è difficile individuare la provenienza diretta dalla voce spagnola «puntillo», diminutivo caricaturale del punto d’onore.

11 agosto 2008

Pagnerol», il passero dell’antica tradizione

La fauna ornitologica stanziale, oltre che dai gabbiani e dai colombi, è rappresentata nella nostra città dalla ridotta presenza dei «pagneroi» o «pagnaroi» con due «a», come furono registrati dall’ottocentesco Kosovitz e tuttora sono reperibili anche nei dizionari più recenti del nostro dialetto. Noti in Istria come «panegarioi» questi uccellini appartenenti alla specie «fringilla domestica», altro non sono che i comuni passeri e devono il loro nome dialettale, derivato dal latino «panicarius», ai minuscoli semi del panìco di cui sono ghiotti. La voce «passerini», indissolubile dalla locuzione «cavar i passerini», che equivale a «ottenere astutamente informazioni, confidenze, rivelazioni di segreti», viene considerata diminutivo di passero soltanto da uno dei cinque dizionari nostrani: il Manzini-Rocchi della parlata di Capodistria, mentre gli altri quattro tergiversano, scantonano o lasciano intravedere l’ammissibilità di ipotesi diverse, senza tuttavia spingersi sino a sostenerle apertamente. Tutte queste incertezze sono probabilmente riconducibili alla legittimazione da parte del Kosovitz, della sola forma «passarini» con la «a» invece di «passerini» con la «e», come già l’abbiamo visto fare con il «pagnarol» in luogo del «pagnerol». In realtà, la parola «passarin» esiste e il decano dei dialettologi triestini espone in quest’ordine tutto ciò che, a suo parere, essa vuol dire: «colabrodo, colino, passatoio; ”cavar i passarini”, metafora di ”far cantare – grattar la pancia alla cicala, (…) tastar l’animo di alcuno, tirargli su le calze – ”far el passarin”, metafora de’ giuocatori di carte: fare il passetto».

Può la stessa voce avere significati così diversi e, soprattutto così eterogenei o non è più logico supporre che il «passarin» inteso come colabrodo, gioco di carte eccetera, sia un ovvio deverbale da passare e quindi nulla abbia in comune con quello dell’espressione «cavar i passerini»? Invece, sessant’anni dopo, il Pinguentini, aggiungeva al minestrone del Kosovitz l’ipotesi che «cavar i passerini» nel senso di «far cantare» si riferisse «alla voce ”passaro” o ”passarin” nel senso di indovinello» e il Doria, dopo altri trent’anni, non provvedeva a chiarire la questione, limitandosi a dare atto dell’esistenza della voce friulana «giavà i passaròz» e del modo di dire della malavita veronese, «cavar i passaroti dal sen a uno» entrambi riecheggianti fin troppo evidentemente il cinguettio del pagnerol. La tesi secondo cui il diminutivo di passero è la chiave del detto nostrano «cavar i passerini» nel senso di «far cantare» trova conferma in analoghi detti della buona lingua come «cavare, trarre i passerotti dalle mani, dalla bocca di qualcuno» equivalente a «farsi confidare subdolamente notizie segrete».


20 settembre 2008

Le barche «gelose» che fanno tante stramberie

La crescente diffusione della nautica da diporto, testimoniata dai fasti della Barcolana, con le acque del golfo affollate di vele e le miriadi di persone ad ammirarle dalle rive, farebbe pensare che comuni all’intera cittadinanza siano anche i termini marinari del nostro dialetto, ma non è così, tant’è vero che il più popolare (e meno rigoroso) dei dizionari triestini dedica alla maggioranza di essi un’ampia sezione a sé.

Perché meravigliarsi? Lo spirito di corpo si rispecchia nel linguaggio degli appartenenti un po’ a tutte le categorie, non importa se vaste o ristrette, i quali ci tengono a esprimersi in modo diverso da quelli che considerano profani. Se ai medici piace dire «complicanze» anziché «complicazioni» e «sclèrosi» invece di scleròsi, coloro che vanno o sono andati per mare con mezzi propri si fanno subito riconoscere perché chiamano «barca» anche un transatlantico e «cima» qualunque canapo, astenendosi con cura dal parlar di corda quasi fossimo in casa dell’impiccato.

Dalla barca vera e propria chi se ne intende esige anzitutto che non sia «vérgola», parola questa alla quale il vocabolario del Kosovitz fa sorprendentemente corrispondere l’aggettivo della buona lingua «gelosa», citando, come esempio, la frase: «lancia gelosa che con ogni po’ di mare c’è pericolo di capovolgersi». In effetti, il Grande Dizionario del Battaglia fornisce, tra i molti significati di geloso, quello – preceduto dall’ abbreviazione «marin» – di «imbarcazione leggera difficile da governare e che va facilmente alla deriva». Insomma la proverbiale barca stramba.

Al pari del dialetto, anche l’italiano parlato e scritto dalla gente di mare è diverso da quello di terraferma: a proposito di imbarcazioni poco affidabili, nell’opera secentesca «L’armata navale» di tal Pantero Pantera si legge: «... quando si cammina con il vento in poppa, bisogna avvertir molto bene di non pigliar il vento al filo, massime se le galee sono gelose, stando in pericolo di traboccare...»

Nel dialetto di Capodistria «vérgolo» significa «oscillante squilibrato»; il Pinguentini lo fa derivare da «vertere», inteso dagli autori latini anche con il senso di «andar vagando» o dal verbo «verrere»; il Doria non esclude un’aggettivazione del sostantivo veneziano «vèrgola», barca facile a rovesciarsi, connesso con il latino «virgula», «piccola verga, bacchetta» ma fa seguire alla sua ipotesi un prudente punto di domanda. Dal canto suo, il Rosamani preferisce tenere distinto l’aggettivo vergolo, considerato sinonimo di «balarin» e applicabile anche a «persona leggera, volubile», dalla «vergola da pastore», che trova riscontro, sin dal XV secolo, nel dialetto di Pola e nel friulano «vergolà», battere con verghe. Certissima, quanto ovvia è invece la discendenza da «virgula», ovvero verghetta, del nome con cui è noto il segno d’interpunzione «costituito da un’asticella con la punta ricurva verso sinistra», ovvero la virgola. Con la quale facciamo punto.

Tratto da::


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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Thursday, February 21, 2008; Last Updated: Friday, September 26, 2008  
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