Recensioni
Letteratura


Fulvio Tomizza, Il bosco di acacie  

I Edizione "I Grandi Tascabili" 
Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A. 
(Milano, 1993)
In copertina: Ettore Fico, Paesaggio (1986) 
Progetto grafico di Aurelia Raffo

Lire 12.000 


note di copertina
Terzo tempo della Trilogia istriano dopo Materada e La ragazza di Petrovia. 

"Tomizza ha saputo non solo illuminare con onestà le storie della suo terra, portare in mezzo a noi il dramma dei confini, ma ha trovato, per farlo, un accento suo, una mi-sura di fantasia che penetra la realtà e non la prevarica." (Geno Pampaloni) 

"Si tratta dell'epopea di un crollo, nata evidentemente senza un piano, senza ambizioni troppo lungimiranti, ma a caldo e con estrema adesione.  Di quel crollo, in sostanza, è detto tutto e chi esce dalla lettura conosce, come avendolo vissuto, un tratto di storia e s'è arricchito di qualcosa che ne va oltre, scende cioè nelle passioni, che non cambiano e proprio si riconfermano nei momenti più duri, balzando con quella perentorietà e immutabilità d'accenti che noi non sappiamo indicare se non con la parola poesia." (Dall'introduzione di Claudio Marabini)

Proprietà letteraria riservata secondo le leggi vigenti. Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas  S.p.A. 


II bosco di acacie, terzo tempo della famosa Trilogia istriana che ha consacrato Fulvio Tomizza uno dei maggiori narratori europei del dopoguerra,  era uscito nel '66 per i tipi di Scheiwiller, nel '67 da Mondadori (insieme a Materada e a La ragazza di Petrovia) e nel 1989 (Marsilio) nel volume Poi venne  Cernobyl. Bompiani l'ha riproposto insieme a Via da Materada e a L'Ente, due racconti contigui al Bosco di acacie, sia sul piano tematico, che cronologico, mostrando ancora una volta il dramma dei profughi istriani, "tragedia mai conclusa" secondo Claudio Marabini, e non solo perché gli italiani d'Istria furono costretti a scegliere il proprio destino in breve, brevissimo tempo, ovvero a perdere una parte di sé restando sì in Istria, ma sotto il regime comunista di Tito, vincitore della guerra, oppure abbandonando l'Istria per l'Italia democratica, ma sconfitta e da ricostruire, di De Gasperi. Tragedia mai conclusa, anche perché – ma questo né Marabini, né Tomizza lo dicono – c'è ancora ben altro da dire e da scrivere di quell'esodo e della vittoria jugoslava, in particolare sugli episodi di "pulizia etnica" le cosiddette "foibe" (fenditure rocciose profonde anche alcune centinaia di metri tipiche del territorio carsico), di cui si macchiarono le milizie titine dall'8 settembre del '43 a tutto il '45 e oltre per sradicare qualunque presenza politica e statale, sociale e culturale di marca italiana. La cifra è incerta, ma si parla di diecimila vittime uccise precipitandole – spesso evirate, stuprate, accecate, immobilizzate con filo spinato o legate con altre persone già morte – nelle foibe giuliane... Chissà che non sia proprio Tomizza a farne il soggetto di un suo prossimo romanzo.

Tornando al Bosco di acacie, Tomizza parla ancora dell'esodo degli italiani d'Istria attraverso le storie di profughi, di famiglie contadine, che partono caricando quel po' che possono portare con loro e che ricominciano a vivere e a lavorare in un terra che non è "il suo" (Viada Materada), ma che è fornita dall'ente di bonifica (L'Ente, appunto), sulla quale "condurre una vita tutta persa nel ricordo, camminando nella stessa medica, tra i papaveri del frumento e il caldo re-spiro delle bestie". Poi, ecco, il romanzo, che, pur nella sua brevità, costituisce uno spaccato della vis narrativa di Tomizza, un concentrato di grande bellezza di stile e contenuto, per la sua azione incalzante, per l'introspezione psicologica dei suoi personaggi, per i silenzi e le cose non dette che emergono non solo tra un capitolo e l'altro, ma all'interno degli stessi, ad esempio nei momenti di isolamento del protagonista che prende coscienza definitiva del mistero della vita, quando accompagna il padre a morire in un terra che non è la sua, ma che è come la sua. Una presa di coscienza che avviene anche attraverso l'avvicinarsi di quel momento estremo parallelamente alla nascita, anch'essa drammatica e dolorosa di un vitello, il cui significato - l'incertezza della vita, la sua origine e non appartenenza all'uomo, la necessità comunque di vivere per scoprirne il senso, ovvero dargli pienezza vivendone eventi e circostanze - è presentato da Tomizza con grande bravura, con l'equilibrio della raggiunta maturità umana e narrativa, frutto di un vissuto che ha trovato il suo compimento dopo e attraverso Materada e La ragazza di Petrovia, e proiettano lo scrittore verso le successive prove con una grande consapevolezza dei propri mezzi e senza l'assillo di nuovi approcci tematici.

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This page compliments of Laura Blagoni, Marisa Ciceran and Michael Plass 

Created: Sunday, December 10, 2000; Last updated: Monday, August 06, 2007
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