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Fulvio Tomizza, La casa col mandorlo a cura di Alcide Paolini Mondadori (Milano, 2000), pp.186 L.14.000 |
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Ad un anno dalla morte, negli Oscar Mondadori
Nel numero precedente di “Artecultura” avevo parlato del cosiddetto romanzo postumo di Fulvio Tomizza, postumo perché uscito un anno dopo la sua morte. Ma “La visitatrice” era pronta già da tempo, licenziata definitivamente da Tomizza alcuni anni fa e come tale aveva ricevuto l’imprimatur dell’autore, il quale mai più ne avrebbe messo mano, convinto del suo lavoro. Perché Tomizza era molto prolifico, un fiume in piena che non trovava mai d’arrestarsi e aveva perciò sempre in serbo qualche opera che avrebbe pubblicata col tempo. E nell’invenzione de “La visitatrice” era ben lontano coscientemente da quell’intreccio che vedeva il protagonista colpito irrimediabilmente dal flagello che in modo diverso più tardi avrebbe distrutto anche lui. Ma non lontano, poco prima di lasciarci, quando aveva affidato al suo editore l’opera, consapevole d’aver scritto in un momento sereno la sua condanna, come segno premonitore che pure era tanto vicino al suo impianto psichico di stampo onirico. Ben diversa invece l’atmosfera in cui di solito naufraga un grande scrittore quando viene a mancare. Subito gli eredi vanno alla ricerca di probabili inediti, magari di fondi di cassetto rifiutati dall’autore e non ancora cestinati o di opere incomplete sulle quali ovviamente c’era ancora molto da lavorare. E si grida al miracolo quando, a distanza di anni, si trova un piccolo inedito, magari un semplice abbozzo di poesia, sul quale poi i critici possono sbizzarrirsi e fare mille ipotesi. E non si pensa di fare a quell’autore un cattivo servizio, a quell’autore che sarebbe rimasto grande anche e ancor più senza quelle appendici ibride. Fatte le dovute eccezioni: e penso, ad esempio, all’Eneide di Virgilio, che, se ascoltato, ci avrebbe privato di un’opera mirabile. Ma le sue ultime volontà – non eseguite – ci dimostrano ancora una volta il giudizio severo di un grande autore che non licenzia mai una sua opera se non la ritiene perfetta dopo averla riveduta. Così le poesie inedite di Kavafis sulle quali si sono accaniti i rapaci eredi: pubblicate anche se esilissime e pur rifiutate a tal punto che contenevano la postilla da non pubblicare. Poesie sulle quali l’acribico Kavafis avrebbe lavorato chissà quanto prima di ritenerle degne di essere lette in piccole edizioni per gli esperti. Ma niente di tutto questo in Tomizza. La moglie Laura è la diretta depositaria delle sue volontà e di tutto ciò che è rimasto di lui, sollecito sempre ad eliminare ogni scritto d’occasione o poco degno e severo giudice di se stesso. Anche l’ultimo libro di racconti uscito due mesi fa negli “Oscar” Mondadori “La casa col mandorlo” ( a cura di Alcide Paolini, pp.186, L.14.000) proviene da una scelta precisa fatta da Tomizza prima di morire, scelta convalidata dall’editore che si era impegnato nella pubblicazione. Così, a distanza di poco più di un anno della scomparsa di Fulvio Tomizza, ecco il miracolo di due sue opere, ma anche ecco scoperto l’arcano: non opere inedite ritrovate, ma lavori licenziati da lui ancora in vita. Infatti questi racconti non sono l’esito di una raccolta indiscriminata, di un mettere insieme tutti i testi brevi, magari abbozzi di romanzo, per non lasciar nulla di inevaso, ma costruzioni a sé stanti, esaustive anche nella loro brevità. Sempre, come in ogni opera di Tomizza, anche in questo libro si vive la situazione delle due anime, si vive quella terra di confine, che ha radici in molti dei suoi figli, sparsi ormai un po’ ovunque nel nordest d’Italia, ma vigili sempre a ricordare un mondo lontano, quel mondo dell’entroterra istriano, né solo italiano né solo slavo, ma speciale proprio per quella sua specificità unica di terra di frontiera, inimitabile a qualsiasi latitudine. Anche se poi il mandorlo, trapiantato in terra friulana, ignara di quella coltivazione, quel mandorlo che dà il titolo al libro come al racconto più paradigmatico, con la sua presenza rammenta con fatalismo che qualcosa si può sempre ricreare e che la donna friulana entrata nella famiglia istriana può ancora portare nuovo calore e una bontà diversa. Ecco la speranza buona di Fulvio Tomizza, ecco lo spirito di carità che trasuda da tanti racconti, anche se il fondo è amaro o volutamente realistico, anche se la pagina, sostenuta o scorrevolissima che sia, si fa trasognata e magnetica nella sua incisività. Penso al racconto in parte onirico “Camere d’affitto” e all’eventuale sua difficile interpretazione psicoanalitica e a quel “Valeria” che nei suoi passaggi apparentemente sbrigativi tratteggia mirabilmente il carattere della donna, le sue debolezze e le sue miserie ma anche la sua grandezza nascosta, la sua ultima bontà. E così il racconto “L’evento”, in cui l’autobiografismo di Tomizza si fa più palese e scoperto, rappresenta forse la summa delle pulsioni dell’autore, il coacervo di ogni dramma, ogni attesa e ogni felicità, l’alfa e l’omega di ogni percorso umano e ha il suo apice nella realizzazione di una gioia negata. Qui la floridezza di un figlio maschio (nella realtà perso appena nato) simboleggia tutto ciò cui si aspira ardentemente e la nonna morta e rinata e vecchia e infante insieme ci spinge ancora a credere metaforicamente in una rinascita tout court. Rinascita che poi si realizza in quella frase che chiude il racconto e il libro: “ E’ nata Elisabetta.” Ma prima l’ansia, la sofferenza, la gioia e il turbamento lottano insieme nella rappresentazione onirica mo-strando proprio l’uomo in tutta la sua fragilità e tensione e vorrebbero trovare conforto o appena una risposta dal Signore. Poi s’acquietano in una accettazione estrema: “Liberami Tu da questo laccio una volta per sempre. Poco ho più da dare, ma sono in grado di ridurmi ancora per non essere di peso ad alcuno. Amen.” Estratto da:
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This page compliments of Marisa Ciceran Created:
Saturday,
December 02, 2000; Last updated:
Monday, August 06, 2007
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