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Fulvio Tomizza, Franziska Edizioni Mondadori, Scrittori italiani (Milano, 1998) 223 pag., Lit. 27.000 |
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In un momento particolare, il primo gennaio del Millenovecento, nasce una bambina che cresce e diventa donna in un mondo in trasformazione. I sentimenti e le esperienze di vita di una persona normale a cui il destino ha riservato momenti di eccezionalità. Il primo gennaio 1900 nasce a San Daniele del Carso una bambina, Franciska, pronunciato nella zona Franziska. Vede la luce ufficialmente un po' in ritardo, un ritardo forzato perché ai nati nelle prime sei ore del secolo Ventesimo l'imperatore ha promesso il suo speciale padrinato, accompagnato da una donazione di mille corone: ovviamente un'occasione da non perdere. La storia personale, privata, piccola, interseca in taluni punti quella pubblica, grande: l'assassinio dell'arciduca Ferdinando a Sarajevo, la guerra, la morte dell'imperatore ("adesso vi sentirete un po' orfana, Franziska Jozefa...") sino alla ritirata dell'esercito imperialregio e l'arrivo delle truppe italiane anche a San Daniele. Nel sesto reggimento del genio militare addetto ai lavori ferroviari si nasconde l'amore, che arriva in paese col nome di Nino Ferrari, tenente di Cremona. Ma è solo un casuale incontro: Franziska e la sua famiglia, formata dal padre e dalla zia, si trasferiscono a Trieste, ancora in territorio austriaco, per scappare dall'invasione italiana, sebbene anche lì gli sloveni non siano visti di buon occhio. Franziska Skripac si scontra "con una città incattivita soprattutto dalla fame" in cui la rete degli slavi deve adattarsi alla lingua italiana e mascherarsi parlando poco e socializzando ancor meno. Pochi giorni dopo la morte della zia, grazie a una serie di conoscenze slovene, Franziska viene "assunta presso l'ufficio sanitario delle ferrovie austriache, a pochi metri da casa" e questo, dice l'autore, "fu il dono più cospicuo che le giunse dal suo grande padrino". Anche il tenente Ferrari, nel frattempo, è stato trasferito a Trieste, dove rivede la ragazza, che già l'aveva colpito nel loro primo incontro. Mentre cresce l'amore crescono anche le difficoltà di un rapporto tra persone di diversa etnia, di tradizioni lontane, appartenenti a popoli in guerra tra loro, che tentano di comunicare, senza riuscirci mai fino in fondo. Espressione di questi tormenti i brani degli epistolari e, in particolare, delle lettere inviate dal tenente a Franziska dall'ospedale in cui viene ricoverato per tisi, riportate nella Terza parte: Le lettere. Nel finale la triste e solitaria esistenza dei due, ormai divisi per sempre, si snoda tra episodi di normale quotidianità. La scrittura di Tomizza, lucida, decisa, non si lascia mai trascinare nel vortice della compassione, non tratteggia Franziska come una vittima "romantica", né Nino come un fidanzato inaffidabile, ma descrive due personalità e le difficoltà che affrontano nel loro rapporto, semplicemente. LE PRIME PAGINE Alcuni anni fa, quando il corpo e la mente procedevano di pari passo incuranti l'uno dell'altra ma tesi all'identico fine, mi trovai un giorno alla stazione ferroviaria di Gorizia. Mai avevo detestato luogo più di quello, sede del mio primo collegio, e mi pareva che proprio la stazione, buio approdo e poi punto frenante dei ritorni a casa, concentrasse il mio odio e il tedio. A distanza di quarant'anni rimetter piede a Gorizia significava invece introdurmi in un mondo incantato, fuori dal frastuono della vita ultra moderna, del quale la stazioncina da stampa antica, dove i treni per Udine e per Trieste davano ai passeggeri appena il tempo per scendere e salire, rappresentasse l'inizio o il termine della Mitteleuropa. Era l'ora di metter qualcosa sotto i denti e, come per voler rispettare quella pausa di comune ristoro, nessun treno vi sarebbe transitato per un bel pezzo. Entrai nel bar, chiesi del ristorante; mi fu indicata la mensa aziendale al piano superiore, la quale serviva, a volerlo, anche i non dipendenti. Per il mangiare, specie a metà giornata, non sono di grandi pretese e la cornice, quando mi trovo fuori, conta più della sostanza. Nella sala quasi deserta presi al self-service dello spezzatino con un po' di verdura, il pane e un quarto di vino. Piovigginava e col conforto materiale mi sentivo crescere un senso di contentezza nostalgica e tuttavia non avara di propositi. Alle spalle mi stava accarezzando un chiacchiericcio femminile inconsueto, lontanamente familiare. Mi volsi con discrezione : due donne anziane, in grembiule di lavoro, conversavano in sloveno. Subito fui portato a considerare che a Trieste, dove la minoranza slovena era più sparsa ma anche più numerosa, mai in un luogo pubblico si sarebbe fatto uso della lingua tanto avversata da essere divenuta in primo luogo sgradita. Qui invece la cosa accadeva perché gli sloveni, per quanto non amati dalla popolazione italiana, oltre ad aderire alla terza parlata cittadina, la friulana, sotto il lungo dominio austriaco della contea di Gorizia avevano avuto modo d'insediarsi con negozi ed esercizi di ogni genere nel pieno centro. Non era infatti slovena la trattoria dalle parti del seminario di teologia dove mia madre nelle sue rare visite conduceva me e il fratello a consumare un pasto quasi tutto di casa? Nostra madre si limitava a ordinare tre piatti di brodo dai dilatati occhi d'oro, il migliore che avessi mai gustato, di gran lunga superiore al suo per una rara spezie destinata a palati maturi, forestieri e scartocciava i pacchetti di pollo e vitello impanato, del dolce e perfino del pane, con incoraggiante approvazione della padrona, la quale talvolta si chinava a lisciarmi i capelli accrescendomi vergogna, imbarazzo, ma anche la soddisfazione di trovarmi in un luogo protettivo senza che fosse quello di casa. Alta e ossuta, un naso pronunciato nella grigia faccia sorridente, la donna era la prima persona di sicura razza diversa che avessi conosciuto, e tale positivo incontro forse non restò estraneo al mio destino. Mi appariva il contrario di mia madre, né slava né italiana come tutti noi, la quale non a caso aveva adocchiato la sua confacente taverna. Negli anni futuri, ogniqualvolta mi fossi recato a Gorizia, avrei invano cercato l'esatta ubicazione della trattoria, di cui traccia certa e insieme meta era il volto buono di una donna slovena. Poco dopo il pranzo alla stazione ferroviaria mi fu consegnata a Trieste una busta contenente alcune lettere manoscritte risalenti al primo dopoguerra di questo secolo e indirizzate a una giovane slovena da parte di due ufficiali dell'esercito italiano entrato vittorioso nella città contesa. Con fare invariabilmente imbarazzato me l'aveva messa in mano tale professor Pecenko, ai cui allievi avevo appena terminato di tenere una conversazione di argomento letterario. "A mi le me par interesanti" si era quasi scusato l'insegnante del comune dialetto cittadino, aggiungendo con maggiore esitazione: "Me par che le xe, che ghe xe... no so... dela poesia". Giunto a casa estrassi le lettere dalla busta recante un precedente indirizzo cancellato con pennarello rosso, ci diedi un'occhiata. Erano in buona parte scritte su solida carta appartenente all'ufficio militare delle ferrovie italiane. Una scrittura larga, incurante della forma ; l'altra invece minuta, di spiccato gusto calligrafico; si rivolgevano entrambe alla signorina X, impiegata alla ferrovia triestina. © 1997 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Proprietà letteraria riservata secondo le leggi vigenti. BIOGRAFIA
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È fuor di dubbio che quando Tomizza - istriano di nascita e triestino d'adozione -, intinge la penna nei suoi temi di frontiera per narrare vicende di minoranze etniche che gli stanno fortemente a cuore, la sua vena di scrittore ritrova tutto lo smalto dei bei tempi, di quando con romanzi di elevato spessore quali L'albero dei sogni o La miglior vita, riceveva i premi Strega e Viareggio. Con
Franziska, sua ultima figlia letteraria, uscita per i tipi della
Mondadori, lo scrittore ci offre uno struggente e delizioso ritratto di
donna, ricostruito e immaginato sulle basi di un epistolario originale.
Possiamo constatare come la Storia corra parallela alla vicenda privata
della slovena del Carso e ci rendiamo conto, sollecitati dalla penna
dell'autore, di quanto appaia ai nostri occhi maggiormente accattivante e
letterariamente valida la vicenda privata dell'infelice protagonista,
piuttosto che l'inevitabile cornice storica reale che fa da fondale alla
narrazione. Ritorna a galla il clima, l'atmosfera in cui lo scrittore è vissuto ed è stato educato; dalla pagina emergono i suoi convincimenti politico-storici, la sua personale visione della vita. Appare nella pagina a linee maiuscole tutta la crudeltà del Novecento nei confronti della Slovenia - patria di Franziska -, un'etnia travagliata che solo da due anni è riuscita ad avere uno Stato. La protagonista è toccata dalle due guerre e dalla persecuzione fascista, ma noi, in quanto lettori, pur consapevoli della necessità ineluttabile di un back-ground storico, siamo soprattutto attratti dalla parte umana e sentimentale del romanzo, dall'amore che intercorre tra la giovane e il maturo (solo negli anni, purtroppo) Nino Ferrari, l'italiano di Cremona, ufficiale sul Carso e poi ingegnere a Trieste, resi emotivamente partecipi di un sentimento che si snoda difficoltoso per gli impacci di due anime e di due culture, di due mondi che, sfiorandosi, annaspano per capirsi. L'anno fatale dell'incontro è il 1918, la storia ha un andamento positivo fino al 1921, poi - con l'affermarsi del fascismo - l'incendio della casa del popolo, tutte le oppressioni storiche coincidono con i tentennamenti dell' intiepidito innamorato, un uomo amletico, indeciso, molto più borghese di quanto egli stesso pensi di essere. Nino Ferrari, esteriormente è colto, un po' fuori dalla norma, dotato di un'intelligenza sui generis, severo giudice di quella grettezza provinciale di cui in realtà è succube, e l'ultima crudele lettera alla sua sventurata donna rivela tutto il suo gelido egoismo. A Franziska crolla il mondo addosso. I passaggi psicologici che ci descrivono il dolore, la delusione, la caduta intima della protagonista, sono di raro vigore introspettivo. Quello della giovane slovena è uno dei più bei ritratti femminili dell' attuale letteratura, dipinto con mano delicata, attenta alle sfumature, a quei sussulti del cuore che solo un grande scrittore sa cogliere e sublimare. Grazia Giordani Estratto da:
Vedete anche:
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This page compliments of Marisa Ciceran Created:
Saturday,
December 02, 2000; Last updated:
Monday, August 06, 2007
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