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Fulvio
Tomizza, Nel chiaro della notte
Mondadori Editore (Milano, 1999)
In sovraccoperta:
L. 28.000 |
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in sintasi note di copertina Il sogno è il più paziente livellatore dei picchi del fantastico e l'artefice più eccentrico di situazioni fantasmagoriche. Nel sogno i morti non solo parlano, ma indifferentemente si svegliano o ritornano a morire, come più gli aggrada. Allo stesso modo, nel sogno il racconto comincia, si sviluppa, si spegne senza artificio umano, con la naturalezza di un gesto creatore che ci trascende. Eppure, nel sogno il sognatore resta meravigliosamente, disperatamente se stesso, e il demiurgo che dispone le pedine e poi le sconvolge gioca con i materiali della nostra vita: puri, inconfondibili, irredimibili. Chiunque abbia letto un solo libro di Tomizza ritroverà in Nel chiaro della notte tutti i temi, i luoghi, i personaggi, le ossessioni dello scrittore. Ma li ritroverà espressi nella loro forma più pura, in uno stato nascente che li depone sulla pagina con forza estrema ma anche con la leggerezza di un gesto che è ormai immune da sofferenza e angoscia. Di tutte le apparizioni che popolano questi racconti, dei personaggi reali e fantastici, delle situazioni simboliche e delle trasfigurazioni il lettore percepisce l'incantesimo e la malinconia, il familiare e l'inaudito, la perfetta logica che muove le ombre degli uomini (siano il padre, i parenti, gli amici d'infanzia, i paesani, le donne, i saltimbanchi ... ) e svela il contorno dei paesaggi, siano terre di confine - l'Istria, il Carso, la Dalmazia - o geografie meravigliose, i mari non segnati sulle mappe attraverso i quali si può arrivare a Milano per nave. Soprattutto, leggendo Nel chiaro della notte ci sembrerà di rivivere i nostri stessi sogni, perché, se le presenze cambiano, il ritmo, il respiro del sogno è lo stesso per tutti noi: sorgono, s’intricano, si mescolano e poi di colpo, troncati, finiscono. Qualche volta all’apparire del vero, dell’alba, della luce, ma assai più spesso all’irrompere dell’opacità, della tediosa prevedibilità del giorno. Proprietà letteraria riservata secondo le leggi vigenti. Mondadori Edit., Milano 1999. |
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Tomizza, il congedo del sognatore stanco Gli ultimi racconti di Fulvio Tomizza si presentano sotto il segno del rovescio. Già il titolo, Nel chiaro della notte, suggerisce l'idea che buio e sonno garantiscano una purezza di visione sconosciuta al giorno. Ma anche un termine chiave della sua poetica, quello di esilio, qui funziona in modo opposto a quanto ci aspetteremmo: i racconti hanno per sfondo Milano, Roma o il Veneto, intesi come luoghi stranieri, lontani da casa. E la «casa» di Tomizza coincide come sempre con il paesino natale di Materada, al centro dell'Istria, o con altri luoghi gemelli affollati da osterie e girovaghi, popolani sloveni e fuggenti bellezze croate, folate di bora e vino asprigno, vertiginose foibe del Carso e viandanti serbi (estranei alla demonizzazione delle pulizie etniche e delle guerre). Si tratta di sogni e ossessioni ricorrenti nelle sue opere: qui però ancora materia prima appena abbozzata, legata a tempi e situazioni oniriche. Le vicende sognate da Tomizza includono amori adolescenti e stanchezze senili, disincanti ideologici e mondanità letterarie ridotte a riti grotteschi. I cari visi dei morti, cominciando da quello paterno, si ripresentano nella volatilità del sogno che sa di esserlo, e non si illude sulla sua durata. Le pulsioni elementari, fisiologiche e sessuali, popolano molte delle pagine, trasformando i racconti in confessioni naturalistiche; domina una tonalità malinconica, chiaro presentimento della fine. A volte essa si insinua sotto forma di considerazione filosofica (quanto sopravvive il ricordo di un uomo? meno degli anni della sua vita vissuta), altrove si traduce in intreccio appena abbozzato. Proprio questa caratteristica trasforma i racconti in ideale congedo. «Ultimo appestato a Venezia» è forse il punto più alto: qui il traghetto per l'aldilà sembra uscire dal celebre quadro di Böcklin, «L'isola dei morti». E il protagonista si accorge con terrore d'essere atteso per l'ultimo viaggio: «Mi concentrai sul rumore di un natante che si avvicinava morbidamente alla mia finestra, si appoggiò poi al pilone dell'imbarcadero. Veniva a prelevare me?». Estratto da:
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This page compliments of Laura Blagoni and Michael Plass Created:
Sunday,
December 10, 2000; Last updated:
Monday, August 06, 2007
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