Recensioni
Letteratura


Fulvio Tomizza, I Rapporti Colpevoli

Bombiani (Milano, 1992& 2000), 324 p.


in sintesi
Chi è quella figura che dall'alto della sua casetta-finestra di Materada guarda e trascrive le mille Istrie che prolificano tra mare, costiera e colli dell'interno? E chi è colui che staccatosi dall'osservatorio non cessa poi di chinarsi a lavorare la terra? E dove si nasconde veramente l'identità, con il suo profumo? Tomizza mostra che essa può salvarsi nell'altrove, pur che sopravviva un "qualcuno" - una madre - capace di evocare i sapori, gli odori, i gesti, le parole: i segni piziaci del Luogo, la sua ultima essenza.


Come tutti i libri pregnanti, "I rapporti colpevoli" (ed. Bompiani, Milano 1992) di Fulvio Tornizza offre diverse opportunità di lettura, Della voglia di suicidio, che il romanzo avrebbe contribuito ad esorcizzare, si è appreso da giornali e TV ."Il guaio di questa malattia è che la sua difficile guarigione è in mano d'altri (...) mentre il suo esito estremo dipende esclusivamente da noi', afferma l'autore. il quale dice pure che il suicidio è 'la somma di tutte le disubbidienze'.


Due enunciati capitali per penetrare nell'assunto del romanzo. Malattia e disubbidienza, dunque. Ma disubbidienza a che cosa, nei confronti di chi? A un valore sociale, morale e cattolico, innanzitutto, per cui la vita umana oltre che intoccabile è sacra Una convenzione tutto sommato abbastanza banale, che la pone a livello di quelli che antropologicamente (Malinowski) sono i bisogni o imperativi primari (la mera sopravvivenza); la crisi dell'autore-protagonista (il libro è scritto in prima persona) subentra invece dalla frustrazione dei bisogni o imperativi derivati, cioè i bisogni di libertà e di autorealizzazione.

Sono le donne della sua vita, la madre, la moglie, la figlia, che, in una fase precisa - di cui diremo -, ognuna in modo diverso, più o meno consapevolmente, limitano quei bisogni o ne impediscono la gratificazione. Donne che egli ama e verso le quali sente di avere dei doveri, cui adesso {la cinquantina, età dell'andropausa e di bilanci punto o poco rassicuranti) vorrebbe "disubbidire". Ma slacciarsene significa provare sensi di colpa e rimorsi, che bisogna fa: ricadere sulle donne col suo suicidio, per far sentire colpevoli loro e punirle cosi delle sue mancate gratificazioni. n suicidio, quindi, come mancanza di gratificazioni.

Ma, come accennavamo, sintomatica e pregiudiziale è la fase della vita in cui l'io narrante si trova, vita all'improvviso invasa dallo spauracchio dell'invecchiamento e della caducità fisica, della perdita del vigore giovanile, della paura della morte e/o della malattia organica debilitante e umiliante (ecco allora il suicidio come fuga da quell'insopportabile angoscia). Su questo versante il romanzo è ineluttabilmente, irrimediabilmente e archetipicamente (ma anche deliziosamente) di segno maschile. n maschio in crisi viene sezionato da Tomizza con un bisturi crudele e (auto) ironico contemporaneamente, cui non sfugge nulla dei suoi tic e nevrosi, feticci e velleità, "rapporti colpevoli". l'egoismo (la liceità delle infedeltà coniugali), l'autocommiserazione e il vittimismo, la viltà e la crudeltà (alla compagna della vita il maschio non perdona di invecchiare pure lei) , il masochismo (la fedeltà e le virtù della moglie enfatizzano le colpe del marito...), l'autismo affettivo (il crogiolamento escludente e inconcludente nel dolore di se). Anche qui però c'è un riscatto dalla banalità, perche la crisi è pure più profondamente esistenziale (il "male di vivere" montaliano, la rassegnazione e l'inerzia dell'Emilio sveviano), vieppiù esacerbata dalla condizione di eterno "deracine",di sradicato, di inguaribile"foresto" dilaniato fra un'ltalia "estranea e incomprensibile" e un'Istria di "luoghi bastardi". Ed è solo dell'Istria, d'altronde - "questo mio ultimo villaggio dove sto cercando di sciogliere i miei nodi con carta e penna" - il paesaggio della memoria e dell'identità, nevrotizzante non-scelta, ambigua e dolorosa, che ha bisogno di continue giustificazioni e razionalizzazioni.. Tutti gli altri luoghi del romanzo o non esistono o hanno l'anonimità di stanze d'albergo, di appartamenti soffocanti, di locali pubblici qualsiasi.

Un romanzo di archetipi. Di due, il maschio in crisi e il "deracine", abbiamo appena detto Ma ce n'è un terzo, che ci sembra abbastanza nuovo nel panorama letterario italiàno, ed è il tipo di donna istriana del contado, identificabile nella nonna e nella madre del narratore. Donne povere e aride come il carso da cui provengono, già fanciulle tirate su più a rimbrotti che a carezze, da genitori dispensatori più di parsimonia che di tenerezza. ..Donne in continua competizione con gli altri e in primo luogo con gli uomini, volitive e forti fino alla grettezza e alla millanteria (l'autore attribuisce a loro le sue odiatissime ma insopprimibili meschinità), commedianti incallite, lacrimose a comando, pietose con se stesse, draconiane con tutti gli altri. Mogli e madri diligenti, ma insensibili, che lesinano su tutto, anche sulle manifestazioni d'affetto...

E romanzo di artifici. Nel primo ci si imbatte subito all'inizio, ed è quello già manzoniano (e altrui) del ritrovamento del manoscritto (qui è il fratello del suicida a trovare gli appunti). Artificio poi dell'abile gioco letterario in cui l'autore, smontando la tradizionale struttura del romanzo, man mano che si avvicina all'esito finale, lo frantuma in spezzoni sempre più brevi e schizoidi; artificio, anche, del seducente equivoco per cui vero e pseudo-autobiografismo, realtà fattuale e onirica, fantasia e incubo, vaneggiamento e lucidità, flusso di coscienza e presa diretta si rincorrono, si sovrappongono, si aggrovigliano. La disarmante sincerità di autoanalisi, la puntigliosa descrizione di particolari anche scabrosi, i giudizi perentori come schiaffi, i sentimenti riprovevoli (il desiderio di matricidio...), continuamente irretiscono il lettore, lo sconcertano tenendolo in bilico tra finzione e realtà, senza mai lasciargli discemere con certezza dove l'una finisca e incominci l'altra, ma anche senza mai fargli dubitare del!'autenticità del sentire. Un libro che non si può lasciare a metà, perche ci si sente avvinghiati dall'iridata regnatela di un percorso umano e storico con cui ognuno ha qualcosa da spartire. dubbi, incertezze, scoramenti, miserie. Un romanzo avvolgente: per l'autore un modo, a quanto pare efficace, di rintuzzare la depressione, per i lettori una delle opere migliori di Tomizza.

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This page compliments of Marisa Ciceran

Created: Monday, September 25, 2000; Last updated: Monday, August 06, 2007
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