Savrino - Savrinsko
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La Scozia Istriana

Dopo una serie di  temporali di marzo una splendida giornata di sole rende piacevole e interessante un'escursione in una zona che mi è scarsamente nota, quella dei Savrini, sopra il Vallone del Risano, oltre i contrafforti che montano l'altipiano e dal Capodistriano stretto immettono nell'interno, sulla strada verso Pinguente. Era stato un amico capodistriano a consigliarmi una... navigazione su questa rotta, nella (mi disse proprio così) «Scozia istriana».

L'appellò in questa guisa per i castelli pencolanti su dirupi e crepacci ma anche per certe caratteristiche comportamentali della gente di Savrinìa.Sinceramente devo ammettere che in ambedue i casi l'amico l'ha azzeccata in pieno. Alla gente di una certa età è certamente noto che i forti e alacri Savrini e le loro altrettanto vigorose donne erano spesso presenti in tutta l'Istria per commerci, scambi di merci, vendita dei loro prodotti artigianali in legno. La relativa vicinanza di molti mercati urbani e un'atavica consuetudine all'attività mercantile, sono molto probabilmente risultanti logiche della scarsa produttività di una terra piuttosto arida e magra d'altipiano, orograficamente irregolare, esposta agli irrompenti venti freddi che precipitano giù dal bastione carsico della Vena.

Il Placito mille anni fa

Entrando dal Vallone di Capodistria nella conca del Risano si fraternizza con l'omonimo fiume che nasce sotto i Vena per andare a unirsi al mare dopo una corsa di una ventina di chilometri, alimentato, oltre che della fresca sorgente, dai ruscelli di spluvio dei due costoni paralleli che lo affiancano. Belle e frenetiche acque, ombreggiate da querce e cipressi e la limpida sorgente ha generato il proverbio capodistriano: «Resta sempre san chi bevi l'acqua del Risan...» Accanto alla polla occhieggia civettuola una chiesetta, consacrata a S. Maria delle acque.In questo vallone le cronache accreditano il Placito del Risano, quel convegno dell'anno 804, quando i nobili possessori dei feudi d'Istria si radunarono con le loro scorte onde incontrare gli emissari di Carlomagno e denunciare le vessazioni dei vescovi, regolare questioni di confinazione, disciplinare la discesa in questi territori delle popolazioni slave, scoprire le angherie cui i signori feudali sottoponevano i sudditi. Dalla conca, in collegamento con le antiche vie di comunicazione con il Centro Europa e l'Occidente, correva la famosa «strada dell'Ambra», proveniente dal Baltico e diretta, passando per le isole del Quarnero, alla Penisola Italiana. L'ambra è quella resina fossile di conlfera, più o meno trasparente, di colore variabile tra il giallo miele e il rosso granato, che si lavora per farne collane e altri gioielli molto appariscenti. Così, come dalla Cina all'Europa correva la via della seta, attraverso l'Istria passava quella dell'ambra, arcaicamente nota come «ambar». Ma l'Istria mi scopre qui anche un'altra strada d'importanza storica.

Risalendo il Risano e ripercorrendo i rilievi effettuati dall'esperto Leone Veronese Jr. (triestino, classe '41), appassionato studioso di Storia e Polemologia, autore di preziosi saggi) mi imbatto nel borgo di Cristoglie (e più anticamente Cristovise), dominato da un colle conicoche regge un castelletto, un «forte de man», cioè un apprestamento capace di resistere ad attacchi all'arma bianca e con le armi da fuoco leggere, non già a quello di artiglierie. Probabilmente è sorto sulle rovine di un castelliere preromano e prima di essere trasformato in castello medievale era uno dei cumuli di massi pietrosi che segnavano le grandi vie di transito non soltanto per il commercio dell'ambra, ma anche per il passaggio dei crociati e pellegrini verso la Terrasanta. Adoperando le pietre dei cumuli (antica segnaletica) i romani poi lastricarono le loro strade sugli stessi tracciati. Le note sui cumuli risalgono all'anno Mille e lo stesso toponimo di Cristovise induce al percorso verso il Medio Oriente. In qualche posto si nomina Hristovieae, la via di Cristo. Con pianta rettangolare, due torri cilindriche ai vertici diagonali opposti e mura solide di difesa con feritoie balestriere introverse, la costruzione colpisce per l'esistenza all'interno di un tozzo campanile vicino ad una chiesetta costruita posteriormente; la sua facciata porta i segni di ristrutturazioni eseguite in tempi diversi, comunque precedenti al XV secolo. Infatti di questo periodo sono gli affreschi che coprono pareti, soffitti e colonne, dai colori splendidi dopo il restauro, opera di Giovanni da Castua (fratello del più noto Vincenzo) e dei suoi allievi. Dietro le tetre mura del fortilizio è custodito un vero tesoro d'arte. Peccato che, alcuni anni fa, l'alierà mal tenuto monumento sia stato privato di due minisculture di inestimabile valoro storico ed il... colpetto l'ha fatto un visitatore triestino, presentandosi come appassionato d'arte antica nell'abitazione della donna che tiene le chiavi. Al tempo mancava un telefono nel villaggio e così l'allarme è scattato quando le opere erano già... espatriate.

LA SCOZIA ISTRIANA. La chiesetta porta sull'architrave la data del 1776, cioè l'anno che venne portato a termine il restauro, durante il quale  come già detto sparirono oggetti d'epoche anteriori, rimangono comunque i contrafforti gotici, sia dell'abside poligonale, sia del muro meridionale e negli angoli della facciata. La costruzione poggia su un rialzo calcareo che spunta dall'arenaria del fondovalle. Su questo dosso roc­cioso la mole della cinta difensiva che racchiude la chiesa si leva severa e le murature sono in buono stato. Si notano l'entrata ad arco a tutto sesto e le mensole in pietra su cui correva il camminamento; un tempo la porta era fornita di un ponte levatoio.

Cristoglie, chiamata dai slavi Hrastovlje, è ben coltivata, zona di produzione di un ottimo vino, chiamato moscato  "Hrastovlje", nome fomato da Hrast (quecia) e oglje (carbone). oltre alla forma dialetale "Crestoia", anticamente fu chiamata -"Crastoia-Cristoia-Crostogia-Cristoggia-e principalmente 'Cristvia". Nel 1028, fu donato dall`imperatore di  germania, Corrado II il Salico, ai patriarchi di Aquileia e fu infeudato nel xii secolo ai vescovi di Trieste i quali lo passarono successivamente a vari laici, tra cui i Neuhaus o Neauser, una famiglia feudataria tedesca di basso rango, che lo mantenne nel XV e XVI secolo, anche dopo che Cristoglie fu acquisita dalla Repubblica Veneta con il trattato di  Trento del 1535. Una lapide con scritta latina ricorda che nel 1581 la villa di Cristoglie fu venduta dalla famiglia Neuhaus all'illu­stre medico capodistriano di origine padovana Alessandro Zarotti, con diritti civili e pertinenze. L'iscrizione è posta sopra il portale d'ingresso al Tabor. Nel XVII secolo fu in parte proprietà dei Vergerio di Capodistria.

Durante la guerra fra Austriaci e Veneti del 1615, il veneziano Marco Loredan, provveditore della regione, fece presidiare il paese dalle cernide o milizie paesane, per contenere gli assalti degli arciducali e degli Uscocchi loro alleati.

Cristoglie ha poche case costruite in masegno grigiastro tipico del territo­rio con particolari interessanti come porticati e portali. La cosa di maggior pregio è senz'altro l'antico castello, tipica fortezza primo medioevo con la chiesa racchiusa (come già detto) da una cinta muraria quadrilatera di circa 32 m di lunghezza e 16 m di larghezza. Risale alla fine del XVI secolo, a pianta irregolare e con due torri agli angoli opposti che ricordano i tempi delle scorrerie turche. Il castello fu fatto costruire dalla famiglia Neuhaus, in pietra calcarea, era stato costruito per offrire rifugio alle popoazioni in caso di pericolo. Da un disegno dell'Alisi copiato certamente da qualche antico documento ecclesiastico, le mura del Tabor risultano essere poligonali e circondate da un fossato, in parte asciutto, con due accessi, detti Porta antica e Porta nuova.  Questo luogo di culto, voluto dalla Curia vescovile di Capodistria, è dedicato alla SS. Trinità. È in stile romanico-gotico e fu consacrato nel 1475 da Pascasio di Gallignana, vescovo di Pedena. La chiesa dipende da quella di Covedo.

Nel 1657 il vescovo Baldassare Bonifacio Coriani in visita a Cristoiano e all`Oratorio S. Marco fe togliere dall`altare maggiore, dedicato al dudetto santo, lo stipide di un sarcofago romano, col nome di Aulo Appio Cassio,che fungeva da  mensa, ritenendo fosse scoveniente celebrare il rito cristiano su una pietra pagana.Così l`importante reperto andò disperso.

Muraglie sul ciglione  

Una strada a serpentina nel breve periodo della dominazione napoleonica ha sostituito il vecchio tracciato ed avvicina alla scoscesa parete rocciosa che regge l'altipiano. Su una spaccatura della montagna, appollaiata lungo il ciglio dello sperone come un'aquila rampante, sta Covedo (Kubed), la porta verso l'Istria interna, difesa — oltre che da questa architettura naturale-da un muraglione di pietre con feritoie e torrette d'osservazione,di origine medievale. Alla sommità una grandechiesa e dinanzi alla sua entrata, sorretto da due colonne in calcestruzzo, 'antico campanone. Dopo l'asportazione non è stato ricollocato sul vecchio campanile staccato, che sembra pendere su una roccia mastodontica, corsa da rivoli d'acqua penetrata dalla sommità con le precipitazioni e poi lentamente stillata dalle fessure. Sotto il roccione una delle tante casette che ospitano i centodieci abitanti del luogo e sulla soglia la simpatica faccia di un triestino stabilitesi qui nel 1944, Marjan Zivec, pensionato 59.enne che aveva iniziato l'apprendistato alla fabbrica legnami del capoluogo giuliano. È stato perseguitato politico, partigiano, quindi milite sui valichi di confine tra Italia e Jugoslavia

«Non posso dire che nel borgo si vive male, ma quassù (300 metri di alt.)gli inverni sono duri. Dai Vena, che a marzo hanno ancora la neve sulla dorsale, soffia una bora gagliarda che talvolta ha scoperchiato case e sradicato alberi. Per questo i tetti in tegole vengono tenuti fermi da grosse pietre. In origine Covedo veniva chiamata Cubed, (Kubed) dalla paglia con cui erano coperte le abitazioni ed è stato facile quindi incendiarlo un secolo fa e nel 1943, durante l'offensiva nazista. La gente era presa di mira qui per la sua nazionalità slovena. Tutti gli anziani miei vicini hanno sofferto deportazioni, confino, i battaglioni speciali dei sospetti politici. C'è chi ha provato Sicilia, Sardegna e poi Germania.

I nostri giovani sono quasi tutti occupati nell'industria capodistriana,fanno i pendolari e così è stato quasi sempre per quest'altipiano. Come vede la terra è scarsa ma ci arrangiamo ugualmente .»Infatti i campi coltivati sono nelle doline, con appezzamenti strappati ai boschi in colle. Si coltivano cereali, patate, i vigneti sono piccoli.

Venticinque km. quadrati.

Questa Savrinia è raccolta con i suoi villaggi in una «Krajevna skupnost» (Comunità locale) di 1100 abitanti, distribuiti nei villaggi lungo un tratto di strada di una ventina di chilometri e qualcuno si trova anche più all'interno. Sul centro di Gracisce gravitano Covedo, Valmorasa (Movraz), Dvori presso Valmorasa (Dvori pri Movrazu), Socerga (Socerga), Popetre, Buteri, Trebesce, Tuljaki, Zabavlje, Poletici.

È qui che trovo il 48. enne Silvo Franca, presidente della C. L. nel tempo libero. È operaio alla Cimos di Capodistria, e questo sabato lo dedica a tirar fuori la legna dal suo bosco. M'informa che Gracisce... ( posta in una solletta fra una piccola collina e il monte Lacina, una muraglia carsica di 452 m. sulla quale sorgeva un antico casteliere. sulla cole ad ovest del monte Lacina, sorgono le rovine ben conservate di un`altro casterliere dell`età del ferro)... ha il negozio, la gostilna addobbata con magnifici trofei di caccia, la scuola elementare con 20 alunni che dopo l'ottava frequentano le medie a Capodistria, c'è la piccola posta, la zona è ben collegata con le linee d'autobus, il tenore di vita non è male ma si lavora ancora per l'acquedotto d'altura mentre i telefoni sono pochi e la gente contribuisce a collegare con l'asfalto ogni paese. Si spera molto che la bonifica della valle verso Pinguente e l'accorpamento dei terreni per lo sfruttamento intensivo dia lavoro a parecchi giovani.

La gente qui è simpatica e si esprime in uno strano miscuglio di sloveno, veneto e croato. Ha un po' di scozzese ma solitamente i caratteri si formano sulla falsariga della dura esistenza in zone poco ospitali.Una bella esperienza comunque ad una Savrinìa pittoresca per i suoi terreni alluvionali che sembrano sgusciare fuori dalle folte pinete sorte con il rimboschimento per assicurarsi dagli smottamenti.

Tè son nata cola camisa, savrina?
Rozana Koštiàl

Il retroterra delle cittadine del litorale Sloveno Capodistria, Isola e Pirano, è stato definitivamente ( ? ) ...denominato Litorale Capodistriano...??? ...Però negli ultimi decenni siamo stati testimoni di frequenti battesimi con nomi che ci hanno fatto vivere nel: Capodistriano, Litorale Capodistrianoi, Litorale Sloveno, Istria slovena, e anche (quasi) nella Slovenia istriana.........Ma noi, gente vissuta qua da generazione in generazione, avevamo già il nostro nome: ...

...Savrinia, Istria,... e basta!

Nei paesi della Savrinia è ancora in uso un idioma particolare della lingua slovena.

I Savrini, ma più ancora le Savrine, erano conosciute dai nostri vicini a Trieste, come pure a Buie. Il ruolo decisivo nella vita di allora fu svolto dalla Savrina, eterna viaggiatrice, da un paese all'altro, giorno dopo giorno, dalla nascita alla morte.

"Alzile luzza! La mia mussa xe pronta. Sbrighite!... Tè spettemo ala fine dele case, là dela capela... "Done,... ogi va la prima volta anche Marisa col pianer. Salto veder de ela e dopo fasso ancora un salto de Ana."

"Ana, Ana, xe ora, a`ndemo!"... Dai scuri seradi se senti l`rumor de la paia de formenton. La ga butà zo la coverta e i capoti e la xe svolada in pie fora dela paia. La iera come mata. Per un do orete la se gaveva but`a dormir e propio stamatina la xe stada tradida. Svelta la se regola in scuro e la va zo per le scale; duto per abitudine. La ghe meti el basto ala mussa e eri! per el primo vapor... Che vita!

Xe tremende ste Savrine!

Podè cior per scherso, però xe verità quel che i disi de vecio. E Dio sa, quanti ani indrio sta roba iera provada, ma la val  anche ogi. Alora, come la fussi, sta Savrina?

"La Savrina xe sveia come un puliso." "La xe fissada come una mula cicia", "La va come el temporal, saeta, sion o siluro?"...In vita la iera "drita come una candela e suta come un bacala" dopo, coi ani, la xe sempre più in carne. "La xe forte come el dren e sana come un pesse". In tel momento iusto la vien "calda come *na stufa." "La bala come sul`oio, la se gira come un fuso e la sà saltar come la susta." Co* la serca el moroso, la pensa: "Meio sola che mal compagnada." Però! "Con quel che la dormi, per quel la Savrina tien....." I ghe ga batù in testa: ... "Uno,... l'primo e l'ultimo, fina la morte. " Duta la vita la "lavora come una bes'cia, se pol anca perder l'anima."

Qua no xe duti i complimenti e i mancamenti de `na Savrina, ma iusto bastansa per el primo colpo. Anche i veci dixi che la Savrina tien in pie tré cantoni dela casa, el quarto invese lo tien el mus o la mussa. La comanda duti i vivi torno de eia; in casa, in fameia e pel mondo. La vita la la ciol in man bastansa presto, ancora fioi.

La cominsia come mula de dodise, anca diese ani. Quela volta i ghe fa el pianer o la lo ciapa per redità. De solito la fia più vecia se sposa e la più zovine la ciapa el mestier de ela. No xe strano, se più ani va torno mare e fia.

Bisognava guadagnar per magnar, ma anca el mus bisognava guadagnarselo col pianer, con le sue man e gambe.

El colo diventa de legno, meti solo el pianere el " bussolà " tanto che ti vol; e le gambe le se spela fina sangue e le se rovina cussì e cussì per duta la vita. Le man infarmigolade, ma no xe cossa lamentarse. Cussi la marna, la nona, la bisnona; ma adeso la xe in pasta ela, la fia.

El luni de matina la se alsa prima che el galo canta. La buta el basto e le bisaghe sulla mussa, soto la coda la ghe meti la corda e oltrà le recie la cavessa. Anca ela ghe toca el pianer pien, magari coverto col fassoleto; ...presto la lo meti sula butizza e la xe ingiotida dela note. Le se ciama una coll`altra e dute dure de paura le passa oltrà la prima crosera... Dopo la strada va per in zo fina in vale;... qua si che se conossi l'umidità. Ancora per in zo, dove che ale musse ghe xe pesante, e la roia Dragogna la xe sempre più vizina. Le musse le xe brave e le sa sole la strada.Ma se l'acqua xe alta,xe Indiavolo rivar oltrà, anche se in acqua xe le piere per passar. Ogni Savrina xe sora pensier; per 'na resta de fioi a casa la prima, al' altra ghe vien in testa l'ultima rata dela stevra. Per la zovine che xe la prima volta, ghe trema le gambe, per l'acqua fonda.

"Brisna, povara! Tè vedarà, cos' tè toca 'ncora in sto mondo" le la compianze le altre.

De sempre le caminava per tre strade. De Cubed a Gracisce le andava in su verso Pisin, Montona, Caroiba; de Tinian a Cringa, Costabona, Puce, Crcausse, le gaveva la strada oltra Berda, Briz, Marisce, Sterna fina Buie, anche Crassizza e fina Porta Porton. Le done de Vilanova e de San Piero le scominsiava a Buie e le se tirava fina a Madona del Carso, Jurissani, Salvore, quasi fina Umago.

Quanti chilometri e ore la se ingrumava una Savrina! ...Cola vista le iera fina in sima de la vale de Dragogna. Le vedeva Montona oltra i nuvoli de caligo, davanti ale altre duto de un colpo saltava fora el campani! de Buie, e el mar, color celeste; iera de ciorte la vista. Scampava svelto fora dela testa duti i pensieri.

Scominsiava el lavor de casa in casa; el pianer parlerà , scoverzerlo e contar i vovi, le galine e i polastri, e tochi de lardo, la farina, le noxe, noxele, mandole.

Del pianer, la Savrina la mostrava el savon, i fassoleti de testa, tovaie, rocheleti de fil, canevasse, aghi per far maia, risi, petrolio, pironi e cuciari. Le vecie Istriane ordinava cossa che le ghe porti; le se meteva dacordo tra de lore. Ogni tanto le ciapava anca qualche bicier de vin o un bocon de pan.

Ma "Dio ga anca la rucola" e qualche Istriana iera sacramentada, strenta. E no iera altro che strenzer i denti, cussi le ghe imparava ala più zovine. Cussi le se remenava torno come galine, ma el pianer e le bisaghe intanto se impegniva de vovi; anca dò o tré mila vovi le ingrumava. I polastri e le galine le li ligava per le gambe co' la cordela e le li picava sul basto dela mussa o le li meteva intela zaina.

Più volte, quando le ciapava note, le dormiva per le stale o intei finili, in duti i modi, per gnente e per lire. Se iera fortuna e le rivava ingrumar i vovi e cambiar la roba subito el primo giorno, le se dondolava verso casa tardi de note.

De giorno le ciacolava de più, anca qualche cantada le fasseva, ma el scuro portava pensieri:

"Come sarà doman a Capodistra e Trieste? Quante lire e centesimi se dovessi ciapar, quanto sarà de guadagno neto?"

In quela, o Dio o la Madona, le rivava tra le case. Ogni mussa va in tei so corte e la se ferma davanti la sua stala. Dute do, stanche finide de crepar. Cori contenti i fioi, ma l`paron, chissà perché el più dele volte sconsolado el dixeva: "Ostregheta! No podevi far prima!?" I dismola i venchi e i spagheti del basto. I sbrana duto zo dela mussa, i pica el basto sul ciodo e la mussa, salva, la va in tel suo canton dela stala.

Ma ela, la Savrina, la devi scelzer e contar i vovi, iustar la paia intele bisaghe, ligar i fagoti, infati: regolarse per Trieste. Se xe qualcossa de magnar, la sèna, la distriga qualcossa per la casa e la va su per la scala. I fioi dormi come strusse parterà e intele cofe. La ghe iusta la coverta, la ghe fa la crose, per un poco la pensa: "Meno mal che i va insù come la late in pignato e 'ncora bon che xe duto insieme solo una maladeta povertà".

De un colpo la se indormenza.

O anca no...

"Lusa, Marisa, Ana! Xe xa le do!!"

""Ndemo, seno no rivemo pel primo vapor!" A Ana ghe xe 'nda per la testa: "Ma gente mia, cossa xa? No xe la prima ne l'ultima volta, che no go gnanca scalda l`leto. Xa sento volte, mile, fina quando?! La mussa, l`basto e le bisaghe, el pianer, i vovi... col scuro, col fredo, col caldo, la bora, cola piova, giasso...

 Perché son cussi vissiada in sto mondo?"

Le va intel scuro, sinque, diexe de ogni paese per Sottomarie, per Grimana zo, diretamente al molo de Capodistra.

"Done no semo sole. Davanti xe le done del late de Pomian, senti come .che sbafi i pignati col late! Le  portavovi e le lavandaie, quele de Costabona e de Puce se le conossi pel parlar. Quele de Crcausse cole legne le siga forte sensa nessun riguardo. Le done de Sotomarie cole strusse de pan, le va ala porta dela Muda a Capodistra più dopo; beate lore, che le xe le più vissine. Chissà dove sarà xa le done de Padena cola verdura, e quele de Vilanova...?

Dei monti torno Maresighe, de perduto le mar­cia come una procession sul vapor. E quela volta - un fis'cio!

"Cori, cori, Lusa, Marisa, Ana!... fiscciva el vapor. Mama mia che no perdo el vapor," vrah tè dal "- diavolo de una mussa!"

"Eri, eri, eri mussa," rimbombava duta la strada.

Tratto da:

  • "Un giro per l'Istria", con Romano Farina, Rozana Koštiàl. Jurina e Franina N;-53. Fotografìe di Sergio Gobbo.


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This page is compliments of Marisa Ciceran and Mario Demetlica

Created: Monday, April 05, 2004; Last updated:Saturday July 28, 2007
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